SABATO 13 OTTOBRE  2007 – BIBLIOTECA COMUNALE – GRAGNANO

10° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ALFONSO MARIA DI NOLA

 

Si è svolto sabato 13 ottobre 2007 nella Biblioteca comunale di Gragnano il IV Convegno di Antropologia in onore di Alfonso Maria Di Nola, quest’anno importante anche per la coincidenza del decimo anniversario della scomparsa avvenuta a Roma il 17 febbraio 1997.
La direttrice della Biblioteca ha letto il messaggio del presidente dell’Associazione Giuseppe Di Massa, assente perchè all’estero per motivi di lavoro. Il prof. Salvatore Ferraro ha letto il messaggio augurale del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il convegno era diviso in due fasi. La prima era in ricordo dell’Antropologo Di Nola ed è stato svolto con interventi dei proff. Giovanni Pizza, Maddalena De Leo, Manlio Tieri Adiletta (quest’ultimo via email), allievi di Di Nola dal prof. Giuseppe Fienga che ha conosciuto personalmente il Di Nola.

La seconda parte ha visto la partecipazione di docenti locali che hanno fatto il punto sulle credenze popolari ancora presenti sul territorio, anche se ormai palesemente superstizioni e frutto di fantasia e ignoranza. Vi hanno partecipato i proff. Luigi Ferraro, Carlo Del Gaudio, Gerardo Sorrentino, Vincenzo Liguori, e Salvatore Ferraro che ha illustrato la traduzione dal latino maccheronico di un libretto ottocentesco in cui si parla di apparizioni di streghe a Gragnano.
E’ anche intervenuto il prof. don Antonio Cioffi, delegato Arcivescovile per la Cultura e i beni Culturali. Grande la partecipazione dei giovani, ed è su questo cardine che insisteremo per andare avanti col nostro messaggio culturale.

 

Documenti:

Telegramma del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Giuseppe Di Massa
Presidente del Centro di Cultura e Storia di Gragnano e Monti Lattari
Alfonso Maria Di Nola
Via Forchetelle 6
80054 Gragnano

In occasione del quarto convegno di antropologia, intitolato ad Alfonso Maria Di Nola nel decimo anniversario della sua scomparsa, il Presidente della Repubblica esprime apprezzamento al Centro di Cultura e Storia di Gragnano per il valore culturale e civile dell’evento.
Spirito laico animato da una forte passione civile, Di Nola ha dedicato la sua vita alla storia delle religioni e all’antropologia culturale, ispirando la sua ricerca al tentativo di inserire e comprendere i fenomeni religiosi nell’ambito delle culture, ideali e materiali, delle società antiche e moderne.
In questo spirito il Capo dello Stato rivolge a Lei, Egregio Presidente, ai relatori e a tutti i presenti un cordiale saluto augurale, cui unisco il mio personale.
Donato Marra
Segretario Generale Presidenza Repubblica

Mittente:
Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica
Palazzo del Quirinale
00187 Roma

09/10/07

Un Maestro di vita: Ricordo di Alfonso Maria Di Nola

di Maddalena De Leo
Mio caro Professore,
ho appreso oggi della Sua morte, dal video e quasi per caso.
Che tristezza sentire che uno studioso come Lei non è più fra noi in questo mondo ad osservare i comportamenti strani e spesso balordi di noi poveri uomini.
Apprendere la Sua dipartita, Professore Alfonso Di Nola, Lei che era sempre così impegnato fra studi, pubblicazioni ed interventi televisivi, ha lasciato un vuoto profondo nell’animo di chi come me è stato parecchi anni or sono Suo studente a Napoli persso l’Istituto Universitario Orientale perché, anche se il tempo e le vicissitudini quotidiane hanno allontanato quegli anni ‘giovani’ della nostra vita, essi ci vengono poi riproposti, spesso in maniera brutale, come in questo caso dinanzi ad una tale notizia.
Dopo un primo momento di sbigottimento ho richiamato alla memoria i ricordi più belli che avevo di Lei ed inevitabilmente ho ricordato i miei vent’anni, quando ancora ingenua ragazzina mi accostavo all’Università con una gran voglia di vivere e scoprire il mondo.
Al primo anno l’esame di Storia delle Religioni, un po’ dietro consiglio di altri studenti, un po’ per autentico interesse per questa branca della cultura. Poi le lezioni tenute da Lei, Professore, maestro del sapere partenopeo che sapeva calamitare l’attenzione di tanti giovani con discorsi ed esempi sempre nuovi su argomenti di antropologia che apparentemente sembravano scontati. Sempre affollatissimo era infatti il Suo corso, anche se la lezione si teneva di sabato ed io, come tanti altri studenti, viaggiavamo in treno da lontano, aggiungendo un giorno in più al nostro pendolariato quotidiano pur di ascoltare le Sue interessanti parole.
Ricordo anche che poi, una volta terminata la ‘nostra’ mattinata accademica, io e Lei ci ritrovavamo in stazione in attesa del rispettivo treno ed io La sbirciavo con curiosità, da lontano, senza che Lei potesse accorgersi di me visto che non mi conosceva.
Quando poi Lei, Professore, organizzò il viaggio in Abruzzo nel paesino di Cocullo, della cui festa annuale noi studenti dovevamo studiare il rito, io La seguii, anche se ‘in proprio’, riportando così una delle più belle esperienze della mia allora giovane vita.
Sì, una giornata di maggio indimenticabile, una immersione completa in quella cultura che Lei tanto egregiamente aveva definito ‘subalterna’ e che in quella maniera così diretta ci invitava a scoprire.
Poi, in autunno, l’esame: che emozione, anche da parte Sua, quando Le mostrai la bustina con la terra raccolta in primavera a Cocullo, prova incofutabile della mia presenza alla festa dei serpari. Meritai la Sua lode ma in quel momento mi colpì soprattutto la Sua umanità semplice e priva di sovrastrutture accademiche.
E non finì lì: durante il mio corso universitario, brillante e brevissimo, ritornai talvolta ad ascoltarLa incantata e per anni ho poi seguito sui media quella che era l’informazione più superficiale sulla Sua vita, spesso acquistando un Suo libro e notando Suoi articoli sui principali quotidiani nazionali sino ad arrivare alla notizia appresa oggi che, in un certo senso spezza dopo tanti anni quel filo invisibile che mi legava ancora attraverso Lei ai primi anni dell’Università.
Vorrei dirLe adesso grazie per ciò che ha dato a noi studenti d’allora che, ormai quasi tutti insegnanti a nostra volta, abbiamo ancora Lei come punto di riferimento nel contatto quotidiano con gli alunni.
Non solo come esperto di storia dell’ebraismo e di religioni, Lei rimarrà nel nostro e nel mio ricordo per sempre un maestro di vita.

