Centonze Giuseppe

( Contenuto tratto da www.stabiana.it )

 

da: Viaggio da Napoli a Castellammare di Francesco Alvino

 

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XXXVI.

GRAGNANO.

 

Avete udito mai dire che quando si va per distruggere si crea, e che invece di abbattere si edifica? E pure l'archeologia vorrebbe sostenere tal paradosso; e si travaglia in razzolar fra il museo e la muffa per attribuire a Gragnano almeno un illustre natale, pretendendo che avesse avuto la prima pietra e il nome da Granio, luogotenente di Silla, quando venne a combattere la lega degl'Italiani in quella gloriosa guerra, che fecero per francarsi dal giogo della superba Roma, ottant'anni prima di N. S.! Il Pansa nella sua storia d'Amalfi dice ciò in quel luogo che va toccando de' dintorni al di qua e lungo la Costa. Ma noi che la intendiam più sottilmente, e non ci curiamo dell'aristocrazia de' villaggi, abbiam colta l'etimologia del nostro paese nello stemma di esso Gragnano uno stemma? Certamente, e non quello del torchio, della botte e delle fiscelle, d'onde oggi trae la sua splendida fama.

Si vuol porre la nascita di Gragnano a' 20 di agosto dell'anno 79, che il Vesuvio vomitò fuoco e fiamme, sassi e lapilli; conciossiaché quando le alluvioni, o le lave vulcaniche irrompono nella pianura, naturalmente si ripara su le colline. Laonde non ci ha ad esser dubbio al mondo che que' di Stabia, visto il mal giuoco di Ercolano e di Pompei, e spaventati delle patrie rovine, si arrampicarono su per le erte, ponendovi il nido. L'abbondanza del luogo, e specialmente il favor del grano, allettò i raminghi, sì che fondarono un villaggio non lungi dalla diserta patria, ed inaugurando due bionde spighe ed un tempio a Cecere, quello addimandaron Granianus, d'onde il nome moderno. V'ha pure chi crede che

 

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Gragnano sia una sconciatura di Gaurano, nome del monte alle cui falde il paese è posto. Gauranum infatti il troviamo notato presso antichi scrittori. E su di ciò vedi, se ti piace, Ambrogio Nolano e Marino Freccia.

Se la storia tace de' fatti de' Gragnanesi, alcuni avanzi di fabbriche additano un'antica civiltà, volta non è guari in barbarie. La rustica facciata della chiesa del Carmine serba tuttora l'aurea semplicità delle caste forme del quattrocento. Se il ricco e numeroso ordine de' negozianti, che a sue spese intende a riaprirla al pubblico culto, sapesse, come sa far fortuna, scegliere per i restauri un dotto architetto, farebbe un'opera da tornargli in grandissimo onore. Ma non elegga colui che del suo mal gusto fece pruova nel frontespizio del Corpo di Cristo, altra chiesa pregevole per la sua ampiezza, per le sue porte di noce intagliate al cinquecento, per un dipinto di Marco da Pino, e per un quadro figurante il purgatorio, in cui vedemmo una bolgia disegnata e colorita col pensiero di Dante.

Ancor chiesa antica era s. Leone, che ha dato nome al rione di Santo Leo: oggi è rifatta a stucchi; ma pur si ammirano le armoniche proporzioni della nave a volta. In essa voglionsi ancor notare, come bella ed onorevole specialità, i quattro piè dritti su cui poggia la cupola; i quali anzi che esser composti da un mucchio di colonne o pilastri, che d'ordinario fanno un affastellamento di angoli rientranti e sporgenti, specialmente sul cornicione, di cui interrompono sconciamente le linee, son decorati in vece da un solo pilastro angolare corintio sostenente il peduccio, sicché mentre ti dà idea di solidità non incerta, ti sorprende per la sua bella semplicità. Altra chiesa di merito non minore è, almen per l'eleganza, la Congregazione del Ss. Rosario. Chiesuola più vaga ed ornata non v'ha per questi dintorni: l'altare, di scelti marmi saputamente commessi, è di corretto stile, e Giacinto Diana vi dipinse al 1805 nove quadri, tra' quali ce ne ha alcuni che per ragion di composizione, naturalezza di atteggiamenti e temperanza di colorito paion superiori alla sua età.

Non son questi i soli vanti d'arte che onorano Gragnano. All'angolo dell'Incoronata puoi vedere un bassorilievo a figura poco men che terzina, il qual reca l'effigie di s. Leonardo, ed è opera del 1515, cioè di quel beato secolo, che lo scalpello era tuttora semplice e devoto, e non frenetico capriccioso ed insignificante come dopo poco più d'un secolo divenne. A Santo Leo, a destra della strada, poc'oltre un cancello

 

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di ferro bellamente disegnato dall'arch. Montella, è un palagio del 1589, nel quale puoi affisarti alle cornici delle finestre, e vagheggiandone la gentilezza delle linee, nota il risalto che a guisa di cuscinetto corre in mezzo per la lunghezza di esse in quel modo che Michelangiolo prese a farne disegno la prima volta. Quanto bello ed ornato non doveva sorgere quell'altro palazzo presso il ponte della Conceria! Le cornici del primo e del secondo ordine paion quelle che avrai vedute a Roma sull'ultimo ordine del Colosseo, quelle stesse di cui sì leggiadramente fece uso il Bramante. Voleasi questo picciolo edifizio serbare con religioso amore dell'arte e della storia di essa. Un mercatante ora il va diroccando per trasformarlo in lavoratorio di paste !

