IL  DISSESTO IDROGEOLOGICO DEI MONTI LATTARI: CAUSE E POSSIBILI RIMEDI

 

CONVEGNO DELLA FIDAPA DI GRAGNANO. 2 APRILE 2004 BIBLIOTECA COMUNALE DI GRAGNANO

RELAZIONE INTRODUTTIVA DI CAROLINA DI PALMA

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Chi abita a Gragnano da lungo tempo, in caso di precipitazioni atmosferiche persistenti, è portato ad alzare gli occhi in direzione del monte Pendolo, quasi inconsciamente o per scaramanzia, sperando che non si ripetano i disastri del passato. Gragnano è circondata quasi a ferro di cavallo dalle colline che costituiscono le prime propaggini dei monti Lattari: il monte Muto (m 668) che guarda anche l’abitato di Casola a nord-est, il monte Sant’Erasmo (989 m), l’altopiano del Megano (1110,5m), il colle di Carpeneto (896 m), per finire appunto col monte Pendolo (579 m) a sudest. Le quote indicate sono le altezze sul livello del mare toccate nel territorio di Gragnano, non tutti sanno infatti che Gragnano raggiunge in alcuni punti quote superiori ai m. 1100 s.l.m. Più indietro abbiamo i monti Cerreto, Cervigliano (la cui vetta a quota 1200 è nel confinante comune di Scala),  sospeso con la sua caratteristica forma trapezoidale proprio sulla Valle dei Mulini, e monte Faito, la vetta più alta dei Lattari, che raggiunge col Pizzo S. Angelo i 1443 m, che si distende fin quasi alla punta Campanella, con la propaggine di monte San Costanzo. I Lattari sono posti perpendicolarmente all’Appennino, come incernierati a questa catena nella zona di Cava dei Tirreni, e ne hanno la stessa costituzione chimica, cioè sono sedimenti carbonatici, accumulatisi in milioni di anni. Questi sedimenti che alla vista sono le comuni rocce bianche calcaree, non sono altro che microrganismi e altri piccoli animali marini, che con le loro conchigliette per circa 200 milioni di anni hanno realizzato spessori anche di diversi migliaia di metri, ora sotto la superficie terrestre. Si pensi ad esempio che l’altopiano di Agerola non era altro che il fondovalle di un monte molto più alto, poi inabissatosi di netto nel mar Tirreno. Tutta la nostra zona è stata infatti sottoposta negli ultimi 20 milioni di anni a fenomeni di sconvolgimento della crosta con innalzamenti della superficie e con sprofondamenti e veri e propri annegamenti nel periodo del miocene inferiore(ca 10 milioni di anni fa), con una maggiore progressione negli ultimi 2 milioni di anni. A quest’epoca, il pliocenico, risalgono le paleosuperfici, ovvero i rilievi modellati così come li vediamo oggi. Chi volesse trovare conferma a queste tesi, basterà che faccia una passeggiata sul monte Pendolo o sulle altre colline soprastanti Gragnano, dove facilmente potrà raccogliere numerosi fossili marini, soprattutto rudiste del tipo Hippuritide e Radiolaritidi, le cui impronte risalenti al cretacico superiore, disseminate sulle rocce, spesso a vista, testimoniano i periodi in cui la superficie che oggi calpestiamo si trovava sotto il livello del mare. Su questi rilievi si sono poi accumulati i materiali piroclastici incoerenti, ceneri, lapilli e pomici emessi dal complesso Somma-Vesuvio in anni relativamente recenti (ultimi 2000) e che costituiscono ancora oggi una parte importante delle colate di fango in caso di alluvioni,mentre i poderosi sedimenti delle grandi eruzioni di alcune migliaia di anni fa hanno riempito i fondovalle, costituendo uno strato compatto, le ignimbriti campane, che conosciamo come tufo e che riveste con banchi alti anche decine di metri le parti terminali delle valli di Gragnano. Blocchi isolati, corrosi dagli agenti atmosferici in migliaia di anni, che risalgono ad una terribile eruzione di 36.000 anni fa, sono oggi allo scoperto e si possono vedere nel borgo di San Nicola dei Miri,lungo il vallone di Sigliano, nella zona di villa De Santis al di sopra di via Castellammare, ma soprattutto si notano per la loro particolare bellezza, e forse si tratta di residui del surge del 79 d.C., la famosa nube gassosa che distrusse ogni forma di vita, nella valle dell’Imbuto nella zona che conosciamo come Botto dell’Acqua. Si tratta probabilmente della più bella parte del territorio di Gragnano, dove a queste particolarità geologiche si associano un ambiente incontaminato, con particolari esempi vegetazionali, oltre al reticolo di opere di captazione dell’acqua, realizzato in molti secoli di duro lavoro e che andrebbe salvaguardato come esempio di eccezionale valore di archeologia industriale. Il tufo grigio è stato utilizzato per secoli come materiale da costruzione, essendo di particolare pregio estetico e malleabilità, e le relative cave spesso realizzate nel sottosuolo, costituiscono un’altra causa di dissesto per i periodici crolli delle volte di queste cavità. come è successo pochi anni fa proprio in piazza Trivione e più di recente al di sotto del nuovo carcere. Sono questi ultimi, episodi circoscritti e quindi di bassa pericolosità, mentre ben altra rilevanza assumono le colate di fango e detriti che periodicamente affliggono il territorio di Gragnano e dei M. Lattari. In questo discorso il monte Pendolo la fa da protagonista, per i disastri che ha causato nel corso di migliaia di anni, ed il suo toponimo già è tutto un programma, per le sue oscillazioni, una volta verso