Il Mattino DEL 22 DICEMBRE 1984 di Alfonso Maria  Di  Nola.

Paradiso dei diavoli, il blasone, studiato da Croce e da Galasso, che ricorre spesso negli scrittori del XVII secolo come giudizio emblematico su Napoli, in tutta la sua polivalenza di significati e la sua ambiguità, esprime, meglio che ogni altro richiamo, gli anni densi e sanguigni del vicereame seicentesco, nell’arco temporale che corre fra don Francisco de Castro, investito della carica nel 1601, e il marchese di Villena, che nel 1707 vide passare il governo vicereale nelle mani degli austriaci. E’ un periodo durante il quale la città e il regno soggiacciono agli umori e ai caratteri continuamente varianti dei dominatori spagnoli, con il mutamento affannante di una serie di ventiquattro vicerè dei quali soltanto il Benavides raggiunge gli otto anni di reggimento della carica. E sono personaggi di diversa qualità umana, che soltanto la lettura retrospettiva di un’epoca confonde, unificandoli, nel limbo puramente nominale del nostro XVII secolo cronologicamente periodato. Abissi caratteriali e, conseguentemente, influenze diverse e talvolta opposte sulle vicende della città, sul costume, sui destini delle plebi e dell’aristocrazia, sono, per esempio, fra il cardinale Zapata, trucemente duro nella repressione dei moti popolari, e il marchese di Los Velez, vicerè fra il 1675 e il 1683, una figura che le cronache ridicolizzano, basso e grasso, gran bevitore del vernotico di Nola, carico di acciacchi, che , soffrendo di sudorazioni maleolenti, avanzava nei cortei e nelle processioni accompagnato da un nano, pronto a porgergli i fazzoletti da una busta, perchè si detergesse la fronte e il collo. Un vicerè, il Velez, che, con la sua esibitoria devozione alla Madonna del Carmine e con la frequentazione di donnine di costumi facili, dalle quali si ebbe un male vergognoso, esprime anche la devota carnalità o la devozionalità profanata e grassa che ricorre frequentemente nel costume spagnolesco importato presso di noi.

Paradiso dei diavoli si fa Napoli, proprio perchè in questo secolo gli antichi e rimpianti splendori dell’età aragonese, risognati come idillica e, forse, falsata immagine di benessere e di buongoverno, divengono un paradiso opposto alla presente diavoleria del disordine anagrafico e urbanistico e del governo umorale e incostante, delle guerre, delle carestie, delle pesti e delle rivolte.

La città era esplosa nella sua crescita sconnessa, cui invano i provvedimenti vicereali tentavano di porre freno. Le case che, per l’uso del tufo duro e leggero si levavano a piani molto alti, invadevano le residue oasi di verde e quelle zone semiforestali che ancora nel secolo precedente erano orti e giardini. Il Toledo, per esempio, con l’apertura della grande arteria che porta, per i veri napoletani, tuttora il suo nome, aveva ingoiato gli orti del Biancomangiare, inglobandoli nell’attuale Pignasecca, e a Portalba, aperta nel 1625 dal duca d’Alba, restava soltanto la memoria delle coltivazioni di carrube legate all’antica denominazione di Sciuscella o Porta Sciuscella che a Napoli continuò ad essere usata. Zone di verde, poi delittuosamente distrutte nei posteriori sviluppi urbanistici, erano i prati e i giardini di Poggioreale, fuori delle porte, con la imponente reggia costruita dagli Aragonesi, poi frequentata, prima del definitivo settecentesco decadimento, dai vicerè e dalla loro corte, resa più facilmente accessibile dal grande viale aperto dal duca d’Alcalà, alberato e arricchito di fontane dal vicerè Benavente nel 1604. Verde extraurbano era, evidentemente , il Vomero e parte della collina di Posillipo, ma già le antiche mura erano divenute un limite soltanto apparente della città vecchia, se fra il 1634 e il 1647, grazie anche all’intervento di speculatori e mercanti genovesi, si propone l’inglobamento dei suburbi nel piano urbano, con il rischio, evitato dalla diversa volontà vicereale, di inquinare maggiormente, per il parallelo inglobamento delle popolazioni contadine, la già pesante situazione demografica.