Febbraio 1997

Piccoli Ricordi Di Un Grande Maestro
di Manlio Tieri Adiletta La prima volta che sentii parlare di Alfonso M. Di Nola fu probabilmente nell’inverno del 1984. Ero giovane, allora, di anni 23 ed ero studente di lingue presso L’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ricordo che quando lo ascoltai parlare durante una delle sue celebri lezioni di Storia delle Religioni in una auletta quella volta eccezionalmente non affollata per l’occasione, mi sembrò essere molto presuntuoso. Con tono sicuro di sé derise Socrate, un intoccabile per me in quel periodo, parlandone come se si fosse trattato di un impostore. Non sapevo, allora, che, Di Nola, pur conoscendola profondamente, non amava affatto la filosofia, da lui ritenuta una pura masturbazione mentale spesso lontana da una concreta comprensione della realtà umana. Per essa c’era l’antropologia. L’ antropologia religiosa era poi ciò che di più lo appassionava poiché – come ebbe a dirmi durante uno dei tanti incontri in trattoria dove, considerata la mia condizione di studentello squattrinato, mi obbligava a seguirlo pagandomi sempre il pranzo – l’indagine antropologica del fatto religioso lo metteva di fronte a tutto ciò che di più drammatico l’uomo potesse vivere quale, per esempio, l’incontro con la morte. Non ero ancora divenuto amico di Di Nola quando feci il mio primo esame di Storia delle Religioni. Ad esaminarmi non fu lui, del resto, ma uno dei suoi giovanissimi assistenti, che, di li a poco, mi avrebbe in un certo senso presentato a Di Nola. Questo fu l’inizio della nostra breve amicizia. Con Di Nola feci in seguito altri due esami : Religioni e Filosofie dell’Estremo Oriente e Storia delle Religioni 2. Ma fu solo dopo il secondo esame che cominciai a chiamarlo per nome e non più Professore. Ho saputo della sua scomparsa avvenuta il 17 febbraio 1997 alla televisione. Ciò che mi ha particolarmente colpito delle cose dette sul suo conto è stata la notizia secondo la quale, seguendo la sua volontà testamentaria, per i suoi funerali egli non abbia voluto nessuna cerimonia di tipo religioso. Grande coerenza da parte di uno dei nostri più grandi storici delle religioni che amava definirsi, come spesso mi diceva, “un ateo religioso”. “Un ateo – diceva Di Nola – è qualcuno che cerca un amico che non trova, ma cerca”. Un uomo che conosceva a fondo le religioni più di qualsiasi massimo teologo del Vaticano e che sapeva fino in fondo cosa significasse essere atei : ricondurre l’uomo all’uomo mettendolo di fronte alle proprie responsabilità e cercare nell’uomo la spiegazione del divino. Di Nola era dunque lontano da qualsiasi concezione trascendentale. Ciò non lo impediva di essere estremamente rispettoso delle religioni e di essere a suo modo “religioso”. Ho avuto modo di osservarlo intensamente durante la festa di San Domenico di Cocullo in Abruzzo mentre parlava con i suoi contadini o mentre, avvertendo il pathos del canto di connubio dal Santo, entrava in uno stato di profonda riflessione interiore per nulla esente da un intimo e quasi drammatico coinvolgimento interiore rispettoso della sofferenza umana esistente nel mondo delle culture subalterne. Di Nola era per metà di origine ebraica e sua nonna gli aveva insegnato l’ebraico quand’egli era ancora bambino. Il padre, possessore di una biblioteca da sogno “leopardiano”, gli leggeva Voltaire direttamente in francese. Il liceo, Di Nola lo frequentò a Castellammare. Ma non s’era poi mai laureato pur essendo giunto alla fine del corso di laurea in legge. Uno spiacevolissimo episodio accadutogli col futuro Presidente della Repubblica, G. Leone, lo spinse ad abbandonare questi studi. Di Nola mi raccontò che, in sede d’esame, dopo essere stato trattato assai ingiustamente dal prof. Leone, si alzò in piedi dicendogli le testuali parole : “le sputo in faccia e d’ora in poi non metterò più piede in questo posto”. S’era poi iscritto a medicina e successivamente a lettere senza mai arrivare alla laurea. Pertanto, Di Nola, era giunto ad essere, come scrive Ambrogio Donini nel 1991, il massimo etnologo italiano vivente. Professore di storia delle religioni, incaricato di storia delle tradizioni popolari, supplente di religioni e filosofie dell’estremo oriente, docente di antropologia culturale e di psichiatria transculturale, tutto questo senza essere laureato. Insegnò all’università di Arezzo, All’Istituto Universitario Orientale di Napoli, al II Policlinico di Napoli e alla II Università di Roma. Una volta egli mi disse che, come per Benedetto Croce, era stato insignito di una laurea per Chiarafama. Gli resi visita nella sua casa romana per due volte. E per ben due volte l’ho seguito a Cocullo a far ricerca sul campo. Della mia visita a casa sua a Roma serbo un ricordo vivissimo, di quelli che un giovine di 23 anni non può che ritenere eccezionale data la statura e la personalità di Di Nola. La sua abitazione romana era praticamente tappezzata di libri. I libri costituivano la tappezzeria dell’80% delle pareti del suo appartamento. Libri antichi, antichissimi, introvabili, rari, enciclopedie, dizionari d’ogni tipo, libri “spazzatura”, libri in greco, russo, tedesco, francese, spagnolo, ebraico, inglese, latino, almeno quante erano le lingue che meglio maneggiava e il cui numero superava quello delle citate. Per Alfonso, del resto, io ero quello che studiava il macedone, e questa lingua l’incuriosiva molto. Questo fatto dovette incuriosirlo talmente che, anche dopo anni che non lo frequentavo più, durante una telefonata che gli feci in occasione dell’occupazione dell’Orientale nel ’90, io restavo quello che avrebbe potuto fare una tesi in macedone. Se una persona non è riuscita a dar fastidio in vita, ci riuscirà ancor di meno da morto. Ma se da vivo c’è riuscito, continuerà, forse, a dar fastidio anche da morto. Alfonso, schierandosi dalla parte dei deboli, degli operai, dei contadini, ha saputo dar fastidio a chiunque abbia favorito lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Testimoniando ciò continuerà a difenderci dalla menzogna. Delle diecimila colonne che compongono la celebre Enciclopedia delle Religioni edita dalla Vallecchi negli anni ’70, sappiamo che il 90% sono state scritte da Alfonso. Ricordo con quale orgoglio egli ci raccontò dello stupore provato da Eliade nel sapere che uno storico delle religioni italiano avesse quasi da solo redatto un’intera enciclopedia delle religioni, la cui importanza veniva unanimemente accettata, scrivendo una tale quantità di colonne da risultare l’unico al mondo che abbia mai scritto tanto in una enciclopedia delle religioni. Eliade volle conoscere Di Nola. E tra i due nacque anche un periodo di collaborazione da Alfonso interrotto quando venne a conoscenza dell’attività antisemita dello studioso di origine rumena. Sembra che Alfonso di tanto in tanto soffrisse di malinconia. Il suo proverbiale ateismo, infatti, non gli impediva di pregare nei momenti di profonda tristezza . Credo sia stato Gennaro, il più simpatico del gruppo di Alfonso, a raccontarmi quando, nell’anniversario della morte di un caro avvenuta in un campo di concentramento, lo trovarono, chino a pregare in ebraico, col copricapo tipico degli ebrei, preso da grande dolore. Il ricorso alla preghiera, quale unico mezzo per soccombere alla tristissima sofferenza dell’anima, gli era tanto necessario quanto più se ne allontanava considerato il suo ateismo. Quando veniva a Napoli per le sue lezioni all’Orientale evitava sempre di restare in albergo. Diceva di aver bisogno di ritrovare a casa qualcuno che lo aspettasse. Aveva bisogno, come naturalmente tutti noi, dei suoi affetti domestici. Sembrava volesse evitare del tutto la possibilità di passare la notte da solo in un posto non familiare e, per giunta, senza un libro amico. La passione per i libri, nata nell’antica e ricca biblioteca paterna, lo portò a leggere praticamente di tutto. A sedici anni, Alfonso si sentiva poeta. Risalgono a quest’età le poesie che pubblicherà successivamente e che costituiranno il suo primo libro. Tra i suoi poeti preferiti vi erano Rimbaud e Baudelaire. Ciò che mi portava a volergli naturalmente bene era quella sua maniera di mettersi a nudo. Durante la mia prima visita romana, tra le tante cose dette, mi parlò anche della sua amicizia con Pasolini. Lo scrittore friulano gli rendeva visita con una certa regolarità. Durante l’ultimo periodo della sua vita, Alfonso mi disse che aveva avuto la sensazione che questi avesse voluto morire. Di quest’uomo mi disse che era una persona di grande pudore e che amava molto mantenersi in forma. C’era fra i due una stima reciproca. Pasolini gli dedicò una recensione memorabile di Antropologia religiosa. Lessi questa recensione che naturalmente Alfonso conservava. Tutta la conoscenza che Alfonso aveva acquisito gli era così propria, faceva così parte di sé e gli veniva fuori in modo così naturale – era come se fosse stata una sua seconda natura – da darti la sensazione di esser nato già sapiente. E’ questa, forse, la natura del genio.
La cultura subalterna: la magia