Pimonte, un’altra, ma più spesso, verso Gragnano. La forte pendenza del monte, oltre alla consistenza della sua struttura con forti quantità di argilla, che tende a gonfiarsi nell’assorbire l’acqua piovana fino a saturarsi e a scivolare a valle scorrendo sulle sottostanti superfici calcaree, sono le concause di queste periodiche frane, alle quali si è aggiunto in tempi relativamente recenti, la forte antropizzazione del territorio, direbbero gli esperti, ma che poi vuol dire in parole più semplici, l’attività umana con i suoi insediamenti. E’ ovvio che una dissennata politica di taglio dei boschi, o l’apertura di stradine che solcano un terreno incoerente, o un pascolo selvaggio, e infine gli incendi, hanno alterato pesantemente quello che era già un equilibrio naturale fragilissimo. Appare anche evidente come sia importante investire risorse economiche in montagna, per proteggere la sottostante città, ad esempio rinunciando ai tipi di coltivazione attualmente fatti sulla sommità del monte Pendolo, come i seminativi, piantando o preferendo alberi con grandi e robusti apparati radicali come le guerce, anche se con rese economiche più basse. Consideriamo anche il progressivo abbandono di alcuni mestieri legati alla montagna, come quella dei carbonai che con la loro attività tenevano pulito il sottobosco. Se poi consideriamo che abbiamo per anni trascurato la manutenzione di opere fatte dai nostri antenati con grande saggezza, soprattutto i muretti a secco lungo la via Piano, la pulitura periodica con lo svuotamento delle piccole valli di accumulo delle frane, e che negli ultimi anni abbiamo addirittura chiuso i canali di scolo delle frane stesse con vere e proprie dighe invalicabili, penso alla statale per Agerola nel tratto da via Castellammare fino a Sigliano e alla cortina quasi continua di costruzioni al di sopra della stessa, abbiamo un quadro di come la mano dell’uomo si sia aggiunta a quella già di per sè pesante dovuta alle caratteristiche geomorfologiche della montagna stessa. Questo quadro abbastanza nero ci invita a fare delle considerazioni, la prima delle quali rappresenta uno dei motivi di questo convegno: evitare che si perda la memoria storica delle tragedie del passato. Negli ultimi 70 anni in Campania ci sono state 600 frane, di cui numerose a Gragnano, come vedremo nell’allegato. Non c’è altra spiegazione, se non proprio questa perdita di memoria, se guardiamo alle numerose costruzioni realizzate proprio sotto la montagna, con la tendenza, sotto gli occhi di tutti, a salire sempre più su, quasi a sfidare la montagna stessa. In questa incoscienza siamo comunque in buona compagnia, basta vedere come di stanno coprendo di case gli stessi valloni sconvolti dall’alluvione degli anni ’50 a Salerno e Vietri. Non va dimenticata la tragedia dell’albergo La Selva al quale fu concessa la licenza edilizia proprio sotto un mollicone di terra instabile, tanto da essere denominato il “cucchiaio del diavolo”. Sarebbe quindi auspicabile che tutti gli atti di questo convegno venissero trascritti e distribuiti nelle scuole per far capire ai giovani l’importanza della difesa del territorio, partendo proprio dalla cronistoria, e perché no, anche dalle sue affascinanti vicende geologiche. In questi ultimi anni si è riaperto il grande canale di scolo a Sigliano, chiuso incredibilmente negli scorsi decenni, e non possiamo che esserne soddisfatti, anche se ora va valutato l’impatto a valle, in piazza Paride del Pozzo o nel punto di immissione di una eventuale grande quantità di fango nel torrente Vernotico. Pare che più a valle le sezioni degli scarichi siano molto più modesti. Lasciano anche preoccupati le varie stradine realizzate in anni recenti perpendicolarmente alla montagna, a partire dalla statale per Agerola, quasi dei veri e propri scivoli per eventuali frane, dove queste ultime potrebbero acquistare una maggiore velocità e quindi procurare danni improvvisi gravissimi. Una proposta che si potrebbe avanzare è poi quella di monitorare i punti più a rischio del territorio installando delle centraline di rilevamento degli eventuali scorrimenti del terreno, del tipo di quelli utilizzati anche a Sarno o sullo Stromboli, in modo da allertare con la locale Protezione Civile, gli abitanti dei quartieri sottostanti. Non si tratta di generare allarmismi, ma sappiamo che questi fenomeni si ripetono quasi con cadenza regolare, non ancora statisticamente apprezzabili nella loro frequenza, tali cioè da poter fare delle previsioni, ma da una parte la storia, dall’altra le caratteristiche del monte con cui abbiamo a che fare, ci inducono a ragionevoli pessimismi, per cui nessuno potrà scamparsi le sue responsabilità addebitandole al fato, non potremo cioè dire: non era prevedibile. Un’ultima considerazione si impone. Ogni generazione utilizza il territorio in cui vive quasi fosse di sua totale disponibilità, ovvero sfruttandolo al massimo per un ricavo economico o per una personale esigenza. Bisogna invece capire che abbiamo solo ricevuto in prestito un territorio, e che abbiamo il dovere di custodirlo, utilizzandone certo al massimo le potenzialità economiche, ma senza comprometterlo o distruggerlo. Non possiamo cioè negare lo stesso diritto alle future generazioni.

