ALFONSO DI MAIO
Professore di Storia della Filosofia presso l'Università di Napoli Federico II.
Estratto da "L'INIZIO DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE. IL TEOREMA DI PARMENIDE."
Convegno: Una legge per Elea-Velia: "La città dei filosofi". 28 maggio 2005.
1. Parmenide, filosofo e legislatore di Elea.
Molte città dell'antica Grecia e della stessa Magna Grecia, o Grecia più grande - come amava tradurre G. della Valle -, hanno legato il loro nome a filosofi o hanno designato scuole filosofiche. Ma mentre nelle città che hanno continuato la loro vita, tra mille trasformazioni e rinascite imposte dalle vicissitudini del tempo, il toponimo ha conservato il carattere letterale di riferimento geografico, utile all'individuazione ed al riconoscimento dell'identità anagrafica del pensatore, per Elea, città fantasma, abbandonata per il progressivo insabbiamento dei suoi due porti e per l'interramento del promontorio su cui sorgeva, ed ora impietrita nelle sue rovine, è avvenuto l'inverso. E' stata infatti la forza anticipatrice del pensiero filosofico della scuola eleatica, ancor di più del racconto di Erodoto sulla fondazione della colonia focese di Velia, dopo la sconfitta, o meglio una <vittoria cadmea...nel mare chiamato Sardonio> ad opera dei Cartaginesi e dei Tirreni, o i mille altri riferimenti, spesso sporadici e frammentari, rinvenibili nella letteratura classica, romana ed ellenistica, ad averne salvato la memoria dall'oblio. Non a caso i primi sforzi di dotti di storia locali o le prime relazioni di esperti visitatori stranieri, nel meritevole sforzo di identificare e descrivere l'antico sito, mentre venivano depredate le ultime vestigia, si fonda su una minuziosa raccolta di colte citazioni umanistiche e su una loro comparazione, condotta con una certa acribia filologica, ma immancabilmente sono obbligati ad illustrare il valore e l'importanza storica della città nel segno di Parmenide e della sua scuola. Elea è la città di Parmenide e Zenone, la città dei filosofi. Questo "logo" non è un'escogitazione moderna a scopo di marketing territoriale o di attrattore turistico, ma fu coniato da Strabone. Infatti, questo storico e geografo greco, a cavallo tra la seconda metà ed il I secolo a.C. e del primo quarto del I secolo d.C., nel descrivere il sito l'associa ai nomi di questi due filosofi, definiti in modo riduttivo come pitagorici. "Per chi doppi il capo, si fa incontro un'altra insenatura, sulla quale sorge una città, che i Focesi suoi fondatori chiamarono "Vele", mentre altri "Elea": da essa nacquero i Pitagorici Parmenide e Zenone. Credo che per opera di essi, e anche prima, sia stata governata da buone leggi".
Il nome di Elea, ed il ricordo della città perduta, prima che gli scavi archeologici ci avessero restituito aspetti significativi della sua originaria configurazione, sono sopravvissuti grazie al fascino ed all'influsso della scuola eleatica. Qui infatti è avvenuto il riscatto definitivo dal naturalismo dei primi filosofi ionici ed il salto qualitativo verso un autentico orizzonte metafisico della speculazione. Qui è stato elaborato e definito il vocabolario filosofico della metafisica occidentale, qui è nata la logica con il principio di identità e del terzo escluso e l'uso raffinato della dialettica con la reductio ad absurdum. Per certi aspetti, Elea, città della metafisica, ora riscoperta nelle geometriche simmetrie della primitiva struttura urbana della sua acropoli, è, ad un tempo una polis ideale, legata alla sua memoria filosofica, e per così dire, essa stessa, città metafisica su cui aleggia l'ombra di Parmenide. Un'immagine imponente, che ci appare, seguendo la suggestiva rievocazione di Platone,"per dirla con Omero,'venerando e insieme terribile' ". Ciò apre una difficoltà! Se v'è un nesso stretto tra Elea e la scuola eleatica, e se l'immagine ideale della città s'incarna e perpetua nella figura del fondatore e certo del massimo esponente di quella esperienza filosofica, come rintracciare il filo invisibile che congiunge un luogo fisico che ha subito tutte le ingiurie del tempo, per quanto la ricerca archeologica e la ricostruzione storica concorrano a rinvenirne le sembianze originarie, con una speculazione caratterizzata dalla massima astrazione e tutta giocata nella luce dell'eterno? Che rapporto c'è tra Parmenide legislatore, o per meglio dire autore di una costituzione che probabilmente unificò più quartieri, o addirittura villaggi separati, e Parmenide filosofo dell'essere? Indubbiamente, come è ben noto, c'è uno stretto nesso tra la nascita della filosofia, tesa per sua natura all'universale ed a disciplinare il rapporto tra le parti ed il tutto, e lo sviluppo politico delle città e dei rapporti delle colonie con la madrepatria. E' evidente per se stesso che l'ordinamento giuridico interno di una polis e quello delle relazioni con le colonie trova una proiezione sull'ordine e la legalità universale del cosmo, a partire dalle prime visioni speculative dei filosofi ionici. "Ex legislatione philosophia", come diceva il nostro Vico. Ma, tolta questa suggestione, per cui potremmo ritenere che la costituzione parmenidea di Elea fosse d'impronta aristocratica e conservatrice, ma non autoritaria (come dimostra la ribellione del discepolo Zenone al tiranno Nearco), e che non accidentalmente l'esperienza del legislatore può trovare un riscontro ed un riflesso nella legge che governa l'universo, è del tutto erroneo ogni tentativo di spingere oltre ogni limite l'ipotesi di una genesi politica del poema o addirittura di una localizzazione dell'immaginifico scenario di simboli ed allegorie di cui è gremito l'esordio del poema.