di Luigi Ferraro
Alfonso Maria Di Nola, a dieci anni dalla sua dipartita non merita una funebre commemorazione, ma un approfondimento critico circa la sua personalità di studioso di antropologia. Le sue caratteristiche culturali trattano degli usi, costumi e credenze popolari dell’umanità. Egli da una antropologia politica suggerita dalle peculiari condizioni del mondo operaio gragnanese passava a quella economica per approdare a quella religiosa. Per quanto io possa ricordare di lui circa le discussioni che la sua posizione politica-religiosa suscitava nel clero di Gragnano e nel Circolo Cattolico guidato dal Rev. Don Alfredo Vitiello, dichiaro che egli aveva una cultura pluridisciplinare di rilievo, che metteva a confronto col nostro modo di vivere a lui contemporaneo. A noi cattolici di Gragnano interessava conoscere la posizione della sua fede, data la sua militanza nel comunismo allora scomunicato (fino all’avvento di Giovanni XXIII). So che abitava in Via Vittorio Veneto in Piazza Aubry. Il nostro Don Alfredo, di felice memoria, lo incontrava presso il suo studio e ci riferiva sui dialoghi avuti con lui. Nella concezione popolare il Di Nola passava come ateo; ma in realtà da quanto riuscivo a sapere, mi ero fatto il concetto che era solo un ricercatore che forse sbagliava la strada per trovare Dio. In realtà lo cercava fuori dagli schemi del capitalismo feudale. Pensavo che era già molto importante che Lo cercasse. Il suo intento era quello di superare quella concezione volgare, che, per ragioni storiche, politiche o in qualche modo interessata, non si sapeva e non si riusciva a presentare il vero volto di Dio. Appena tentai di palesare queste mie idee all’interno del Circolo, fui cacciato fuori con un manifesto affisso alla porta: “Fuori D. Ferraro con tutti i suoi adepti…” (c’è ancora chi si ricorda a memoria tutto il manifesto). Mi meravigliai molto dell’accaduto, soprattutto in considerazione del rinnovamento della Chiesa per mezzo del Concilio. Vedevo che si continuava a chiacchierare sull’ateismo di Alfonso Maria di Nola, che talvolta qualcuno diceva essere ateo-religioso (!?). Egli rigettava solo quel dio che serviva per assoggettare gli altri simili, il popolo… e i deboli.

