g_giganteFurono probabilmente i greci a piantare per primi la vite sulle pendici dei Monti Lattari ed ad insegnare le tecniche colturali agli oschi, gli antichi abitanti di queste terre rese fertili dalle eruzioni vulcaniche.Valle dei Mulini di G.Gigante arch. Cinefoto Click Anche i romani erano grandi estimatori del vino prodotto sui Lattari, allora parte integrante dell’ager Stabianus: nelle numerose ville rustiche ritrovate (circa 50), la coltivazione della vite era la principale attività. Lo testimoniano i numerosi torchi (torcularium) ritrovati, i grandi dolia seminterrati dove era messo a fermentare l’uva pigiata, e le caratteristiche anfore fittili adatte al trasporto via mare. Durante il medioevo, la tradizione della coltivazione della vite continuò, anche perché vi era una richiesta per i numerosi cenobi del territorio. Qualche secolo dopo ritornò all’antico lustro e quando a Napoli si voleva indicare il vino, si diceva “il Gragnano”. Affermava infatti il Gigante nel 1845: “Il vino di Gragnano, per antonomasia dette il nome a tutti i vini del napoletano, sicché bastava dir Gragnano per intendere un vino fragrante, limpido, abboccato, vocabolo che significa dolce e di vitigno, non artificiale. Che il vino di Gragnano si deve grandemente pregiare, perché è di color granato, chiaro, odoroso e te ne puoi bere due bocce senza tornare a casa ubriaco, che non vi era cantina a Napoli dove non trovasi il Gragnano.”

I nostri antenati avevano l’abitudine di aggiungere un goccio di lambiccato al vino per aumentarne la caratteristica schiuma. Questo vino dolcissimo era ricavato da vitigni catalanesca, ed era conosciuto fin dal ‘500. F.S. Liguori, storico gragnanese, scriveva nel 1863 : “I vini coltivati a Gragnano sono di varie qualità e così buoni che forse non se ne ha così perfetti. Vuolsi che anticamente si coltivava nelle colline di Gragnano il mangiaguerra, che influiva moltissimo ad avere un ottimo vino. In un manoscritto, infatti, della famiglia Del Pezzo troviamo che il Capitolo di Gragnano, nella vendita di un suo terreno, si riservò il diritto di una botte di mangiaguerra per annuo censo. Questo vino conteneva una sostanza grassa di color pieno e nerissimo, avente una bontà e dolcezza gustosa al labbro ed alquanto piccante alla lingua: non è soggetto molto ad evaporare, né fa peso al capo. Il vino di Gragnano è buono e abbondevole e contiene una squisitezza tutta propria, onde è salito a sì nobile fama. Questo vino si disse eccellente appunto per la gaia piacevolezza che reca al gusto. Altro aggettivo dato al vino di Gragnano è quello di generoso, perché non affascina le menti, né trasporta a profonda ubriachezza se non se ne beve a stravizzo”. Al di là di questa vera e propria dichiarazione di amore forse dettata dal campanilismo, resta il fatto che il Gragnano è restato per lunghi anni nel cuore dei napoletani. Chi non ricorda Totò, nel celebre “Miseria e nobiltà”: “e se non è Gragnano, desisti”. Nel sec. XVI, monsignor Molinari coniò il celebre detto : “Vivere vis sanus, Graniani pocula bibe”. Durante il XIII sec., Gragnano fu invitata a fornire il suo vino per le feste dei reali angioini. Fino a metà del ‘900, si svolgeva tra i commercianti napoletani e i massari gragnanesi la “trafica del vino”, ovvero l’acquisto del vino novello, portato poi a Napoli nelle botti su grandi carri, i traìni, non prima di aver provveduto ad abbondanti libagioni, pranzi sull’aia e balli al suono di flauti e tammorre.

Mario Soldati, esperto contemporaneo di vini, così ce ne parla dopo un viaggio sui Lattari, con più obiettivo distacco: “Il Gragnano ha un colore rosso rubino carico, che tira allo scuro; profumo vinoso e campestre; frizzantino, e quando giovane addirittura spumoso di una spuma che calava subito e subito spariva per sempre; pastoso, denso ma allo stesso tempo scivoloso: come un lambrusco di più corpo, come un barbera di meno corpo; e con un aroma, un retrogusto gradevolissimo di affumicato della stessa specie di quello del whisky al malto ma infinitamente più volatile. Nonostante il colore, non va bevuto a temperatura ambiente, ma freddo, e freddo di cantina, naturalmente, mai di frigorifero. Il Gragnano appartiene a quelli che i francesi chiamano “petits vins”, piccoli vini, non ai vini classici da arrosto e da invecchiamento, ma buono anche sui pesci e le verdure, sebbene rosso.” E’ praticamente un vino novello, il principe dei vini novelli. Oggi i vitigni del Gragnano, sempre coltivati in terreni di materiale piroclastico, sono soprattutto l’Aglianico, il Piedirosso (conosciuto come “per e palummo”), l’Olivella (conosciuto anche come sciascinoso). Il riconoscimento del marchio DOC al Gragnano, come sottozona del “Penisola Sorrentina”, indica nel disciplinare almeno un 40% di Piedirosso. Sono inoltre consentiti, e forse è in questo il segreto del Gragnano, piccole quantità di uve autoctone, sopravvissute miracolosamente alla peronospora. La gradazione del Gragnano è del 10-11%. Recita una descrizione del Gragnano su una bottiglia col marchio DOC: il Gragnano può considerarsi un vino ribelle dal colore rosso rubino, con una fine ed esuberante schiuma rossa”, quasi ad emulare le eruzioni del Vesuvio, al quale deve il sapore unico, fresco e vivace, fruttato con netto sentore di viola, assorbito dalle radici dei vitigni nei suoi residui vulcanici.

Oggi assistiamo dopo decenni di oblìo alla riscoperta di questo vino, perché è tra quelli che “permette di esaltare le qualità e potenzialità dell’uva senza stravolgerne i gusti e gli aromi”, senza divenire, in altre parole, un vino industriale. L’interesse nuovo degli acquirenti, sta avendo una risposta dagli agricoltori delle colline gragnanesi, che vedono in questo fatto una valida conferma della giustezza del loro impegno a conservare integra nei secoli “la tradizione, la tipicità, la genuinità, la cultura di far vino” senza lasciarsi andare alle mode della standardizzazione della moderna enologia industriale. Gli agricoltori intravedono quindi una notevole opportunità di sviluppo, e dopo la dissennata politica di tagli di vite per gli incentivi economici della CEE, stanno ripiantando le viti stesse. Comincia anche a farsi sentire forte l’esigenza di una cantina sociale per poter vinificare a Gragnano il prodotto della propria terra. Gli antichi romani credevano che in luoghi particolari vi fosse un “genio protettore”, un Genius Loci, uno spirito dei luoghi che aleggia e protegge anche le attività produttive, in una simbiosi tra lavoro dell’uomo e ambiente. Forse il nostro “spirito dei luoghi” si è risvegliato, e per il vino di Gragnano è finalmente arrivata una nuova stagione.