Ma non era ciò a cui il paese dovea raccomandare il suo nome. I titoli onde Gragnano ha saputo acquistar celebrità sono incontrastabilmente il vino, le ricotte, e i maccheroni. - Ci fu un tempo che il vin di questa contrada per antonomasia dette il nome a tutt'i nostri vini, sicché bastava dir Gragnano per intendere un vin fragrante, limpido e abboccato, come qui dicono il dolce, e dolce di posto, per dinotar che la dolcezza vien dal vitigno e non artificiosamente. Invero il vino di Gragnano si dee grandemente pregiare, perché è di color granato, chiaro, odoroso, e te ne puoi bere due bocce senza però n'abbi a tornare a casa cotto come monna. Non ci ha cantina in Napoli dove non trovisi Gragnano, ovvero di un vino di tal nome, perché essendone universali le richieste, e non bastando quello che si spreme nel paese, ne battezzano col lambiccato d'ogni vigneto, e si vende a grana quattro la caraffa. Le ricotte son pure vanto antico. Io per altro non ne potrei dire il gran bene; perciocché in realtà il sapor di esse, e quella loro dura tenerezza, senza accusarmi di contraddizione, le fa rassomigliare piuttosto a giuncate, e ci farei scommessa d'un occhio, che elle son lavorate a freddo, e che il latte è quagliato mercè il presame. Ciò nondimeno i Napolitani ne son ghiotti, facendone gran conto: il che torna ad encomio loro, perché non essendo mai stati pastorelli d'Arcadia, non conoscono precisamente le qualità delle vere ricotte. I maccheroni ... Oh! trattandosi della vivanda del paese, fa mestieri d'un periodo da capo, notando in prima ciò che se ne ha per le storie.

Sia tal nome provvenuto da macaria o macar, voci greche che significano polenta e beato, sia da macco che altravolta dinotava in Toscana polenta assodata di farina di casta-

 

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gne, o di fave rotte al frantoio, i nostri maccheroni non han data istorica che dal 1509, quando tra alcuni capitoli e privilegi dell'Eccellentissimo Corpo della città di Napoli van mentovati i maccaroncini, i trii e i vermicelli. Il sig. Tommaso Semmola, che rabberciò una cronichetta di questa cittadina vivanda, argutamente sospetta che i nostri avi latini avessero avuto ne' pastilli di Orazio, Apuleio e Varrone qualche cibo che fosse stato il precursore de' teneri figliuoli della trafila.

Or vi dirò che cosa sia la trafila. I maccheroni son di varie sorte. Altri si lavorano a mano, altri col torchio. I primi da' monaci son detti strangolapreti, e da' preti son domandati strangolamonici: chi non ha chierca si contenta chiamarli maccheroni di casa, benché altra volta li dicesse trii e triilli, quasi tres digitilli, perché piccioli pezzetti di pasta incavati con le tre dita di mezzo della mano. Questi certamente sono i veritables macherons de' Napolitani. I secondi van suddivisi in molte maniere, ed escon fuori da una cazza forata per opera di compressione. Il torchio che fa tal lavoro da noi è nominato trafila ed ingegno, ed oggidì n'è molto perfezionata la costruzione, così che Nicola Fenizio, ch'è celeberrimo intraprenditore, ha fatto nella sua fabbrica quattro torchi idraulici, che lavorano a maraviglia. Ma, comunque e' sia, giustizia vuole che qui debbasi dar nome di primo maccaronaro al Tojo, il quale ha condotto la sua manifattura alla maggior perfezione, essendo liscia, lucente, di colore appena dorè, sapida e callosetta. Or da' fori della trafila son partoriti i maccheroni: alcuni nella loro lunghezza non hanno pertugio, e son questi le lasagne, le fettucce, i tagliarelli, i vermicelli, gli spaghetti, i fedelini e le nocche: altri hanno il buco, e sono i maccheroni di zita, i mezzani e i maccaroncelli, tutti pregevolissima roba che vuol esser fatta a tre quarti di cottura, e condita con la salsa dello stracotto de' toscani, stufatino de' romagnuoli e stufato (non ragù) de' napolitani; il quale è difficile assai a cuocersi, e i forestieri non sanno farlo un fico.

 

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XXXVII.

LA VALLE, CAPRILE E CASTELLO.

 

Chi dal capo meridionale del ponte alla Conceria verrà per facili chine giù in un letto che i terremoti da tempi immemorabili han cavato a un torrente invernale nel subappennino di Lettere e di Pimonte, sappia che egli è disceso nella celebre Valle, dispensiera di nominanza e bei quattrini a' nostri più riputati pittori paesisti. Si direbbe che la più bella fama di Fergola, di Smargiassi e di Palizzi sia inchiodata là sui massi, e vegeti su le piante e le acque della Valle di Gragnano.

Da quel punto nominato sino a Castello vi ha un bel due miglia in erta. A un terzo del cammino guarda a stanca sull'altura e vedrai l'aereo Caprile. È Caprile un paesellino di qualche centinaio d'uomini, a cui non manca un parroco; tutta gente marrana, il cui valore sta nel badile e nel ronchetto, ed il sostegno della vita nel trappeto e nel cellaio; hanno specialmente grandissimo pregio, perché le loro casipole fanno bellissimo effetto di prospettiva poggiando a cavaliere della pittorica valle. Castello è poi tutt'altra cosa; si potrebbe qualificare per un paese come oggidì dicono costituito. I Gragnanesi per difendersi dalle correrie forestiere de' bassi tempi è fama che l'edificassero; ed in realtà trovasi ne' documenti addotti dal Pansa, che Gragnano una volta era riunito a Castello, il quale ebbe tal nome per il robusto fortilizio dalle dodici torri, nel cui mezzo sorgeva l'antica cattedrale. Il tempo e la paura devastarono questi edificii, che attestavano a' vincitori la possanza de' vinti. Solo il secolare cipresso, il cui fusto non cape nelle braccia di tre uomini, avanza solitario e

 

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solenne sul campo della rovina, e con la sua lunga e perdentesi ombra ci ammaestra che l'antica virtù si è perduta allontanandosi dal suo ceppo.

Ma non era di Caprile e di Castello che in ispezialtà io doveva parlarvi, ma si della Valle. Voi la vedrete, ed i giri e rigiri di essa vi rammenteranno il demonio del Tasso con la sua immensa coda

 

Che quasi sferza si ripiega e snoda.

