SABATO 15 OTTOBRE  2005 – BIBLIOTECA COMUNALE – GRAGNANO

UNA RAGAZZA DI NOME MARIA

In mattinata, in p.zza Aubry, vi è stato lo scoprimento della lapide commemorativa del prof. Alfonso Maria Di Nola, alla presenza dei familiari, degli ex allievi e di numerosi concittadini, tra i quali la folta delegazione di studenti ed ex operai dei pastifici. Nel pomeriggio si è svolto il secondo Convegno di Antropologia che ha visto interessanti interventi del prof. Giuseppe Centonze, del prof. Ireneo Bellotta, dell’avv. Franco Sorvillo, della Direttrice della Biblioteca Rosa Sorvillo, del prof. Claudio Corvino e del Presidente del Centro Giuseppe Di Massa. Durante il Convegno è stato eletto Presidente onorario del Centro, il dott. Edoardo Di Nola, fratello di Alfonso.

Relazione di Giuseppe Di Massa, presidente del centro di Cultura e Storia di Gragnano e Monti Lattari

Dal 1963 al 1966 Alfonso Maria Di Nola traduce e cura i testi apocrifi neotestamentari dei Vangeli, e tra questi il Protovangelo di Giacomo : la natività di Maria, la fanciulla ebrea che in questo testo viene accreditata di una nascita

verginale, ne viene descritta l’adolescenza, il matrimonio con Giuseppe, la nascita di Gesù, l’infanzia di questo suo figlio dal destino segnato e alla fine, rassegnata, come ci descrive un evangelista riconosciuto dalla chiesa ufficiale, Lei sotto la Croce non si dispera in atteggiamenti scomposti, ma è presente, Stabat Mater.

Di Nola si è sempre avvicinato alle religioni con metodo rigorosamente scientifico, senza condizionamenti ideologici, cercando di analizzarne i vari aspetti come fatti culturali e antropologici. Scrisse di lui Pier Angelo Carozzi sull’Avvenire nel 1997:”Non era un accademico e quella sua facilità alla comunicazione gli derivava certamente dal carattere, ma anche da quella napoletanità, che lo rendeva partecipe, con una dose di misurata passionalità e di accenti, a ogni problematica affrontata”.

Quando uscì nel 1970 la monumentale Enciclopedia delle Religioni, curata personalmente da Di Nola in oltre l’80 % del testo, scrisse il gesuita Giuseppe De Rosa su La Civiltà Cattolica del 17.10.70 : “Un esame dei suoi contributi ha convinto dell’eccezionale preparazione di A.M. Di Nola e della sua profonda competenza e serietà scientifica.

Il vastissimo apparato bibliografico, che segue ogni trattazione, mostra come egli si è informato sulle opere dei migliori specialisti.” Ed Ireneo Bellotta ci trascrive un altro interessante commento nella sua Bio-bibliografia di Di Nola, che mi sembra significativo. E’ tratto dall’Osservatore Romano del 12 gennaio 1972:” Ma succede questo, che mentre cresce ai nostri giorni l’interesse culturale rispetto alle varie religioni, si vedano le poderose enciclopedie pubblicate a tale riguardo in questi ultimi tempi in Italia, ad esempio quella diretta da Alfonso Di Nola e coordinata da Mario Gozzino”.

Il giornale vaticano riporta queste parole pronunciate dal Papa Paolo VI, che con Di Nola aveva, potremmo dire, un certo interesse comune sulla figura del diavolo nella moderna civiltà. Il Diavolo è alla ribalta sui giornali italiani in questi giorni, ma anche il francese Le Figarò la scorsa settimana in prima pagina titolava sul ritorno di questa figura negativa, che in un testo famoso tradotto in molte lingue, Di Nola dimostra appartenere a tutte le civiltà anche le più remote e ancestrali.

Ma tornando agli scritti di Di Nola, è interessante un articolo sul Mattino del 1984: Una donna di nome Maria.

Egli ne analizza i vari appellativi e derivazioni, Beata Vergine, Beata Signora, mea domina, madame, Madonna.

Il culto per Maria non fu molto presente nella chiesa cristiana fino all’VIII secolo, fino ad allora aderente ad una visione maschilista e patriarcale-pastorale, dalla chiara matrice giudaica. Ricordiamoci che fu necessario un concilio per stabilire che anche le donne avevano un’anima, ma anche se in origine fu modesto, il culto per Maria è poi divenuto prorompente. Partendo poi da una pala d’altare osservata nel museo del Prado di Madrid, un’opera poco conosciuta e di mediocre profilo estetico, di un pittore ancora meno noto ma che aveva lavorato a Napoli, Pedro Machuca, rappresentante una Madonna col Bambino, assisa sul trono su un cielo denso di grigiori, Di Nola ne coglie i segnali storico-folcloristici, in quanto dai due seni della Vergine, abbondanti e fecondi, sprizza un fiume di latte verso le sottostanti anime del purgatorio, un refrigerium, un vero e proprio intervento consolatorio.