Quanto alla figura di Gesù e del suo Vangelo, che il nostro affermatissimo antropologo conosceva a meraviglia in greco e in latino, distingueva fra tempo dell’annuncio, in cui la sua parola trascinava il popolo; tempo apostolico, in cui si testimoniava la sua figura con la vita ed erano tutti uniti; e Cristianesimo successivo con inizio da Costantino in poi, in cui il potere sui beni materiali divideva gli animi. La sua ricerca verteva sui Vangeli, sui loghia, sui primi Padri della Chiesa e soprattutto su Clemente Alessandrino, su Origene e su San Girolamo. Costruiva fra di essi frequenti paralleli alla luce delle scoperte di Nag Hamadi, frammenti di papiri e Vangeli apocrifi (secondo gli ebrei, gli Ebioniti, gli Egiziani, secondo Tommaso, dei Manichei, Agrapha patristici e musulmani), che più tardi pubblicherà (cfr. di NOLA, Gesù segreto – Roma 1989). Osservava che già ai tempi della sua predicazione la figura di Gesù veniva insabbiata con false accuse e che la sua dottrina nel periodo apostolico era spesso stravolta o snaturata dalle nuove ideologie gnostiche e giudaiche. Egli riusciva ad estrarne, in maniera cosciente, un’immagine consueta, divina ed umana così come viene presentata dai Vangeli Canonici. Anzi afferma che “nulla si è aggiunto agli schemi redazionali del Canone”.

A conclusione di questa puntualizzazione introduttiva, devo dire che come le varie correnti gnostiche e giudaiche cristiane non fecero altro che mettere in maggiore evidenza il Canone ed i suoi contenuti, così la cultura subalterna della magia, che mi accingo a trattare nei suoi fenomeni concreti della vita quotidiana, non fa altro che affermare il bisogno dell’uomo del soprannaturale, anche se lo mette in pratica nel suo quotidiano in maniera misteriosa e sbagliata.


Preambolo alla magia

Nell’approfondire lo studio delle “Erbe medicinali dei Monti Lattari” di cui è pronto il testo, mi sono trovato spesso a dover chiedere notizie agli abitanti del posto, circa alcune proprietà terapeutiche di questa o quella pianta officinale, che già gli antichi hanno tramandata come magica. La stessa parola magia evocava nei loro pensieri un qualcosa di demoniaco, da tenere segreto per non scatenarne le forze occulte. Lo stormire delle foglie nelle profonde gole dei monti, l’ululato del vento, lo scoppio improvviso di un tuono, il saettare di un fulmine, li faceva gridare Santa Barbara! Alcuni accendevano la candela della candelora, altri esponevano sul davanzale della finestra l’olio di Sant’Antonio. Atterriti dicevano: ’o riavolo s’è scatenato! Per molti la magia è la maga che legge la mano, fa la fattura e toglie il malocchio, da loro dettol’uocchie sicco, ’o maluocchie.

Ma per la cultura di oggi, per i docenti e per i discenti, per l’uomo di media cultura e per chi vive in città, che cos’è la magia?


La magia

Magia deriva dal greco maghèia ed indicava primitivamente l’oscura forza della religione, più tardi la potenza dei riti in funzione divinatoria, guaritoria ed anche fattucchiera. Con l’ellenismo si diffuse rapidamente perché il mondo era assetato di cose esotiche, nuove, curiose e occulte. Giunta a Roma fu bollata come malefica e fu detta maleficium perché metteva in crisi la società organizzata, per lo stesso motivo la condannò anche il Cristianesimo. In realtà essa si avvaleva della fattucchieria che violava la libertà personale altrui, dell’acquisizione di poteri extraumani comprese le guarigioni, della divinazione per cui dominare la natura diventa una facoltà intellettuale: gli umanisti abbandonarono la magia condannata dai romani e si volsero a quella greca tanto che se ne fondò a Firenze un’apposita accademia, detta platonica. Si distinse la magia nera col diretto intervento del demonio e quella bianca impiegando poteri magnetici umani.

Quanto al demonio, occorre dire che nella credenza antica e popolare era l’insieme di esseri spirituali malefici sospettati di produrre i malanni degli uomini. Nacquero precisi riti liberatori e pratiche mediche idonee perché a ogni malattia corrispondeva l’azione di uno spirito maligno.

Che cosa dice la Bibbia?