CRONOLOGIA DEGLI EVENTI FRANOSI A GRAGNANO

mad_Incoronata-La più antica, e forse la più imponente frana di cui ci sia stata tramandata la memoria, è quella avvenuta tra il 650 e il 750 d.C., quando l’importante nucleo abitato di Stabia, rinata dopo l’eruzione del 79 d.C. nella zona che va da via Stagli-Perillo fino all’attuale piazza Trivione, fu sepolta da una colata di fango staccatasi dal monte Pendolo. La frana avvenne dopo un lungo periodo di eruzioni del Vesuvio che avevano accumulato grandi quantità di materiale piroclastico lungo il monte, e che slittarono a valle, forse a seguito di abbondanti piogge. L’alluvione distrusse anche la prima cattedrale cristiana di Stabia che si trovava proprio nella zona, dove aveva esercitato la carica di vescovo anche san Catello, e i superstiti innalzarono in piazza Trivione un ceppo con un teschio in marmo, per ricordare tale luttuoso avvenimento, e tale monumento era ancora presente fino a pochi secoli fa. Per il grande numero di vittime la zona fu poi chiamata “la Morte”.

mad_Incoronata-L’ 8 ottobre del 1540 la zona della “conciaria” subì importanti danni per un movimento franoso.

-Nel 1741 una frana al quartiere Sanzano, che oggi conosciamo come Rosario provoca un morto.

-Nella notte tra il 19 e 20 gennaio 1764 si segnalano almeno 40 morti nella zona Bagnuli e Rosario. La chiesa di Nostra Signora di Loreto viene travolta e irrimediabilmente distrutta.

-Tra il 21 e 22 Gennaio 1841 quattro frane provocano lutti e distruzioni. La prima distrugge la zona detta Mulino delle Capre, proveniente dalla località Suppezza. Altre due frane si staccano dal Belvedere investendo la solita Sanzano, mentre la quarta, la più imponente, investe il quartiere Trivioncello, seppellendolo quasi del tutto e provocando circa 120 morti. Tutta la città rimase paralizzata dalle strade colme di fango, compresa la florida attività dei pastifici, che ospitarono per vari mesi, centinaia di militari accorsi per spalare la melma.

-20 Agosto 1935, si segnalano frane a ridosso del quartiere Rosariello, contrada Tavernola.

-1960, ancora eventi franosi a nord del Rosariello.

-17 febbraio 1963, il centro di Gragnano, in particolare via Pasquale Nastro è invaso da una coltre di fango alta oltre un metro.

-2 gennaio 1971, una frana improvvisa investe in pieno giorno 4 villette e l’Hotel La Selva, si contano solo 6 vittime, ma per puro caso: un corteo nuziale diretto proprio all’Hotel per il pranzo, assiste a poche centinaia di metri alla tragedia.

-23 febbraio 1987, smottamenti bloccano le statali 145 e 366.

-18 dicembre 1992, frana in località Grottolella.

-17 gennaio 1997 almeno 10.000 metri cubi di materiale detritico danno luogo a 5 colate di fango sul versante nord-ovest di monte Pendolo. Oltre ai danni materiali, si registrano fortunatamente solo perdite di bestiame. Non così nella vicina Pozzano dove si registrano vittime.