PIER PAOLO PASOLINI (in Tempo illustrato, 27 settembre 1974).

Alfonso Di Nola e Paul Arnold sono gli autori di due opere di antropologia religiosa recentemente pubblicate. Il saggio di Di Nola si propone come un autentico modello di curiosità intellettuale e di rigorosa ricerca scientifica.

Di solito le prefazioni dei professori ai loro libri assomigliano molto ai cosiddetti < riti di approccio>, ai <recinti o luoghi sacri> (tanto più che la parola<approccio> è divenuta nelle università molto di moda, metaforicamente, a sostituire le parole <lettura> o<primo esame> dei testi). Si hanno scongiuri contro le eventuali metodologie scorrette, abluzioni in citazioni purificatrici, e tutta una quantità di cerimoniali atti a placare eventuali numi nemici (cioè i colleghi). Sorprende subito l'<introduzione> di Alfonso Di Nola a questa sua <antropologia religiosa> per la sua mancanza di ritualità: lucida, necessaria, essenziale e precisa. Egli disegna la <figura> del suo lavoro senza alcun falso pudore: mentre, in realtà, si tratta di un vero e proprio <Manifesto> che potrebbe addirittura aprire, nel nome, sia pur tutelare, di De Martino e magari di Petazzoni, la <via italiana> alla storia storia delle religioni. Secondo l’autore tale via si configurerebbe in una specie di fusione tra le due scienze distinte costituite appunto dalla <storia delle religioni> e dall'<antropologia>: in modo però che l'<antropologia> abbia una funzione integrante, e, oltre a dare, in questo senso, una serie essenziale di apporti (elencati con grande precisione dal Di Nola), si presenti decisamente a proporre attendibili ipotesi per <i problemi irrisolti che si originano (in una esposizione storica) dalla sistemazione ideografica dei dati>, pur senza trasformare i propri suggerimenti <in interpretazione totalizzante> e senza destorificare i significati storici.

Tra gli apporti dell’antropologia alla storia delle religioni elencati dal Di Nola, vorrei ricordare al lettore almeno il seguente: l’insegnamento antropologico <ha aiutato a vincere e a vanificare la grave tara etnocentrica e culturocentrica> e, nella fattispecie, la < violenza immorale> (in Italia) del neoidealismo e del crocianesimo, che portano alla negazione della comprensione <di ogni uomo (non occidentale) come portatore di diversità e di alienità>.

Il ruolo della filologia classica.