1 – Nell’Antico Testamento si ammetteva la loro esistenza nei luoghi brulli e deserti. Si ricorda Lilit, demone notturno (Is 34,14); Azazel, a cui si offriva il capro carico di peccati (Lev 16,10); l’Angelo sterminatore (Es 12,13; 2 Sam 24,16; 2Re 19,35); Asmodeo (Tob 3,8; 6, 14). I pagani offrivano loro anche dei sacrifici. Quando Israele abbandona il vero Dio si volge a questi demoni (Deut 13,3; 32,17) e offre sacrifici umani (Sal 106,37). Si volge ai Satiri (Lev 17,7); si parla di angeli ribelli contro cui c’è Michele (Dan 10,13). Sorsero poi gli esorcismi (Tob 6,8; Mt 12,27).

2 – Nel Nuovo Testamento Gesù affronta Satana, i demoni, gli spiriti maligni e li vince (Mc 1,23; 5,1-20; 7,25-30; 9,14-23; Mt 12,22; Lc 8,2; Mt 17,15). Gli esorcismi si fanno nel nome di Gesù (Mt 7,22; Mc 9,38); Potere dato ai discepoli (Mc 6,7; Lc 10, 17-20; Mc 16,17).

Di altra natura è la magia.

L’uomo innanzi alla terra che lo terrorizza: terra, la radice della parola terrore; davanti agli esseri che gli incutono paura, cerca di acquisire dei poteri per poterli dominare; dinanzi a una forza oscura reagisce, ne vuole diventare padrone, padrone anche della divinità e la prega per piegarne la volontà alla sua: egli in realtà ha solo paura e proprio in questo mostra tutta la sua debolezza. Egli vuole dominare l’ignoto, che lo spinge inesorabilmente a pratiche magiche nel vano tentativo di possedere poteri sovrumani o a far ricorso a chi pensa che li possegga.


Magia di un serparo.

Si sa che il serpente mette paura soprattutto alle donne: sarà per le sue movenze sinuose, volubili e imprevedibili, sarà per il veleno che potrebbe inoculare… comunque sia fa impressione. Per magia chi riesca a catturarlo è considerato un mago. Nei Monti Lattari sentivo raccontare da certe signore che vi era un abile mago, di nome Vastiano, che aveva il potere di prendere i serpenti vivi, metterseli in tasca o infilarli nella camicia; ma non ebbi mai il piacere di vederlo all’opera. Morì in concetto di magia. Ma ecco spuntare un altro mago dei serpenti: andai a trovarlo a casa sua in quel di Aurano. Mi raccontò che aveva avuto “la virtù” dal defunto Vastiano, che prima di morire gli aveva concesso tale sovrumana abilità. Me ne diede subito un saggio. Faceva caldo, quel giorno, e ci incamminammo laddove presumibilmente potevano esserci dei serpenti. Improvvisamente si ferma, diventa una statua, è tutto concentrato. L’erba si muove, là c’è un serpente. Egli spalanca gli occhi e “gli butta la calamita”, come poi mi spiegò. Il serpente esce allo scoperto e si mette in posizione difensiva: tutto attorcigliato su se stesso, con la bocca aperta e la lingua sibilante. Il mago grida un’esacrazione: “Sancte Paule, Sancte Petre, in nommine ‘e Criste, ‘ncateme chist”, si avvicina senza battere ciglio, comincia a estrarre dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto bianco e glielo allunga con la mano destra; tutto è fermo. Poi lentamente, di dietro con la mano sinistra, in modo deciso lo prende per la gola, lo tira su ed è lì che penzola. Dove sta la magia? La magia sta nell’aver gridato i nomi dei santi non solo per farsi coraggio, ma per impressionare chi guardava affinché credesse nel suo dominio sul serpente di cui si ha paura.


Una fattura dimagrante.

Il mio prof. Di Morale e di Diritto Canonico, Mons. Angelo del prete, nello spiegare il potere della fattura, del maleficium e del malocchio raccontò a noi del IV corso teologico di essere incorso in una fattura, che egli stesso definì dimagrante. Il Monsignore era grassissimo, pesante oltre 130 chili, e per entrare in classe si dovevano aprire entrambi i battenti della porta. Ma un giorno, mentre benediceva, incontrò alla stazione di Salerno una zingara, che gli allungò la mano chiedendo un’elemosina. Monsignore gliela negò e lei con tutto l’impeto, accesa negli occhi e puntando quella mano disse: “puozze sculà, te n’n’ scennere ‘n zogne ‘n zogne”. Da quel momento, non lo dimentico mai – disse – cominciai giorno dopo giorno a dimagrire fino, come potete vedere, a diventare pelle e ossa. Qualcuno fuori l’aula aggiunse che ripiegava la sua pelle piega su piega, la legava e poi si vestiva.

Ci raccomandò di premunirci contro tali magie con la preghiera e con una buona dose di forza di volontà e che se anche esistono veramente non bisogna crederci nel modo più assoluto: crederci significa già accettare la sua influenza negativa.


Fattura di lei contro di lui.

Fattura di lei contro di lui per un fidanzamento impossibile.

Finita l’ultima guerra, un Tizio… riprese la scuola e qualche volta dava un’occhiata alla bella in balcone. Costei facendosi più ardita gli mandava bigliettini profumati e fissava particolari appuntamenti notturni, che avvenivano lontano dalle loro abitazioni, l’uno di fronte all’altra, separati da un viottolo che segnava il confine delle loro rispettive proprietà. Si parlavano per ore. Altre volte ammaestravano un cane da caccia, che facesse da postino fra loro due: era fedelissimo, puntuale e si sapeva guadagnare la pagnotta. Ma un giorno la madre di lui intercettò la posta: Pirzichiello, così si chiamava il cane, digrignò i denti, ma con le buone maniere cedette la posta. Incominciarono gli appostamenti, i divieti, le minacce: nessuno voleva quel fidanzamento perché la famiglia di lei era in odore di fattucchierie con parecchi clienti e adepti. Alla fine di tre anni lui finalmente si convinse che in quella casa c’era veramente il demonio. Niente più incontri, strappava la posta di Pirzichiello senza leggerla e lasciava cadere nel tinozzo del suo asino confetti e dolciumi vari che lei mandava tramite il cane. Cominciò ad averne paura. Una mattina si svegliò con delle graffiate sanguinanti sul petto, un’altra volta con la coperta del letto bruciacchiata, un’altra ancora lo si trovò che dormiva nella madia sui pezzi di lardo sotto sale… Sua madre, dopo essersi consigliata, lo fece esorcizzare nella Chiesa del Gesù in Castellammare: fu liberato. E lei? Qualche tempo dopo che lui si era sposato con l’attuale moglie, si sposò anche lei, ma in pessime condizioni… tanto che, non potendo andare in Parrocchia, lo sposo la portò in braccio in una Cappella lì vicino, ove avvenne il rito: era diventata paralitica.

