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Il Medioevo, da Amalfi al feudalesimo
Nel precedente volume “Il territorio di Gragnano nell’antichità e l’Ager Stabianus”, abbiamo trattato le origini del territorio gragnanese fino alla catastrofe naturale che in epoca imprecisata distrusse l’abitato della rinata Stabiae, posta sulle prime balze dei monti Lattari presumibilmente tra l’anno 600 e 800. E’ quella la data che spezza anche il legame della parte costiera del territorio stabiano con quella collinare e determinerà anche l’accorpamento dell’area collinare ad Amalfi.
Il nascente ducato indipendente era determinato a salvaguardare il proprio confine a nord e nello stesso tempo ambiva ad impossessarsi di territori fertilissimi in grado di fornire le necessarie derrate alimentari.
-Anno 1018 Il toponimo Gragnano compare la prima volta in un documento amalfitano del 1018, ind. I Gennaio anno 29° di Guaimaro e terzo di suo figlio Giovanni, pubblicato nel Codex Cavensis (Vol.IV). E’ un “memorantium”, un compromesso di vendita di una vinea, una vigna, fatto dall’Abate Maione a Giovanni Mastalo, che si dichiara della città di Gragnano.
-Anni 1077, 1085, 1090 - Sono i primi documenti in cui si parla del Castello di Gragnano, in quanto i contraenti di alcuni contratti di compravendita si dichiarano “de ipso Castello de Graniano”. Citati nel Codice Amalfitano del Filangieri, testimoniano che dopo il 1077 il Castello di Gragnano era nel pieno delle sue funzioni di baluardo amalfitano contro le invasioni dalla pianura del Sarno ad opera dei longobardi prima e dei normanni dopo. Ma ironia della sorte, l’ipotesi più accreditata è che il Castello di Gragnano, sia stato innalzato proprio da un acerrimo nemico della sovranità amalfitana, quel Roberto il Guiscardo, l’”Astuto” principe normanno, che nel 1075 si impradonì della signorìa del Ducato con l’impegno di proteggerla dalle pretese longobarde dei principi salernitani.
-Anno 1075.- Roberto il Guiscardo infatti fece costruire 4 castelli lungo i confini del Ducato con lo scopo di difenderlo, ma in realtà secondo ipotesi degli storici, per mantenere sotto il suo controllo la popolazione recalcitrante al dominio normanno. In questo confermando anche la manìa normanna di erigere castelli per affermare il proprio potere in modo visibile.
Pochi anni dopo comunque, gli amalfitani si ripresero l’autonomia, anche se la storia aveva preso un’altra direzione e i normanni alla fine assoggetteranno definitivamente la gloriosa Repubblica marinara..
Abbiamo conferma che il toponimo Gragnano è usato dopo l’anno 1000, da documenti che riguardano Aurano, il borgo collinare poco distante da dove sorgerà il Castello.
-Anni 987 - 990 - 1036 .- In documenti di questi anni, Aurano è indicato come territorio di Stabia, evidentemente era ancora in uso la vecchia denominazione di stabiano per il territorio che faceva parte del romano Ager stabianus. Non è ipotizzabile un possedimento della rinata Stabiae ridotta all’epoca a poche abitazioni presso il mare. Mentre è evidente che Amalfi dominava già le colline del versante nord dei Monti Lattari, e quindi il borgo di Aurano, come testimonia l’erezione dei castelli di Lettere e Pino ( quest’ultimo fatto costruire dal duca amalfitano Mastolo I nel 923) e del vescovado di Lettere. Si trattava quindi solo di un riferimento topografico.
-Anni 1109- 1248.- Con la costruzione del castello di Gragnano, in un documento del 1109 scompare qualsiasi riferimento stabiano e il toponimo di Aurano è abbinato al Castello di Gragnano in un altro del 1248.
-1075.-Perché il Castello viene eretto sulla sommità della mulattiera che saliva dalla valle del Vernotico e non ad Aurano, antico borgo molto più importante e abitato già in epoca romana, come testimoniano i numerosi anche se illegali ritrovamenti archeologici, è spiegabile col fatto che il sentiero lungo il Vernotico era all’epoca la via più breve per il castello di Pino e quindi per Amalfi. E’ poi probabile che sul luogo del borgo che si chiamerà poi Castello esistesse una fortificazione per difendere le abitazioni, un oppidum di tipo romano, difeso da palizzate di legno o di altro materiale povero, e questo spiega perché non viene nominato come Castello ma come oppidum.
Il Borgo, venne poi fortificato con mura e ben 12 torri che ne proteggevano i tre accessi, mentre il castello vero e proprio fu edificato nel punto più alto con il maschio posto proprio sul luogo in cui il sentiero per Pino aveva un punto obbligato di passaggio. Il maschio, la torre più importante del castello, fu poi decapitato e in esso fu ricavato l’accesso alla chiesa che si apre tuttora sulla piazza del borgo.