 

Voi la vedrete, e le scrollate sue rupi vi ricorderanno dell'immobil masso del Manzoni, che giace in sua lenta mole poiché è caduto

 

                                                        dal vertice

                                        Di lunga erta montana.

 

Voi la vedrete, e la natura silvestre e malinconica del luogo vi farà risovvenire del padre Alighieri e della sua

 

  ... selva selvaggia ed apra e forte.

 

Ma ciò che sopra tutto vi farà piacere è un picciol luoghetto di annose piante in mezzo a cui s'ode un mormorio d'acque vive: la vista di esse immergendovi in un'estasi beata vi farà ritornare a mente quell'allegorico luogo d'una ballata del Poliziano, là dove tutto amoroso va cantando,

 

                                     In mezzo d'una valle è un boschetto

                                     Con una fonte piena di diletto.

 

0 valle, o valle, non brutta e spaventevole come quella di Giosafatte, ma leggiadra e confortabile come l'Idumea, o l'altra che vaneggia a piè dell'Olimpo! Miri d'intorno il pittor di paesi, e si delizii nella superlativa bellezza degli accidenti di luce, di acque, di piante, di sassi. Là un sentieruolo che ravvolgendosi intorno ad una rupe, termina in due stradette, che pongon capo ad una fornace di calce; più lungi un tragetto, che incavandosi sotto gli archi di un paio di rustici ponticelli, sale poi ed aggiunge la cima d'un poggio, e si perde tra i frassini della montagna: di qua, una catena di basse collinette dove abbonda l'alloro ti si spiega intorno al capo come corona d'immarcescibile verde: di fronte, un'alberata di pini

 

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si distende con mirabile effetto di lontananza: a' lati, gruppi maestosi di aridi sassi, macchie foltissime di ortiche, di felci, di logli, di acetoselle e vilucchi spiegano una pompa di foglie di fiori e di frutta di cento colori, di cento forme, di cento stature; è come fosse un gran covone di spighettine, di pannocchiette, di cioccherelle biancastre, rossicce, giallognole, azzurrine. E l'acqua, senza la quale non ci ha verde in campagna, l'acqua, vera nutrice e regina del mondo, discende tra i crepacci dell'Auro dove son le neviere, assumendo mille vaghissime e care sembianze. Dove precipitando dall'erta, ella si frange e spumeggia tra i ciottoli del burrone; dove lentamente scende e si allarga a guisa di lastra di limpidissimo vetro: da un canto sgorga e si versa a modo di leggiadre cascatelle; da un altro, come polla, rigurgita tra le fenditure degli angolosi sassi: qui lene lene serpeggia come rivo; là rumoreggiante e rapida corre qual riottoso torrentello; e dappertutto recando i suoi doni, rallegra inverdisce vivifica quell'agreste natura. Che se dalle piante e dall'acqua trapasserai a considerar l'effetto della luce, crescerà a mille doppi la tua maraviglia; e vedrai a traverso di folti alberi insinuarsi un fascio di raggi per frangersi su la leggermente increspata superficie di un picciolo stagno, e trasformarsi in tanti fili d'oro; e dove piovere largamente su la fresca verdura, e tinger l'ulivo d'un verde cinereo, la querce d'un verde serpentino, l'elce d'un verde di bronzo, il nocciolo d'un verde verdissimo, ed il tasso barbasso d'un verde che par bianco...

O valle, o valle preziosa, stupenda, incomparabile valle ! In tanto sorriso onde natura ti fece adorna, a te non manca in lontananza che la veduta de' viventi. -

Così sclamava un amicissimo mio, col quale io era in compagnia, amator passionato del paesaggio e della storia naturale, mentre io, seduto su un verde poggiuolo con le gambe incrociate alla musulmana e le braccia penzoloni, stavami baloccando con una verghetta, a quando a quando recidendo i capi de' più superbi papaveri, ad imitazione di Tarquinio il vecchio Che domine hai tu che si ti sfoghi in grida? - esclamai anch'io verso lui. E quegli: Dolgomi che qui né una forosetta, né un villanello fa compiuta la beatitudine della mia veduta. Oh! di ciò havvene più che non pensi: siamo all'ora; rivolgiti al ponte, e guarda.

Ed ecco un trenta passi da noi lontano lentamente incedere verso la Conceria una lunga processione di confratelli di tre diverse congregazioni, e poi un doppio ordine di frati, e

 

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ancora uno stuolo di preti, ed appresso un drappello di vaghi fanciulletti vestiti come gli angioli, quali a piè, quali a cavallo, con ricchissime collane di auree catenelle e di perle, e col cimiero in testa e la spada sguainata in mano; e da ultimo quattro devoti portar su le spalle una specie di cappelletta con entro una immagine di Nostra Signora ad olio, seguita da uno stormo di donne, che cantavano le litanie.

Estatico per un pezzo restò il mio amator di paesaggio: quando poi cesse l'incanto, mi domandò che festa era quella. Ed io a lui: La dicono del'Incoronata dal titolo di quella madonnina, che recano in processione, la quale una pia tradizione racconta essersi cavata da un pozzo asciutto sul cui orlo una fanciulletta vedea certa luce ogni sera, or pallida ora brillante com'è quella del sole. Si dice che quella immagine l'avessero gettata nel pozzo i saracini quando venivan pirateggiando verso la Costa. La tolsero dal fondo i Gragnanesi, ed ogni tre anni, proprio in questo giorno, cioè la terza domenica di maggio, le fanno splendidissima festa.

Fu il mio amator di paesaggio e di storia naturale molto contento di questa picciola cronaca, e poiché cominciava a pizzicargli lo stomaco, mi ricordò ch'era tempo di andarne all'osteria. Così facemmo di fatti, e mangiammo di buon appetito, e beemmo di miglior sete, ripetendo più volte quel verso di monsignor Molinari:

 

Vivere vis sanus? Graniani pocula bibe.  