In questo racconto storico si deve evidenziare che 1) le forze cosmiche del male sono state rivolte contro la libertà personale di lui; 2) che ci sono i segni reali del maleficio o fattura; 3) che il perseguitato è stato liberato dall’esorcismo; 4) che la fattura, il male, si è ritorto contro di lei che lo ha invocato.


Il malocchio.

E’ un’influenza negativa esercitata sulle cose, sugli animali e sulle persone dallo sguardo di chi crede di essere in rapporto con le forze negative del male. In genere sono persone dedite alla magia nera che “se la fanno” col demonio, cioè sono abituate a invocarlo contro il bene perché diventi meno bene, fino ad annientarlo.

Il malocchio si risveglia con l’invidia, con il rancore e con il malessere per la buona fortuna altrui. E’ un sentimento di dolore per la felicità altrui; onde evitare che tale sentimento si tramuti in malocchio, spesso si fa ricorso a degli oggetti, amuleti con cui la gente si difende.

Faceva la spola fra Gragnano e Castellammare fino all’anno scorso uno di quei carretti sgangherati su cui venivano esposte verdure e frutti per essere venduti alla minuta. In mezzo a un traffico pazzesco di auto e di motorini, dava subito nell’occhio per quell’asino mezzo scorticato che lentamente e pazientemente tirava, aiutato sporadicamente dal suo padrone. Dava nell’ochio per le due ruote cigolanti che si dimenavano di qua e di là; per la martellina (il freno) che pendeva da un lato… ma quello che stava ben sistemato a posto suo, rinfrescato di sempre nuova pittura, era su tutta quella miseria, una famosa scritta: “crepa l’invidia”.

Non tanto il carretto, non tanto l’asino si voleva proteggere contro l’invidia, il malocchio, quanto il padrone, che in cuor suo sentiva il morso della paura e dell’insicurezza e illogicamente ricorreva a un ferro di cavallo per difendersi contro forze malefiche tanto maggiori. Io stesso, nei tempi della mia 1a gioventù, senza che l’avessi chiesto fui consigliato di premunirmi con un’erba: la parietaria. ’Gnò, site trropp bell, – disse quella signora – mettiteve ttre fronne e pardare… contro al’uocchie sicche. Chille fanno rompere e cosce, fanne crescere ’e vierme ’int a panza, fanne venì a sciateca e relure riumatici. Uocchie che nu bbereno core che n’addisirie: mettiteve ttre fronne e pardare.


La jettatura.

Jettatura da gettare, gettare un influsso cattivo anche incosciamente sulle cose e sulle persone. Diciamo che è un portatore sano del male, qualunque cosa tocca s’infetta.

Avevo nel mio giardino un albero di fichi bello, fronzuto, ramoso e carico di frutti, insomma un vero fico. Quel giorno, venne a trovarmi un bel gruppo di persone; all’insaputa di tutti una ragazza vi si arrampicò cogliendo e mangiando fichi a destra e a manca: chella sbriugnata – gridò un’anziana signora – mo secche ’o pere e fiche. Qualche giorno dopo le foglie ingiallirono, i frutti caddero e qualche mese dopo i rami mangiati dalle tarme si spezzettavano per terra. Nessuno mai mi ha saputo dare una spiegazione, nonostante che proprio nei Monti Lattari molti prima di me fossero stati vittime di tale fenomeno.

Tra jettatura e fattucchieria esiste una sostanziale differenza.

Lo jettatore, come abbiamo visto, esercita la sua attività in maniera inconsapevole e involontaria, la fattucchiera invece poggia la sua arte sull’onnipotenza del pensiero al fine di provocare, dietro compenso, il male e talvolta il bene su richiesta del cliente.


Le erbe e le piante magiche.

Nei Monti Lattari ci sono delle nonne che confezionano dei sacchetti ripieni di erbe aromatiche contro l’influenza e il raffreddore; ma si sente parlare sottovoce anche di sacchetti ripieni di radici di giaggiolo, fiori di lavanda, chiodi di garofano per rinforzare la personalità e averla vinta sul prossimo.


Il noce guaritore.

Mi fu raccontato che in un certo posto (un recinto sacro) dei Monti Lattari c’era un gruppo di giovani alberi di noce, visitati negli anni ‘90 da una maga e il suo assistito affetto da tumore al fegato. Individuato l’albero, faceva poggiare un piede sul suo tronco, disegnatane la forma con un gesso, ne asportava la corrispondente corteccia e fatte le rituali esacrazioni la consegnava all’ammalato, dicendogli: appendila in cucina e ogni volta che ci passerai accanto, la guarderai e dirai fra te e te “comme secca chesta scorza, accussì seccà ‘o mmale che tengh’io”.

Portatomi sul posto ho potuto constatare l’esistenza del fatto, il noce e l’asportazione del pezzo di corteccia. Qualche tempo dopo trovai che anche altri noci circonvicini avevano subito la stessa sorte: altri piedi di diversa misura vi si erano poggiati… ma dei guariti? Non ho saputo mai nulla.