-Anni 1012.- 1039 – 1096.- In un documento del 1012 si parla delle devastazioni longobarde in località Radicosa presso Pino, non si fa cenno di come i longobardi vi siano arrivati scavalcando il Castello di Gragnano, quindi è più che probabile che, semplicemente, il castello all’epoca non esistesse. Analogamente nel 1039 i principi longobardi Guimaro IV di Salerno e Rainolfo, conte di Aversa devastarono il territorio gragnanese per raggiungere Amalfi, mentre nel 1096, col Castello di Gragnano da pochi decenni edificato, il tentativo questa volta non riuscì.
Anno 1080 circa - I longobardi del principato di Salerno si erano stabiliti nella valle del Sarno e da qui facevano le loro scorrerie, come è testimoniato in un documento databile intorno al 1080, riguardante Messigno, dove tre lati di un fondo arbustato che un Monastero amalfitano dà in contratto di pastinato, risultano occupati da longobardi.
-950.- Esisteva invece un altro borgo fortificato a Caprile, all’epoca denominata Pausarano, sotto le cui mura furono affrontati e sconfitti i saraceni nel 950, nel vano tentativo di raggiungere Amalfi per le balze dei monti. I saraceni furono duramente battuti e la località si chiamò da allora Carnicella, toponimo corrottosi da carneficina. Nonostante le alterazioni del tempo, è ancora leggibile il tessuto urbano tipicamente medioevale fatto di strette stradine ripide, cortili e rapidi cambiamenti di direzione.
Anno 1438.- Per i cittadini di Gragnano il medioevo non fu soltanto contributo sanguinoso alla salvaguardia amalfitana, ma ricevettero numerosi vantaggi in quanto furono considerati cittadini amalfitani a tutti gli effetti, godendo di tutti i privilegi, le prerogative e le immunità dei nativi amalfitani. E questo fino al 1438, quando Alfonso d’Aragona nell’infeudare Amalfi e il suo territorio non vi comprende più il versante nord dei Monti Lattari, e quindi Gragnano e dintorni.
I legami, culturali e commerciali, resteranno comunque sempre saldi, anche se la mancata costruzione della strada per i monti Lattari, li allenterà sempre più. La strada era già stata progettata nel 1484, ma sarà realizzata solo 400 anni dopo! Gli abitanti di Aurano e Castello non hanno poi troppo da lamentarsi se la strada che doveva collegare i due borghi medioevali, progettata subito dopo l’Unità d’Italia, dopo appena 150 anni non ha ancora visto l’obiettivo raggiunto, fermo da decenni perché mancano al completamento gli ultimi duecento metri!
Il Feudalesimo
Il periodo feudale è caratterizzato dal comportamento dei sovrani che considerano i territori a loro sottomessi come proprietà da sfruttare economicamente dandoli in “gestione” ai feudatari in cambio di denaro o per ricompensarli di sostegni al loro potere.
Furono proprio i re normanni a infeudare per primi Gragnano : Guglielmo II che regnò dal 1166 al 1189, la concesse al suo medico personale, nonché uno dei principali esponenti della Scuola Medica Salernitana, Giovanni Ferrario. Fu probabilmente un momento decisivo per Gragnano in quanto il feudatario era un Magister, di grande cultura, che proponeva nei suoi trattati medici di mangiare vermiculos, i nostri vermicelli. Non sappiamo se egli li fece conoscere ai gragnanesi o se furono i gragnanesi a farli conoscere al loro feudatario. Di certo a partire dal XII sec troviamo i primi documenti di concessione dell’utilizzo delle acque per macinare i cereali nella Valle dei Mulini.
È l’inizio di un’attività economica che per almeno 6 secoli permetterà ai gragnanesi uno sviluppo notevole, con la costruzione di decine di mulini ad acqua, divenendo tra i maggiori fornitori di farine del Regno.
Guglielmo II organizzò anche una crociata per liberare la Terrasanta dagli infedeli e Gragnano vi contribuì con 3 cavalieri e 40 fanti. Intanto Gragnano aveva ottenuto il ritorno del suo territorio alla Regia Curia, ovvero al demanio.
Per circa 500 anni (Gragnano otterrà il definito riscatto dal feudalesimo solo nel 1580) fu un susseguirsi di infeudazioni e passaggi al Regio Demanio, ma questo non impedì un grande sviluppo urbano ed economico con la nascita di una fiorente borghesia, che sfruttò non solo le acque per la macina dei cereali ma anche per l’attività tessile, dei panni e della seta con relative coltivazioni di gelsi e allevamenti di bachi, con una fiorente agricoltura di canapa nella campagna paludosa, della vite, del castagno, di alberi da frutta e ortaggi, carbonelle e neve. Insomma una cittadina laboriosa.