 

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XXXVIII.

UN AVVENIMENTO FUNESTO.

 

Poiché ci fummo levati di tavola, io proposi al mio amico di far una visita al così detto luogo della Frana, e benché egli il conoscesse al pari di me, condiscese di buon grado al mio desiderio, perocché v'ha di certe memorie, ch'è bene rinnovare di quando in quando per meglio confessar a noi stessi questa umana miseria.

Distendesi Gragnano sopra una lunga zona che nella direzione di levante ad occaso segue la curva della base dei monti, e nel venire che fai da Castellammare incontri prima una specie di villaggio, che più dal corpo del paese riman segregato, e che i naturali del luogo chiamano Piazza del Trivione. Giace questa contrada appiè del monte detto di Belvedere, ed ha sulla destra una parrocchia presso la quale è un viottolo, fiancheggiato da casipole, che mena sull'erta del monte; appresso la chiesa è un palagio di antica costruzione che guarda con la facciata un gruppo di mal connesse case, avendo le spalle rivolte verso il monte medesimo, ed in ultimo, più verso Castellammare, sorgeva il Rione del Trivioncello, nel quale era un molino detto delle Capre con poche abitazioni di poveri contadini.

Or questo luogo appunto da noi descritto fu in parte bersaglio della inferocita natura, e lo spettacolo ch'esso presenta oggidì di agglomerate macerie è una pallida figura di quell'altro ch'esso offrì al sorger del sole il dì 22 gennaio dell'anno 1841. Immensi sassi, a bronchi e motta commisti, staccati a forza dal monte per la furia delle acque, avean superbamente passeggiato su questa spianata, e tutto abbattendo, e distruggendo tutto, avean portato la morte e la desolazione dove non era forse altra colpa, che quella della miseria. Ma raccontiamo i fatti secondo che avvennero.

 

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Sopraggiungeva la sera del dì 21 e già cominciava a infierir la tempesta, la quale crebbe verso le due ore della notte. In questo mezzo un forte scroscio di tuono si udì ed una voce commiserevole si accompagnò ad esso. Era quella di un uomo che affacciatosi alla finestrella della sua abitazione, ammoniva que' del villaggio a salvarsi, sclamando ad altissima voce: Oimé! noi siamo perduti, salvatevi, salvatevi: il molino è rimasto atterrato. Ma ei non finiva di dire, che la piena delle acque abbatteva una parte di quella casetta, e insiem con le mura ne trascinava seco il padrone. Era costui un Trifone Malafronte, e fu trovato estinto in un suo giardino. Né fu questo il solo in quel primo caso a incontrar la morte. Un padre col suo figliuolo furon rinvenuti schiacciati sotto la tavola, che loro serviva di mensa, e una fanciulla strappata, per la violenza delle acque, dalle braccia de' suoi genitori trovò anch'essa la morte presso il limitar del tugurio. Altri, meno sventurati, scamparono per opera di alcuni generosi.

Questo primo esempio di terrore e di distruzione avrebbe dovuto ammonire quegl'ignari abitanti a trovare altrove un asilo; e pure così non pensarono per quella cieca fatalità, che fabbro della propria rovina sovente è l'uomo medesimo. * Essi rimasero nelle loro case, raccomandando a Dio la lor vita; e compresi di spavento taluni ancora giaceano, altri l'aveano smorzato nel sonno, quando nel mezzo della notte un secondo scroscio di tuono, più orribile ancora del primo, fecesi udire, e nel tempo stesso la pendice franata del monte piombava con uno strepito immenso abbattendo le case ch'eran presso il viottolo, non che quelle del Rione, e seppellendo sotto le loro ruine più vittime infelici ! ** Né furono aiuti di sorta che potessero salvarli, in quell'ora, e divisi com'erano dal resto del paese; pure il pietoso curato di quel rione volò in soccorso di quegli sventuati, e ben cinque uomini, oltre a una fanciulla, ei salvò di fatto dall'esser preda della morte. Di

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* La relazione di tal avvenimento scritta dall'architetto Signor Camillo Ranieri, ci fa conoscere che solo venticinque persone obbedirono al tristo presagio del cuore, e uscirono dalle loro case, cercando altrove salvezza.

  ** Questo Rione formavasi di 39 famiglie, divise in altrettante abitazioni. Vi perirono in tutto 99 individui, de' quali 58 maschi, e 41 femine. A pochi riuscì scampare da quella ruina, e fu tra questi un tal Giuseppe Inserra, il quale perdè la moglie con quattro figli, ed egli poi galleggiando sopra un masso con un suo figliuolo scampò dalla morte poiché quel masso si fu per buona ventura arrestato.

 

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costui non trovo notato il nome, ma ben era degno che il fosse. Altri ancora furon salvati, ma pochi. è inutile dir lo spavento, che quella scena di orrore infuse negli abitanti al novello mattino, e quante lagrime e sospiri costò quella vista. Le autorità tutte fecero a gara nell'apprestar l'opera loro, ma il sacrificio era compiuto, e ormai non doveasi pensare che a disseppellir de' cadaveri, i quali giaceano fino a venti palmi sotterra !