Certo è che in questa tensione di crescita che percorre tutto il secolo, opera in modo determinante l’ambizione vicereale: i dominatori spagnoli placano concorrenzialmente la loro sete di grandezza anche con la costruzione di strade, palazzi fastosi, ponti, passaggi, archi, porte nel tessuto antico di Napoli e nelle province. Il Medina, per ricordare qualche esempio, restaura Sant’Elmo, apre la strada di Sant’Antonio a Posillipo con la conseguente trasformazione di un residuo territorio rurale in zona semiurbana, costruisce il palazzo Medina alla riviera di Posillipo, lascia a sua memoria la Porta Medina. Il duca d’Alba, oltre alla porta a lui dedicata, ricostruisce la Torre del Molo e, con un’impresa notevole, porta a Napoli l’acqua da Sant’Agata e da Airola. Ma già nel governo precedente del Pimentel Fonseca, era stata aperta la strada fra il Palazzo reale e Santa Lucia ed era stato costruito il ponte di Chiaia, a congiungimento  delle due collinette presenti nella zona. E tuttavia premevano, come ora, i problemi dell’inadeguatezza di molti edifici alle nuove esigenze. Precursori degli attuali loro colleghi in queste angosce degli spazi erano certamente, sotto Fernàndez de Castro, i professori universitari, che per la carenza di aule, furono costretti a tenere le loro lezioni in tre stanzette del cortile di San Domenico Maggiore, afflitti dall’ossessivo suono delle campane e campanelle dei frati. Così che il vicerè fece provvedere ad un ampliamento dell’antica sede fuori Porta Costantinopoli codificando, inoltre, nel 1616, il rituale teatrale delle dignità accademiche; e certo impressionò popolani e studenti la sussiegosa scenografia delle zimarre in bianco e nero dei teologi, in azzurro e giallo dei filosofi, in verde e rosso dei canonisti.

Protagonista delle strade di una città già allora di difficile vivibilità restava una plebe ora violenta, ora servile, desiderosa di mutamenti ma anche pronta a riaddormentarsi nelle ricorrenti restaurazioni di condizioni precedenti negate e respinte. Così che resta da prendere in seria considerazione il giudizio che di queste folle dava, con durezza forse eccessiva, il Giannone:” Non vi è popolo delle libertà più cupido dei Napoletani, e che altresì men capace ne sia, mobile ne’ costumi, incostante negli affetti, volubile ne’ pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni o troppo teme o troppo spera l’avvenire”. Non a caso la metà del secolo è segnata da una rivoluzione reazionaria e velleitaria, quella di Masaniello,<<uomo vilissimo che serviva ad un venditore di pesce a vendere cartocci a’ compratori per riporvelo>>, (è sempre il Giannone), dissoluto e prepotente, ma anche ricco di naturale abilità, furbizia e intelligenza, come è nella definitiva diagnosi di Michelangelo Schipa. Era una plebe reazionaria che nel ‘600 ancora celebrava il ludo aggressivo delle sassaiole o “pretiate”, spesso cruente, fra rioni alla via Arenaccia, corrispondente all’attuale tratto superiore di via Garibaldi, che prese il suo nome dai depositi di arena che vi si ammassavano dopo le pioggie diluvianti. Era la stessa folla che si gratificava e si esaltava nella frequenza delle feste organizzate dai potenti e dai nobili e che allora già si costituiva in quella mentalità della dipendenza clientelare che fu ostacolo alla crescita della civile coscienza nel nostro paese meridionale. Ammirazione per la sontuosità e lo sperpero spagnoleschi e disposizione a subirne la violenza corruttrice. In un carnevale celebre, organizzato dalla corte del vicerè d’Ossuna nel febbraio 1617, i popolani sbarrano gli occhi di fronte alla “grandeza” cui sono ammessi e si incantano per la grande mascherata del mercato, dove sfilano dodici carri tirati ciascuno da sei cavalli e, in ognuno, botti di vino, castrati, vitelle e maiali vivi, prosciutti, caciocavalli, polli, mentre il vicerè, vestito da turco, precede un corteo di duecento cavalieri mascherati e al Carmine sfilano, dinanzi al palco, trecento uomini seminudi spalmati di pece, cui erano incollate penne bianche. Sottomissione alla suggestione del potere fino al punto di essere saziati, nelle proprie esigenze, dalla sola esibizione della opulenza delle classi dominanti e che comprensibile e spiegabile in rapporto alla durezza delle condizioni economiche e di tutta la vita. L’età spagnolesca è, infatti, dominata, salvo periodi di distensione troppo  brevi, da carestie, invasioni e terremoti che ingenerano, nelle folle, un’immagine tragica del tempo, una frequente rinunzia ad agire e un affidamento alienante ai due piani della santità celeste e di quella terrena. E l’inattendibile clichè della matrice naturalistica e deterministica dell’indolenza e della passività meridionale, presente, del resto, in tutti Meridioni, in quello provenzale da parte della Francia settentrionale, in quello spagnolo nel giudizio dato dei Sivigliani e sui Toledani, va forse riletto in una chiave di rigorosa storicità: giacchè codesto nostro conclamato addormentamento nella rinunzia a civili passioni e a impegnate costruzioni del reale, ove mai sia credibile (e molti sono i dubbi a proposito, giacchè fannulloni se ne trovano dappertutto), sembra nascere non già da una natura incantatrice, ma da una precisa dinamica dei rapporti fra uomo e potere, uomo e struttura economica, quale si cela nell’esperienza del secolo XVII. Eventi storici e naturali negativi si insinuano in una situazione di folle indifese economicamente , imprigionate in una struttura colonialistica e ancora feudale, e originano una mentalità tipica, poi trasformata in condanna e in colpa.