Nel XIII sec. il Castello di Gragnano è il centro amministrativo della città, ove si stipulano i contratti di affitto di fondi o i passaggi di proprietà. E’ anche il centro religioso per la presenza della Chiesa madre dell’Assunta, dove risiede l’Arciprete. E’ probabile che l’Arcipretura sia ancora più antica del castello, forse addirittura sede vescovile di un vescovo-monaco bizantino, se l’iscrizione di Eudos Episcopus, si riferisce ad un vescovo locale. Certamente precedente al vescovado di Lettere, costituito dagli Amalfitani come suffraganeo dell’Arcivescovado di Amalfi.
Sotto il re angioino Carlo I Gragnano, con 156 fuochi, nel territorio dell’ex Ducato era seconda per fuochi, nuclei familiari, solo ad Amalfi, che ne contava 267.
Anno 1274.- Da un documento del 1274 conosciamo anche il nome di quello che probabilmente fu il primo sindaco di Gragnano, Ruggero De Miro.
Un altro re angioino tenne Gragnano in grande considerazione. Roberto e sua moglie Sancia vi soggiornarono spesso nel palazzo dei nobili Mariconda o nella Torre dei Marini, forse l’attuale Torre in località Massi ad Aurano. Anche la successiva dinastia dei Durazzo privilegiò Gragnano con vari soggiorni, da parte della regina Margherita e del figlio re Ladislao.
Uno dei feudatari che ebbero maggior peso sul destino di Gragnano fu Giovanni Miroballo che aveva ottenuto il feudo per i suoi prestiti in denaro al re Alfonso d’Aragona. Egli vendette la proprietà delle acque sorgive al nobile gragnanese Nicola Barone, che cominciò ad incanalarle portandole in pieno centro e dotando la città di un bene fondamentale per il suo sviluppo futuro.
Anni 1531 – 1545 – 1595.- Questo sviluppo è documentato dall’incremento del numero dei fuochi che passano dai 276 del 1531 ai 350 nel 1545, ai 509 del 1595. Un secolo d’oro per la città che vede edificare numerosi edifici sia civili che religiosi, dalla chiesa del Corpus Domini, al convento del Carmine, alla chiesa di san Leone, per citarne qualcuno dei più notevoli.
Anni 1656 – 1684 – 1694 .- La seconda parte del secolo successivo fu invece funestato da numerosi eventi funesti : la peste nel 1656, e i terremoti del 1684 e del 1694.
Anno 1647.- Né va dimenticata la rivolta di Masaniello contro i viceré spagnoli che nel 1647 interessò Gragnano in due sanguinosi momenti, dato che la popolazione si schierò a fianco dei rivoltosi contro il malgoverno che affamava la popolazione. Gragnano rappresentava un elemento strategico fondamentale nell’economia dell’epoca, essendo tra le principali fornitrici di farina per i forni del pane della capitale e interrompere i rifornimenti del bene alimentare principale dell’epoca equivaleva ad aizzare ulteriormente gli animi. Gli spagnoli, radunatisi a Castellammare e rinforzati dai nobili locali, rimasti fedeli al vicereame, mossero alla conquista di Gragnano, dove intanto erano convenuti centinaia di rivoltosi dalle campagne circostanti, e dopo due giorni di combattimenti per le strade e le case della città, ebbero partita vinta. Analogo l’epilogo della rivolta ritentata pochi mesi dopo e anche questa volta gli spagnoli ebbero la meglio mettendo a ferro e fuoco la città.
Ancora oggi con una funzione religiosa Castellammare ricorda ogni anno la “sua” vittoria sugli “insorgenti” gragnanesi.
Anno 1654.- Forse fu la dura lezione subita che determinò sette anni dopo nei gragnanesi un diverso atteggiamento durante i tentativi di occupazione che i francesi guidati dal duca di Guisa tentarono nel 1654. Sbarcati a Castellammare, dopo aver conquistato la cittadina, i francesi mossero alla volta di Gragnano per impadronirsi dei mulini. Questa volta i gragnanesi restarono fedeli alla corona e si opposero strenuamente alla conquista della città, respingendo per due volte i tentativi francesi di sfondare le barricate innalzate in piazza Trivione. La reazione dura e inaspettata dei gragnanesi, convinse i francesi a desistere e a cambiare il loro obiettivo verso i mulini lungo il Sarno.
All’inizio del settecento il Regno di Napoli divenne un protettorato austriaco, ma in quei due lustri non si segnalano episodi di rilievo, fino all’arrivo di don Carlo di Borbone, che inizierà con la nuova dinastia un nuovo capitolo della storia gragnanese e del Regno di Napoli.
I Borbone regneranno sul meridione d’Italia fino al 1860, con i due brevi intervalli napoleonici, nel 1799 per i 6 mesi della gloriosa Repubblica Napoletana e nel decennio 1805-1815. Furono infatti Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat ad abolire definitivamente il regime feudale.
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