Qui si compie la nostra cronaca dolorosa, e al narratore succede il naturalista, che vorrebbe spiegar la cagione di tanto disastro. Vi furon di quelli che dissero esser esso derivato da una semplice frana del monte cagionata dalle continue acque, le quali filtrando nella terra aveale staccate, e indotti con seco e tronchi di alberi e macigni. Il natural pendìo del monte, dicon essi, rese più orribile quella rovina, e l'aver incontrato delle casette o mal fondate o di antica costruzione, fece sì che la frana facilmente atterrassele. L'edifizio infatti un tempo de' Cimmino, oggidì di Buondonno, non ebbe a soffrir molto in quel rincontro, perché di fabbriche più sode. Così quella casa servì di baluardo alle altre che le stanno di contro, e che sarebbero senza meno soggiaciute all'istesso destino. E questa fu una delle opinioni. Altri poi dissero che quel disastro fosse stato prodotto dalle correnti elettriche, e ciò s'induceva dal fuoco, che fu visto da taluni sulla pendice del monte, dalla fiamma che precedeva la frana, e che tramandava un odore di materie bituminose, da alcuni pezzi di intonaco, che, con infausto augurio, furono intesi cader ne' pozzi a prima sera. Di questa opinione fu sostenitore il dotto architetto signor Nicola Montella *, il quale innanzi di pronunziar sentenza, volle co' propri occhi osservar quella terra. Però inerpicatosi sulla costa del monte egli osservò che non eravi fenditura di sorta e che gli strati calcarei, inclinati verso il centro del monte, erano infranti in milioni di pezzi per una irresistibile forza; osservò pure che al di sopra di un grosso strato di pietra nella roccia calcarea era un incavo dal quale gravi massi eransi con violenza precipitati: il calcare all'intorno di questo incavo era di color bianchiccio molto più chiaro degli altri strati inferiori e superiori, che invece tendevano al grigio. Queste ed altre investigazioni da lui fat-

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* Leggasi la memoria intitolata: Sposizione del disastro avvenuto in Gragnano ecc., per l'architetto Nicola Montella.

 

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te, che per brevità tralasciamo, lo confermarono nell'idea, che quella ruina del monte fosse stata prodotta dal repentino moto delle correnti elettriche nelle molecole ingenerato. Noi non siamo lontani dall'abbracciar una tal opinione, ma non vogliamo con ciò escludere l'altro effetto prodotto dalle acque, sicché l'una cagione all'altra congiunta ne danno la spiegazione intera di quel terribile disastro.

Or noi speriamo che casi cotanto luttuosi non abbiansi più a ripetere in Gragnano, che altra volta andò pure soggetta con danni men gravi a così fatte frane. * E questa nostra speranza avrà pieno il suo effetto, se colà, come altrove, l'amministrazione infrenerà questa smania che è in tutti di diboscare i monti (la quale di più mali è cagione alla vita degli uomini non meno che alla pubblica economia), se meglio regolerà la scelta de' luoghi per le abitazioni de' cittadini.  

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* Il sig. Montella ne adduce nella sua memoria altre tre frane. Avvenne la prima di esse circa un secolo fa per la caduta della pendice dello stesso monte di Belvedere, e sboccò quella frana per la via che riesce innanzi la parrocchia del Trivione. Avvenne la seconda, non è molti anni, ne' dintorni degli attuali scoscendimenti, e le tracce di essa sono ancora apparenti. Successe l'ultima all'estremità orientale di Gragnano, e calando la frana da' monti di Lettere attraversò il villaggio di Casola, nella cui piazza se ne vede ancora qualche macigno infossato nell'arena. Queste frane, qual più qual meno, produssero danni con morti; ma niuna di esse può paragonarsi a quella del 1841.

 

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XXXIX.

QUALCHE COSA DA RIDERE.

 

Io era tuttavia immerso nelle mie meditazioni alla vista di quel luogo di desolazione, e ricordando quella notte funesta, mentre il mio amico con un bastone che aveva nelle mani andava smuovendo in vari modi quel terreno per certe sue indagini, e notando in un suo scartabello. Ma disgraziatamente ei non ebbe a compir le sue osservazioni, giacché una pietra vennelo a colpir sulla spalla, e poi un'altra alla gamba; sicché voltosi indietro, e avvedutosi di una frotta di fanciulli: Ehi monelli della mal'ora, gridò, che diavolo v'è entrato in corpo egli mai?

È desso ! è desso ! ripeterono a coro que' cenciosi e si misero a scagliar pietre peggio che prima. Onde io, che tardi mi fui accorto di questo fatto, levatomi di sedere, mi avventai col mio amico contro di quegli arrabbiati, i quali più destri di noi si diedero a gambe, non senza tirarci di quando in quando qualche sassolino. Questa guerra alla spicciolata cominciava a noiarci, ed aveva con se qualche pericolo; però ci convenne chiamar in nostro soccorso un uomo, che era non lungi di là, e ci guardava con riserva. Finalmente ei si accostò a noi, ma non così che non mostrasse una certa paura.

Ehi, buon uomo, disse il mio amico, che domine ci è incontrato quest'oggi con questi figli del peccato? Fate loro metter giù le mani, o altrimenti......

Perdonate, signore, rispose quel contadino tremando a verga, e squadrandolo tutto, e voi chi siete voi ?

Oh bella! Due galantuomini come vedete, che andiamo per fatti nostri curiosando, e.....

Se è così, interruppe quell'altro, è stato certo uno sbaglio: questi fanciulli vi han preso invece per due Stregoni, ed io stesso a vedervi con quelle barbe, con gli occhiali e sot-

 

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to quelle vesti, rimuovendo il terreno, e consultando a quando a quando il vostro libraccio.....

Poffare! diss'io: e voi credete seriamente a queste minchionerie?

Minchionerie? minchionerie dite voi? e già voi altri Signori non credete a niente.....

Parlate con me, disse l'amico mio, lasciate andare costui. Io ho studiato più di lui, e so bene.....

E saprete, mio buon Signore, che queste cose trovansi ne' libri. Anche noi, in Gragnano, abbiamo avuto un Canonico molto dotto che ne ha scritto, ed ha scritto latino: dico bene? latino? eh!

Bene, bene, benissimo. E non sapete voi che era detto in quel libro?

Oh tante belle cose, che io povero ignorante non potrei dirvi; ma invece mi ricordo de' fatti che sono ivi raccontati, perché quando io andava a scuola il mio maestro ce li ripeteva, e il mio maestro era compare del Canonico che avea composto quel libro.