Una quercia magica come pressa.

Si raccontava negli anni ‘50 che presso Suppezzo c’era un tempo una quercia potentissima, il cui tronco veniva adoperato come pressa per spremere la vinaccia. Il fatto magico consisteva nel rito delle parole, pronunciate da una maga, mentre dei giovani sollevavano ‘o cierculo e lo porgevano sull’ammasso delle vinacce.


La superstizione.

La superstizione è il credere per eccesso a qualcosa superiore alla religione ufficiale dando una superimportanza a cure magico-demoscopiche basate sul potere attribuito a cose naturali, a eventi e fatti a cadenza annuale, a particolari persone che agiscono in maniera magica, a dei riti speciali nell’eseguire una terapia.


I bambini e le janare.

La superstizione legata alla terapia dei bambini sta al 1° posto. Essi sono più deboli e sono maggiormente esposti a malattie causate da influenze malefiche. Secondo la credenza della gente il malocchio è la prima causa delle loro malattie. L’unico antidoto è una crocetta di legno o una piccola spada a forma di croce appesa alla culla del bambino, che secondo una mentalità simbologica serve per tagliare le ali alle streghe che svolazzano sulla culla: usanza questa che trovai al Rianaro (rivo delle janare) di Moiano intorno agli anni ‘50. Si raccontava che in quel luogo sul far della sera e per tutta la notte, le Janare uscivano e passando tra gli alberi di noce giungevano fino alle finestre dei casolari vicini, scapigliate e con i denti da fuori. Sbattevano contro i vetri per spaventare soprattutto i bambini. Mia nonna che era del posto me ne esorcizzò la paura dicendomi che le streghe non esistevano: erano solo persone ubriache che pensavano di volare.


Un bambino incarmato.

Trovai molto interesse nel vedere come una signora sulla sessantina “incarmava” (una parola che deriva da incarminare, che significa sciogliere e risolvere, oppure potrebbe derivare da in-calmare) i vermi a un bambino. Lo distesero sulla tavola, mentre la signora incominciò a dire le preghiere con tutti noi, alcune altre le diceva tra le labbra. Si avvicinò al bambino un piatto con l’acqua e un cucchiaio d’olio. La signora versò l’olio, lo guardò per un tempo, vi alitò sopra e poi bagnandovi la mano la passava massaggiando il pancino del bimbo, mentre continuava a muovere le labbra fino a quando il bimbo si acquietò. Incarmare le malattie, cioè risolverle, nei Monti Lattari è una virtù, che si trasmette all’interno della casata cioè della famiglia. Una virtù, una forza vitale, che viene da molto lontano: in un antico papiro egiziano, si legge: “metti la tua mano su di lui per calmare il suo dolore e comanda che il dolore se ne vada”.


Olio, crocifisso e forbici.

L’anno scorso ho assistito alle manovre di un aggiustaossa, un guaritore che portava con sé una medicina bella e confezionata. Prima ha ascoltato con molto interesse la descrizione della sofferenza, poi lui stesso ha palpato il posto dolorante, seguendo inoltre il tragitto neuromuscolare fino al collo passando per la colonna vertebrale. In un secondo momento ha estratto dalla camicia un crocifisso, appoggiandolo sulla parte malata: ha preso poi delle forbici di media grandezza, arrugginite e senza punte e ha cominciato a tagliare nell’aria al di sopra del paziente disteso sul lettino. Quando ha appoggiato le forbici sul suo corpo, il paziente ha dichiarato di non proseguire con le forbici perché le trovava inutili e superstiziose. Le ha riposte e ha iniziato il massaggio con l’olio che aveva portato. Iniziava dalla parte dolorante in direzione di altre parti del corpo più lontane, con grandi grida di dolore del paziente e lui, senza nessun turbamento, continuava il suo lavoro ma sempre farfugliando qualcosa fra i denti. Dopo circa 45 minuti l’ammalato era guarito e doveva tornare per un paio di sedute. Gli ho chiesto quali erano i componenti della medicina: mi ha sorriso e subito ha aggiunto che erano estratti di erbe.


Credenze agricole.

Molta superstizione si può notare nell’applicazione dei metodi usati dagli agricoltori. In una relazione del 1879, del dottor Tutino Vincenzo si legge che “il contadino superstizioso non crede ai progressi della scienza agraria, non cambia le vecchie pratiche perché ritiene, a torto, che con il sistema antico si sa quello che si ricava, mentre nessuno dei nuovi sperimentatori gli garantisce un buon raccolto.” Infatti certe semine e certi raccolti effettuati a giuste cadenze nell’anno, in corrispondenza di particolari eventi religiosi per molti contadini ancora oggi sono sacri e molto sicuri. Questa sicurezza è in relazione non solo a quello che se deve fare, ma anche a quello che non si deve fare.


Il maiale del 20 gennaio.

Nel giorno della festa di San Sebastiano non si può e non si deve sfasciare il maiale, ne si può insaccare la carne dei salami: infatti esposti alla ventilazione per essere essicati, si vedranno svuotarsi inspiegabilmente per magia. Io stesso ho visto una volta un tale fenomeno e l’agricoltore non ha trovato altra spiegazione se non che aveva impastato la carne e l’aveva insaccata il 20 gennaio, festa di San Sebastiano.


Il prezzemolo del Venerdì Santo.