E qui Di Nola fa un paragone con la Madonna di Pompei, così importante per fedeli e pellegrini, dove” l’anima della Madonna è l’affidamento al piano di una inesausta carità moderna, di un rapporto dell’ordine del cuore, secondo la dizione dei mistici antichi, dove ogni ideologismo si frantuma, ogni teoria si fa vana, e tutto si risolve in un grido di attesa filiale, di un parlare a tu per tu che fanno i miei contadini ignari di teologia”. E questi “suoi” contadini non sono altro che gli abitanti della Valle del Sarno e delle colline dei Monti Lattari, che si riversavano a piedi verso quella che si chiamava la Valle di Pompei, prima di divenire una cittadina. Egli conosceva bene quei contadini, avendoli organizzati per i tentativi di occupazione delle terre all’indomani della seconda guerra mondiale, così come gli operai dei pastifici di Gragnano in lotta per migliori condizioni di lavoro, erano stati per la sua formazione veri professori universitari, come scrisse. Questi fatti avvenuti in un’epoca tra le più drammatiche della storia italiana, sono anche raccontati in una intervista su Famiglia Cristiana del 1977, dal titolo “Proletari al Santuario”, dove Di Nola, fa un paragone tra i santuari di antiche origini, spesso pagane, che hanno tramandato tradizioni qualche volta sopra le righe con pellegrinaggi chiassosi e folcloristici, come Montevergine, la Madonna delle Galline di Pagani, o la stessa Madonna dell’Arco, con la compostezza ed il silenzio che si osservavano a Pompei anche nei momenti di maggiore affollamento.

Gli stessi temi, ampliati, furono oggetto di una relazione al convegno del 1983 “Bartolo Longo ed il suo tempo”, organizzato da Gabriele De Rosa, che da me interpellato si scusa di non poter intervenire per lo stato di salute molto cagionevole dovuto all’età, e che rimanda i suoi ricordi al suo contributo trascritto nel testo Antropologia e storia delle Religioni, dove traccia un commosso ricordo di Di Nola, soprattutto i diversi percorsi di vita politica su fronti diciamo ideologici diversi, pur avendo vissuto, nella loro gioventù entrambi a Gragnano, gli stessi avvenimenti e sconvolgimenti bellici. Scrisse De Rosa :”Mi piace ritrovarlo, rileggendo le pagine dei suoi scritti che più mi hanno interessato, e nei quali egli ha riversato stupendamente la sua miscela di cuore e di scienza”. In questo convegno Di Nola analizza il pellegrinaggio pompeiano scrivendo :”Un fatto che costituisce una nota tutta propria di questo santuario, è nel contegno nobile e grave che si addice al culto divino, aborrente del chiasso e delle rumorose feste. A Pompei nonostante l’afflusso di tanta gente, si osserva un religioso silenzio, il silenzio dell’adorazione e dell’intima preghiera dell’amore. Certe suggestioni ritmiche compongono l’eterno dialogo tra l’uomo e Dio, tra la creatura inchiodata al suo spazio e al suo tempo e le energie cosmiche, dalle più elementari forme nelle quali questo dialogo si è espresso, fino alle più complesse esperienze della religiosità.” Egli avanzava l’ipotesi che questa compostezza derivava dal fatto che le masse rurali e operaie della Valle del Sarno erano nella seconda parte dell’800, quando sorse il santuario, urbanizzate e progredite, in quanto inserite in una delle maggiori aree industriali del mezzogiorno, dai pastifici di Gragnano e Torre Annunziata, ai cantieri metallurgici e navali di Castellammare, ai lanifici di Scafati , alle industrie belliche, era un popolo maturo e pronto ad assorbire messaggi religiosi più maturi e colti. Ed ecco allora che si fa strada la preghiera del Rosario, la supplica annuale che ormai si trasmette in mondovisione e la cui prima recita avvenne il 14 ottobre del 1883 alla presenza di 10.000 pellegrini. E per Bartolo Longo il Di Nola avanza un paragone con Sant’Alfonso Maria de Liguori, il santo verso cui dimostra grande simpatia, non solo per averne ereditato il nome, ma come scrive in un altro articolo del 1987, sempre sul Mattino “Lazzari e Saponari, fratelli miei diletti”, per i suoi modi compresivi delle ragioni di carrettieri e manovali che si lasciavano andare a turpiloqui e bestemmie, scaricando in tal modo la loro aggressività per la fame o la fatica dura. Del Santo napoletano vicino alla plebe Di Nola amava una nenia :

“Fermarono i cieli – la loro armonia – cantando Maria – la nanna a Gesù” .

Di Nola amava anche andare a scrutare nel profondo delle tradizioni, apparentemente anche le più superficiali, per risalire alle loro origini, come fa in “Uovo e superuovo, la fantapasqua”, un gustoso, è il caso di dirlo, articolo ancora dal Mattino, 1986, in cui ci racconta dei pranzi del periodo pasquale. Tutti alla pasquetta ci portiamo dietro nello zaino il salame con le uova, così come facevano i nostri genitori e prima, i nonni, ma forse nessuno ne riconosce l’evidente simbologia di eros beneaugurante, dal codice sessuale fin troppo esplicito. Uova che fino a pochi anni or sono erano “pente” trasformate dalla tradizione napoletana in una esplosione di colori e di disegni, risalenti ad antichi misteri.