Quel discorso cominciava a divertirmi, e però io pregai il contadino a narrarci qualcuno di que' fatti.

Il farò, diss'egli, purché voi d'oggi innanzi non tenghiate tai cose per corbellerie, e messosi quindi a sedere, senza troppe cerimonie, cominciò così il suo discorso:

Le streghe, signori miei, dimorano ordinariamente nelle selve; e noi qui in Gragnano abbiamo una selva, ch'è detta della Janara, perché quelle male femmine tengon colà i loro convegni. Or più volte è avvenuto che i poveri campagnuoli essendo andati a legnare, han trovato il mattino per vari luoghi disperse le legne che aveano la sera innanzi raccolte in fascetti: per la qual cosa volendo sapere chi ne fosse la causa, si son posti a fare la spia, ed han veduto in sull'imbrunire certe donnacce che recavano quel disordine; ma non sì tosto sonosi messi a gridare, le altre saltando e volando sonosi convertite in tanti paperi sghignazzanti per modo che sentivansi un miglio lontano.

Or vedete che brutti diavolacci son questi ! disse il mio amico.

E questo è niente, riprese il contadino. Sentite ancora. Il nostro Canonico ch'ebbe stampato quel libro di cui vi ho parlato, andando una notte a caccia, visto un albero di noce ne volle cogliere qualche frutto, ma qual non fu il suo stupore allorché s'avvide che non noci ma pietre e lapillo egli

 

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coglieva dall'albero? C'era la luna, ond'egli volto gli occhi in alto, s'accorse che tre fanciulle eran sull'albero, le quali da un ramo saltavano all'altro, e mandavan certe bruttissime strida: il buon uomo del Canonico si mise allora a fuggire, e giunto in piazza raccontò il tutto agli amici.

E quelle donzelle erano streghe? dimandai io.

E che altro potevano essere a quell'ora? rispose il contadino.

E a quelle strida? soggiunse maliziosamente l'amico. Oh, non c'è dubbio. Ma queste streghe stan poi sempre sempre accoccolate sugli alberi?

Sempre, signor mio, cominciò a dire il contadino e certe volte fan de' brutti scherzi a chi vi passa per disotto. Alcuni uomini dabbene contarono una volta al nostro Canonico, che passando essi per una via dov'eran molte querce, videro coi propri occhi certe donne, che sconciamente su pe' rami degli alberi saltavano e cantavano, e quando furon loro dappresso quelle maledette, schiantati in un punto molti rami, gittaronli addosso ad essi, coprendoli altresì di certa fetida robaccia che veniva già a diluvio dalla cloaca puzzolentissima de' loro corpi.

Brutte carogne! sclamò seriamente il mio amico, ed io mi morsi intanto le labbra per non ridere: sicché fatto più ardito il nostro narratore continuò:

Qualche volta pure, signori miei, esse ne van per le vie cantando e suonando per modo che voi non le prendereste per quelle che sono: e ciò avvenne una notte a un nostro concittadino, per nome Nicola Jovene. Ritirandosi egli a casa sua, s'imbattè in una schiera di graziose fanciulle che tutte vestite di bianco andavano suonando e cantando: al pover'uomo surse allora non so che desiderio, e fecesi arditamente nel mezzo di esse; ma quelle all'incontro si dileguarono a un tratto, volando come tanti uccelli.

E voi l'avete questo fatto inteso a raccontare da lui proprio? dimandai io.

Sì bene, disse il contadino, e l'ha inteso pure il signor Canonico che l'ha stampato.

Meno male, disse il mio amico, ch'esse si dilettino soltanto a celiare senza offender persona.

Oh non dite così, soggiunse il contadino, ché a qualche povera fanciulla è toccata pure qualche burla di peggio. In Sorrento è un tale che ha cognome Mastrogiudice della Janara. Or costui una mattina di buon'ora essendo asceso ad

 

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una terrazza di casa sua vide per terra una vezzosissima giovinetta da lui non conosciuta che fortemente si lamentava; ond'egli corso alla moglie e raccontato il tutto, fecela subito vestire, e cautamente custodire.

Fin qui non c'è niente di male, diss'io. Il signor Mastrogiudice poteva benissimo far del bene a qualche fanciulla e per ricettarla in casa ebbe contato quella frottola a sua moglie.

Vi dimando perdono, signor mio, rispose subito il contadino. E come si fa che quella fanciulla era nientemeno che dell'altro mondo? ovveramente, come si dice......

Americana?

Sì signore, americana: giacché dopo qualche tempo si misero gli affissi per le cantonate, perché si fosse data novella di una fanciulla smarrita, fatta così e così. Mastrogiudice si accorse ch'era dessa in carne ed ossa, e consegnatala a chi si conveniva n'ebbe de' bellissimi doni.

Oh, questo fatto poi è il più specioso di tutti, disse il mio amico. Una strega l'ebbe acchiappata in America, e depositata in Sorrento. Or vedete che bella volata !

Così è, ripetè il contadino, e mi consolo che abbiate capito.

Grazie, grazie del buon concetto che avete di me, rispose sorridendo il mio amico. Il quale, avvedutosi che l'ora era tarda, mi consigliò di ridurci a casa.

Ed io avrò l'onore di farvi compagnia, disse il contadino, giacché soli, in questa campagna.....

Dove sono le streghe!

Non credo già che voi abbiate paura; ma la precauzione è sempre buona, signor mio. In questo modo io passerò pure per innanzi la casa di un mio compare che ha il libretto di cui vi ho discorso. Io vi prego di leggerlo, e dopo letto me lo renderete.

Piacqueci questa proposizione, e così fu fatto. Il contadino ci diede il libro, e noi gli regalammo una moneta. Il libro è questo: Dissertatìo super superstione, arteque magica exarata ab ANTONIO GRECO insignis collegiatae S. Mariae de Monte Carmelo civitatis Graniani, et Excellentissimo et Reverendissimo Domino FRANCISCO COLANGELO Castrimaris Stabiarum Episcopo dicata, Napoli 1832.