Io però aggiungerei altre due caratteristiche al metodo storico-antropologico di Di Nola: due caratteristiche tecniche: primo, la presenza della <filologia> e in specie della <filologia classica> (cosa a cui i testi dei grandi storici della religione, non ci hanno certo abituati, quasi che le <lingue> non esistessero, e, in specie, non esistessero le <lingue morte> con tutta l’infinità di problemi interpretativi implicati); secondo, la capacità saggistica di fare la storia di una nozione, o di un concetto (come per esempio il rapporto tra rito e rito, nelle successive interpretazioni degli storici). Certo, il grande macchinario messo in moto dal Di Nola porta spesso a conclusioni che un lettore sarebbe disposto ad accettare anche ontologicamente: come succedeva per esempio con la <stilcritica>. Ma tali conclusioni risuonano però, alla fine del lungo <giro>, come costituite, quasi visivamente, da tutti gli infiniti elementi che le compongono. Sono cariche di vitalità conoscitiva. Gli argomenti che Di Nola sceglie – privilegiandoli più che di un metodo monografico, di un senso che <pare> trascenderli, appunto per la loro ipotizzata paradigmaticità antropologica – sono assolutamente originali. Certo, io, nonchè non essere uno specialista, son un ben povero e saltuario lettore di opere di storia delle religioni: tuttavia due argomenti come quello del rapporto tra <oscenità> e <riso>, o quello della <demitizzazione> operata dai primitivi sui propri miti nei riti d’iniziazione, li avevo visti finora accennati. Anzi, per quanto riguarda il primo, non ricordo neppure un accenno, se non come mero dato. Naturalmente, io sono rimasto affascinato da testo del Di Nola (se non altro per il suo continuo originale riferirsi al fenomeno dei <modelli di comportamento> o <patterns>: fenomeno che mi interessa, in questo momento, proprio come fenomeno attuale, cioè la <sostituzione> dei modelli di una <civiltà dei consumi> agli antichi modelli, validi fino a pochi anni fa, di una <civiltà del risparmio>). Ma non credo che nessun lettore possa resistere, per una ragione o per l’altra, al fascino di queste pagine. E non ultima ragione è appunto il fatto che è sempre ben chiara la loro accanita attendibilità scientifica. Non sono certo frequenti in Italia studiosi del valore di Di Nola. Privo di ogni scientificità è invece il libro di Paul Arnold (romanziere e uomo di teatro) sulla religione giapponese. Paul Arnold è infatti un buddista. Quindi la sua ottica è quella di un iniziato occidentale che interroga e adula i suoi nuovi maestri orientali. Stendiamo un velo sulla goffaggine e addirittura sul ridicolo con cui il nostro vecchio europeo fa i suoi devoti pellegrinaggi ai vari monasteri, e si applica, per qualche giorno, ai loro esotici <esercizi spirituali>. Ciò che, a proposito del pensiero buddista, nelle sue varie sette e chiese, veniamo a sapere è pressappoco a livello di un <badoeker> tra enciclopedico e spiritualista, cioè tutta una serie di luoghi comuni. Non risulta nemmeno chiaro in cosa consista il rapporto dell’autore con tale pensiero: si direbbe, aihmè, bene o male, che siamo a un livello turistico. Perchè dunque mi occupo di questo libro? Perchè bene o male, il suo autore è uno scrittore: e il suo racconto non è un semplice resoconto giornalistico attraverso cui non si vede nulla. Paul Arnold è in grado di <rappresentare> ciò che descrive. E poichè ciò che egli descrive, e quindi <rappresenta>, è qualcosa di assolutamente originale, ecco che il lettore non può non restarne in qualche modo affascinato. Egli può entrare fisicamente dentro i monasteri <zen>, per esempio, e assistere particolareggiatamente a ciò che vi accade e come ci si comporta : non solo, ma quasi a sentirne e ad annusare l’atmosfera. Anche le cerimonie (quelle appunto di cui parla Di Nola, caricandole di senso) appaiono molto nitidamente ai nostri occhi, nelle pagine del buon Arnold. In alcuni momenti la sensazione di essere lì è lancinante (per esempio nelle prime pagine che descrivono la visita al convento di Ossoresan). Il merito non è tanto dello stile di Paul Arnold,che ripeto, è molto modesto. Il merito è della materia: basta appena saperla un pò descrivere, ed essa, in virtù della propria forza naturale, esplode visionariamente. Limitandosi a descrivere fenomeni di <sciamanesimo>, oppure fenomeni rituali <zen>, il nostro autore fa in conclusione dell’antropologia: antropologia irrelata, in quanto meramente descritta. Ma non per questo meno efficace.

La religione in quanto gioco.

Si ha l’impressione che l’Arnold viva, nel mondo che descrive con tanta precisione , e ormai, confidenza, in un’estrema inquietudine. La quale – con il ridicolo cui ho già accennato- si trova in sintonia col comportamento <sacro> zen. Il Di Nola accenna appena, sebbene con grande efficacia, al momento ludico della religione: della religione in quanto <gioco> (che è indubbiamente per noi, il suo momento più sublime). Non resisto alla tentazione di ricordare al lettore quella specie di grossolano santone zen che è il ciarlatano (?) Semjon Jakovlevic, nei <Demoni> di Dostoevskij: e il suo comportamento inspiegabile, capriccioso, teppisticamente <derisorio>. E naturalmente il suo <gefirismo> finale, quel <va a farti f….> gridato a una signora che è lì per ragioni mondane: <gefirismo>  che naturalmente genera riso. Riso, come sempre, sacro. Anzi, doppiamente sacro: in quanto alla funzione aggressiva, rivitalizzante, risolutrice di crisi, del <linguaggio osceno> si sovrappone in  questo caso una funzione analoga del <linguaggio poetico>.

  • Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa, Saggi Vallecchi, pag. 287, lire 3.900.
  • Paul Arnol, Viaggio fra i mistici del Giappone, Rusconi editore, pag. 186, lire 3.600.

(Articolo inviato dal prof. Ireneo Bellotta).