E i casatielli, glorificati di uova, che inconsapevolmente, ripropongono la mitologia delle origini e del ritorno del mondo sopra di sé. Di Nola ci ricorda che “l’uovo è sintesi fisica dell’origine della vita e, per la sua forma, immagine della totalità. E la pastiera, esalante tenui profumi di arancio sorrentino, ingravidata di cedro, di quel meraviglioso sortilegio del XVIII sec. che è la cocozzata, dignificazione per palati sublimi dell’umile cocozza, abitata da chicchi di grano maturati nella saggezza delle cucine del sud, è, per chi non lo sapesse, la presenza alimentare del corpo di Cristo.

Nelle strade e nei vicoli, visitiamo Gesù morto nella cerimoniale eternità dello struscio, come corpo misterico che è circondato dal grano germogliato nell’oscurità. E la pastiera si ricostruisce nelle sue radici immemori, come modello della resurrezione esemplare, quella del grano germogliante e quello della nostra vita. Diciamo allora che tutto a Pasqua discende in una metafora cristianizzata del ritorno alla vita, all’eterna ripetizione dei cicli primaverili che sprizzano dalla notte invernale, e di questa metafora si fa esempio finale il Cristo, che ricostituisce attraverso il mistero della sua passione, il nostro morire in vita, anche se sopra quel mistero abitano memorie antiche.

E veramente questo immane, incomprensibile Cristo, -sto sempre citando testualmente quanto scriveva Alfonso Maria Di Nola- , che divoriamo nei nostri dolci napoletani, e nelle nostre uova, si ricostituisce in immagine di quei ragazzi del sud, specie di quelli entrati nel labirinto assurdo della droga e della camorra, che grida contro il potere il peccato di aver sparso il sangue dell’uomo”. In questa relazione ho preferito far conoscere un Di Nola poco noto, forse inaspettato, quello degli articoli, almeno un migliaio, delle numerose trasmissioni televisive, come Sorgente di vita, la trasmissione di religione ebraica, che si realizzò grazie alle sue pressioni in un momento di rigurgito antisemita, delle centinaia di tesi di laurea seguite da lui personalmente, alle numerose prefazioni, i suoi interventi ai convegni, i circa 30 libri finora conosciuti, ma soprattutto l’uomo Di Nola, la sua umiltà, la sua generosità e faciltà di contatto umano, soprattutto con chi la pensava diversamente da lui. E i suoi interventi sui governanti sovietici a Mosca per convincerli a lasciar partire gli ebrei russi in piena guerra fredda. Ma da quando abbiamo costituito il Centro di cultura e storia di Gragnano e Monti Lattari, intitolandolo proprio ad Alfonso Maria Di Nola, abbiamo avuto modo di conoscere tanti episodi piccoli e grandi della sua vita, attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto. La sua enorme cultura, come racconta il suo compagno di studi universitari Vincenzo Sorrentino, sapeva a memoria tutta la Divina Commedia, ed era in grado contemporaneamente di dare lezioni su argomenti diversi a numerosi amici di scuola, gli studi universitari non completati per le diatribe con i professori che pretendevano omogeneità di idee, il suo incontro-scontro con Benedetto Croce, che dopo aver letto il suo primo libro di antropologia, gli annunciò di volerne lui stesso scrivere la prefazione, cosa che date le diversità di vedute subito emerse, non avvenne più.

Il giorno dopo la sua morte, Pier Luigi Carozzi scrisse sull’Avvenire, il giornale della CEI, dei vescovi italiani : Addio a Di Nola, il maxista degli Apocrifi. L’antropologo esplorò da laico i temi della spiritualità: i suoi studi, le sue scelte di campo: Cito le ultime parole del suo articolo :” Con Di Nola se ne va uno studioso italiano che ha fatto bene storia delle religioni, che ha contribuito cioè a far conoscere, nonostante lui fosse non credente, quanto noi italiani – per ripetere Croce – non possiamo non dirci cristiani, a motivo delle tradizioni del nostro vissuto culturale, radicato nella storia del cristianesimo e della millenaria civiltà mediterranea”.

Con l’apporre la modesta lapide in piazza Aubry che ricorda ai sonnacchiosi e distratti gragnanesi, un concittadino di cui andare fieri, abbiamo anche voluto sottolineare che è giunto il momento per Gragnano, di riconoscere tangibilmente tutto questo, intitolando ad Alfonso Maria Di Nola, una strada o una piazza, o una scuola, o, perché no, questa stessa Biblioteca. Con serenità e ponderatezza, discutiamone.

Per parte nostra, come Associazione, cercheremo di mettere a disposizione della Biblioteca quanti più libri, tesi di laurea e articoli sarà possibile rintracciare, per realizzare su Di Nola un punto di riferimento bibliografico unico e il più completo possibile. Sarà un modo concreto per onorare la memoria ed il pensiero del nostro concittadino.