 

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XL.

LETTERE.

 

Non appena il giorno fu chiaro, ed io e l'amico mio, saliti sugli asini, ci movemmo per Lettere: se non che questa volta avevam tutti e due abiti cittadineschi perché non ci fosse sopraggiunto qualche brutto equivoco come quello della sera antecedente. E una tale osservazione fatta da amendue nello stesso punto, ci richiamò il riso sul labbro, non senza celiare alquanto piacevolmente sulla goffaggine e superstizione di questi cittadini. Ma parliamo un po' serio, disse poscia il mio amico; poiché io vo indagando le cagioni di così crassa ignoranza, e' pare a me che questa povera gente sia anzi da compiangere che maledire. Se costoro fossero meglio educati, che non son punto, certo non avverrebbero di tali sconci.

Ben dici, risposi io, ma né pure mi penso che l'educazione potrebbe al tutto infrenare questa loro imaginativa, la quale è propria della nostra gente, e se ben vedi, queste mostruose rappresentazioni dal popolo passarono a' poeti, da' poeti or son tornate nuovamente al Popolo guaste e scontraffatte.

Sicché noi, disse il mio amico, dobbiamo a voi altri di così fatti doni?

Senza un dubbio, io risposi, e queste streghe, o maliarde che vuoi dire, tu le hai in Ariosto come in Shakespeare, in Shakespeare come in Goethe, per non parlarti di molti altri.

Se così è, dissemi egli, io rinunzio a' tuoi poeti e alla poesia.

Oh, tu dici troppo, io allora esclamai.

 

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E il mio amico: Così non parrebbe a te se sapessi di quali e gravi danni sono cagione queste superstizioni in certe contrade del nostro regno. Il più gran male che a noi poteva incogliere iersera era quello di aver guasto il capo, ma altrove non se la cavano per tanto poco, e spesso è immolata la vita di un innocente per trarne non so che, e farne de' sacrifici infamissimi.

Questo però non succede in Germania, diss'io, e pure il teatro colà ha le più strane e mostruose rappresentazioni del mondo, le loro canzoni raccontano anch'esse tai favole, e noi sappiamo che influenza eserciti la poesia in Germania.

Colà la cosa va ben altrimenti, soggiunse il mio amico. Circondati da nebbie, e obbligati a viver soli per più mesi dell'anno, i Tedeschi popolano almeno le loro case di esseri misteriosi, fantastici, e con essi vivono, con essi conversano e fabbricano versi per poi scordarsene a tempo migliore. Oltreaché tu non pensi da quai principii di morale sia pur governata quella gente, e come al difetto della ragione supplisca invece la bontà dell'animo. Questa loro poesia produce in essi l'effetto del vin di Sciampagna, che dà al capo cioè, e non tocca punto lo stomaco.

E pure non fu così co' Briganti di Schiller, diss'io, interrompendolo.

Oh, di quei briganti, rispose graziosamente il mio amico, io avrei avuto meno paura incontrandoli, che non di quei tristi diavoletti d'iersera. Ma lasciamo ormai tai discorsi di morale: chi predica morale è un uomo mezzo annoiato, e non mi pare che sia questo il caso nostro alla vista di cotai luoghi ridentissimi. Poffare ! io non so come queste testoline siano andate fantasticando delle luride streghe, quandoché questi poggi e monti, ruscelli e vallette, sembran fatti per essere la dimora delle più leggiadre Ninfe e delle più benefiche Fate !

Qui si compì il nostro dialogo. Or quel che osservammo per via, vel dirò io.

Per una facile erta di circa due miglia da Gragnano, si perviene a Lettere e nel mezzo della via incontrasi un picciolo villaggio, che Casola è detto, dove alcune fabbriche di qualche secolo fa ti ricordano che altri tempi corsero già per queste contrade, abitate oggidì da miseri agricoltori e mandriani. Una Chiesa è quivi, detta di S. Nicola, piuttosto vasta, ma con mura muffate, e suo maggior pregio è un tiglio secolare che le sta innanzi. Quando gli uomini prendeano seria-

 

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mente parte nelle faccende del comune, era costume de' padri nostri trattare qui all'aperto, ed al rezzo, di quelle cose che più loro cuocevano. Oggidì non è lo stesso. Esso è luogo di oziosi e briaconi, ed uno io ne vidi, che mi si disse essere il barbiere del comune, e che fecemi veramente pietà: un'altra commiserazione ebbi pure per le gole di questi cittadini. - Ma eccoci a Lettere, e propriamente a Piazza, giacché è a sapere che Lettere si forma di vari casali che son detti Piazza, S. Lorenzo, S. Nicola, Depugliano, Orsano, S. Antonio Abbate. Di tutti questi paeselli Piazza è come la città capitale e il Pacichelli la chiama col nome di Fuscolo, forse dal palagio che i signori Fusco vi posseggono tuttavia. Vedesi qui l'antica cattedrale di questa Diocesi, che una volta avea sotto di se, oltre a questi casali, Franche, Pimonte, Gragnano e Casola. Al presente le cure di queste Chiese si appartengono tutte a Castellammare. E di antica origine era altresì questo Vescovado. Nella Cronaca amalfitana leggiamo all'anno 914 come Leone primo Arcivescovo di Amalfi ordinò tre Vescovi, tra' quali un certo Stefano in Castellis Stabiensibus, qui dicitur nunc Episcopus Litterarum. Il che ci fa pure intendere che Lettere a quel tempo altro non era che una villa di Stabia e che suffraganeo di Amalfi era allora il suo Vescovo. Or salendo ancora più su, noi diremo che i potenti Romani qui venivano volentieri a soggiornare, chiamativi dalla dolcezza dell'aere. Di tanto ci fan testimonio alcune iscrizioni qui rinvenute, ed eccone una assai bella apposta ad un sepolcro:

 

  T. Cornelius Libanus

  Inveni aliquando locum ubi requiescerem.