E’ ottima cosa poi seminare il prezzemolo nel giorno del Venerdì Santo perché la terra custodisce il corpo del Signore morto. In quel giorno il demonio non ha potere di influenzare negativamente sulla sua germinazione, sulla crescita, sulla resa e sul particolare beneficio che arreca alla salute. Infatti le foglie sono perfettamente piene di sostanze, di vitamine e soprattutto sono molto più brillanti e verdi. Si tratta di una superstizione: infatti il Venerdì Santo per il calcolo della Epatta lunare viene a capitare sempre nella fase di luna crescente, fase molto propizia per tutte le semine, anche nelle fasi crescenti che vengono a cadere in altri mesi dell’anno. Quella del prezzemolo, se avviene in fase di luna calante, darà pianticelle piccole, ingiallite ed esili con foglioline insignificanti, senza sapore e senza la pienezza dei suoi componenti.


Il nocino di San Giovanni.

Tutti conosciamo il nocino: si fa con 40 noci spaccate in quattro parti, ecc. ma sono buone solo quelle raccolte al primo matino del 24 giugno, festa di San Giovanni Battista. Infatti in quell’alba cade, secondo un’atavica tradizione, una speciale rugiada, quella della purificazione. E si coglievano non solo le noci per il nocino, ma soprattutto l’erba di San Giovanni, l’iperico e tutte le altre erbe medicinali e quindi magiche da introdurre in dosate percentuali tra le noci in alcool di 90° per 40 giorni. Si tratta di un antichissimo uso rimasto come sostrato esoterico nella cultura magico-religiosa contadina non facilmente estirpabile, anche facendo ricorso al travestimento e alla inculturazione della festa di San Giovanni.


Le corna.

Spesso passando nelle strette viuzze dei casolari dei Monti Lattari ho visto l’esposizione di corna di bue, di capra o di pecora fissate alle porte o sporgenti dagli spigoli delle abitazioni. Anche a Gragnano, in via Castellammare, esiste quest’ornamento, posto a Nord-Ovest sul pinnacolo di un palazzo ben messo di quattro piani. Il loro uso è certamente di carattere magico-religioso. Da un approfondimento risulta che esse devono servire per tenere lontano dalle abitazioni le forze cosmiche del male. Esse rappresentano per lo più la potenza del demone maschile, che affonda le sue origini nell’età della pietra, allorché imperava il culto dei demoni maschili della fecondità con caratteri animaleschi, quali appunto le corna.

Da un’indagine fatta nei suddetti luoghi sono risultati i seguenti motivi, motivi di funzione: 1 – contro il malocchio, occhio secco… 2 – rivincita sui vicini … 3 – vittoria per aver completato la costruzione di una casa o di un palazzo… 4 – contro eventuali malefici, eccetera. Questi motivi stanno a indicare il concetto di potenza, lo stesso che nella Bibbia si riconosce solo a Dio: la gloria, la potenza, la magnificenza viene simboleggiata dalle corna. A tale proposito basta confrontare il Vangelo di Luca (1, 69) ove si legge cornu salutis, corno di salvezza… oppure nessuno può esporre, se non i peccatori, le corna, come è detto nel Salmo 74,5-6: “nolite esaltare cornu” – “nolite estollere in altum cornu vestrum” cioè contro Dio, l’unico a cui è dovuta la gloria e la potenza.

Talvolta la necessità di un atto religioso concreto, personale, immediato, spontaneo e prontamente intelligibile sostituisce l’ufficialità della Chiesa, la cui dottrina è ignorata. Leibniz, come Alfonso M. Di Nola, attento studioso dei fenomeni religiosi, era propenso all’insegnamento della religione naturale, come avveniva in Cina (seguendo un rapporto di missionari gesuiti) e a essa unire quella rivelata di Gesù. Egli preconizzava con ciò “la grande armonia della pace mondiale”. La magia si instaura per ignoranza per chi la pratica e per chi se ne serve. Essa pensa di risolvere l’antico problema del male con gli incantesimi, senza approfondirlo. Il male è mancanza di bene, non ha in sé alcuna consistenza reale in quanto l’esistenza è un attributo solo del bene. Ciononostante il male è inteso sul piano naturale come necessario nella previggenza di Dio a pro dell’uomo, guidato dalla libertà di scegliere (intelletto) il meglio (volontà).

Per Di Nola lo studio della magia delle religioni e delle culture subalterne aveva lo scopo di scandagliare l’innato senso religioso dell’uomo onde trovare un elemento semplice comune di collegamento per poi poter cogliere l’essenza della religione e dei riti connessi. Egli è andato oltre le culture subalterne e quando si è trovato stretto dalla necessità del male (mysteriium iniquitatis) e delle sue intime angosce, secondo le confidenze riportate da Don Alfredo, ha sentito un fremito di pianto e ha pregato nel suo segreto. Ciononostante era ancora lontano da quella conversione clamorosa, che toccò ad Agostino di Tagaste o Giovanni Papini e tanto attesa dallo stesso Don Alfredo. Lo studio dell’uomo, partito dal movimento operaio gragnanese per fini politici, lo portò a spaziare nella cultura più universale dell’antropologia, nella cui disciplina eccelse come docente universitario.

Quando questa biblioteca gragnanese ospiterà la sua ricca libreria, come si sente dire, maggiori saranno gli approfondimenti e ancora più proficui i suoi insegnamenti con l’augurio che molte altre schiere di allievi saranno formate.

INTERVENTI

Prima Parte: Per i 10 anni dalla scomparsa di Alfonso Maria Di Nola

Telegramma del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Saluti di Giuseppe Di Massa
Giovanni Pizza
Un Maestro di vita: ricordo di Alfonso Maria Di Nola di Maddalena De Leo
Piccoli Ricordi Di Un Grande Maestro di Manlio Tieri Adiletta
Giuseppe Fienga

Seconda Parte: Credenze e tradizioni popolari a Gragnano e Monti Lattari:

Don Antonio Cioffi
Carlo del Gaudio
La cultura subalterna: la magia di Luigi Ferraro
Vincenzo Liguori
Gerardo Sorrentino
Salvatore Ferraro