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2008, ANNO
EUROPEO DEL DIALOGO INTERCULTURALE: LA RIFLESSIONE DEL CARDINALE
TAURAN
Il 2008 è
l'Anno europeo del dialogo interculturale, proclamato dalla Commissione di
Bruxelles all'insegna del motto "Insieme nella diversità". L'iniziativa mira ad
una convivenza armoniosa tra i cittadini europei attraverso la comprensione dei
vantaggi della ricchezza culturale. Il cardinale Jean-Louis Tauran,
presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, ha
sottolineato in proposito che “non c’è cultura senza religione e non c’è
religione senza cultura".
Ma all’interno
di questo dialogo tra le culture come si colloca il dialogo interreligioso?
ascoltiamo il cardinale Tauran R. - Il dialogo interreligioso, evidentemente si
colloca al livello del rapporto fra l’uomo e Dio; dell’uomo che si pone delle
domande sul senso della vita, sul senso della morte, sul senso del male … E’ a
questo livello che si colloca il dialogo interreligioso. Perché? Perché penso
che la fede parla della grandezza dell’uomo, parla di un umanesimo che non
distrugge la cultura, ma che la arricchisce. Nel dialogo interreligioso c’è una
pedagogia che aiuta a prendere coscienza dell’unità del genere umano, della
dignità della persona e che sboccia fatalmente nelle esigenze del perdono e
della conoscenza reciproca.
D. - Il
magistero di Papa Benedetto XVI sul dialogo tra fede e ragione trova una sua
dimensione precisa nell’ambito di dialogo interculturale e interreligioso. Come
si potrebbe riassumere questo incontro? R. - Il Papa ha detto che bisogna avere
il coraggio di aprirsi alla ragione, di non negare la ragione, ma di aprirsi ad
essa. Nella sua lezione di Ratisbona ci ha ricordato che non agire secondo la
ragione, non agire con il Logos, è in contraddizione con la natura di Dio.
Dunque, siamo sempre portati a ritrovare, attraverso questo dialogo fra le
culture e le religioni, il senso del divino. L’uomo non vive solo di pane, ma
vive anche di cultura e di preghiera. E non dobbiamo dimenticare che il
linguaggio delle religioni è la preghiera.
D. - Eminenza,
da un’ottica più ampia e meno contingente, nel mondo di oggi, come sintetizzare
il rapporto tra fede e cultura alla luce delle sfide odierne? R. - In effetti, è
una grande sfida. Il Papa Paolo VI, che era un uomo di grande cultura, direi un
umanista nel senso classico della parola, considerava la separazione fra la
cultura e il Vangelo come il dramma più grande dei nostri tempi. Credo che in
questo senso è stato un profeta. Siamo chiamati a riconciliare cultura e fede e
a fare scoprire ai nostri contemporanei che abbiamo bisogno di credere per
vivere bene. Un uomo che non prega è un uomo mutilato nella sua umanità. Perché
l’uomo è fatto per pregare, per essere in relazione con Dio, per vivere aldilà
delle cose materiali e trovare un senso definitivo a tutte le grandi domande che
si pone. Credo anche che nel dialogo interreligioso è importante sottolineare
che, alla fine, è la preghiera quella che può cambiare il cuore dell’uomo.
Tendiamo a dimenticare che quando un uomo prega, quando si inginocchia, si trova
al suo livello massimo ed è questo particolare momento che dobbiamo cercare di
capire. Le religioni hanno per missione di spingere l’uomo ad agire con
giustizia, ad amare la misericordia, a camminare umilmente con il suo
Dio.
(intervista alla
Radio Vaticana rilasciata il 2 gennaio 2008).
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