 

Eccone un'altra che avea lo stesso scopo:

 

D. M.

Miniariae Prisciae vixit ann. III. M. II. D. VIII.

C. Miniarius Viator posuit.

 

Ma saran poi queste lapidi indizio certo che questa città un tempo fosse stata da' Romani fabbricata, e che Lettere fosse stata appellata per le lettere che il Senato Romano inviò a Lucio Silla in tempo della guerra italica, stando egli accampato in quelle alture, come già il Coleti pretese? * Questo a

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* Ved. Nic. Coleti Addit. ad Ital. sacr. Ferd. Ughelli, tom. 7.

 

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me, non che ad altri, sembra una favola; e piuttosto inclino a credere col Frezza che dagli Amalfitani fosse stata edificata, e perché posta ne' Monti Lattarj trasse da quelli il suo nome*.

Ma noi avevam dimenticato che della cattedrale dovevam ragionare: or dunque facciamo ad essa ritorno.

Sotto il pontifical reggimento di Pio V (1570) fu questa Cattedrale innalzata, venuta meno per vetustà l'altra, che era presso l'antico Castello, e fu intitolata a Maria Assunta. A tempo d'Innocenzo XII venne poi ristaurata da' danni cagionati da' tremuoti, ed alla Chiesa vi aggiunse un campanile Monsignor Giovanni Cito, allora Vescovo di questa Diocesi. Di un tal fatto c'istruisce una lapide che leggesi entrando la detta Chiesa. è poco tempo che tanto la chiesa che il campanile sono stati in più nuovo aspetto ridotti, e secondo che meglio poteva il gusto del novello architetto.

Volgendo ora lo sguardo intorno a questo paesello, non puoi non restar compiaciuto di una certa pulitezza, che vedesi nelle sue picciole case e nelle stradette: sicché ben rappresenta questo casale di Piazza gli altri casali compagni. I quali tutti una volta eran numerosi di gente, oggi formano appena la somma di quattro mila anime. Ed eranvi pure famiglie nobili e ricche; come quelle di Antonio, Coppola, Fattoroso, de Miro, Fusco, Risi, Rocco e Salerno. Delle due famiglie Risi e de Miro ne dà il Pansa una lunga genealogia ma non le darò io, recandomi sospetto questo scrittore pel suo poco discernimento in fatto di critica. Ebbe la famiglia Salerno un degno rappresentante in Giuseppe Salerno, Barone di Licignano, che fu Giudice della G. Corte della Vicaria, e Fiscale del Tribunale della Regia Revisione: ebbelo la famiglia Rocco in quel Francesco che parecchie scritture di materie legali pose a stampa e da buon ministro sostenne vari ed elevati uffici di magistratura, onde l'Adimari ebbe a chiamarlo: jurisconsultorum jurisconsultissimus, togae decus, ac justinianeae lancis dignissimus moderator.  

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* A una tal opinione, sostenuta altresì dal Pellegrino, contrastano i continuatori del Di Meo, invocando antichi monumenti ch'essi non citano, e citando inutilmente il catalogo del Borrelli. Invece essi vorrebbero che siasi così chiamata da un Ginnasio o Scuola di Lettere che potè esservi in quella collina, o pure dal nome dimezzato o storpiato di qualche padrone del luogo. Etimologie che non ci garbano punto, e che teniamo per più insussistenti della altra.

 

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XLI.

CASTELLO DI LETTERE.

 

Tra i più poderosi Castelli che il medio evo avesse innalzato in queste contrade, è certamente quello di Lettere. Posto sull'alta vetta di un colle, che elevasi a picco sulle pianure di Angri, difeso naturalmente da' monti circostanti e munito di torri e di mura fortissime, esso dovè sembrare inespugnabile a' suoi nemici. Pur tuttavia la storia si tace di lui, e nessun fatto glorioso ci ricorda operato da queste mura. Altra e più illustre città all'ombra della quale stavasi Lettere, ebbe forse ecclissato il suo nome: Amalfi cioè, giacché ad essa apparteneansi allora questi Casali, i quali, comeché ne sieno oggidì disgregati, e per la omogenea natura de' luoghi e per l'indole stessa degli abitanti, tu non puoi fare a meno di crederti nelle benefiche contrade di quell'antica Repubblica. Sicché ben tu puoi imaginare la valida resistenza che Lettere anch'essa ebbe opposta al Normanno Ruggiero in difesa delle città sorelle, e specialmente quando questi occupando di armati presso che tutta la pianura e con varia fortuna contro Rainulfo combattendo, minacciava atterrare l'ultimo colosso che stessegli contro, il quale ben presto anch'esso ruinò partecipando al fato comune.

Giace il Castello, come dicemmo, sul ciglio della collina; a' suoi piedi è una impraticabile scala che dovea menare alla pianura, e da questa parte, ch'è la più inaccessibile, è la porta di uscita: vedesene ancora la saracinesca. Appresso alla porta è la maggior torre di sterminata altezza ed ampiezza con grandi pietre ben tagliate e simmetricamente disposte:

 

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tre altre ne sono agli altri angoli di minor grandezza, giacché di un rettangolo formasi la pianta di questo castello, di lati non eguali tra loro. Questa prima torre ha una gran base che poggia in forma di scarpa, e la grossezza del muro della scarpa è di oltre 18 palmi: la sua altezza intera, se non c'ingannarono gli occhi, è più di 150 palmi. E tu non vedi né pure i merli, che furon dal tempo distrutti! Più piccole son le altre torri e perfettamente cilindriche; ma tuttora in buona condizione, eccetto quella che insiem con la torre maggiore guarda la pianura: una di esse (quella propriamente che soprasta al casale di S. Nicola) è tutta vuota, e chiamasi ancora da quegli abitanti la torre del grano, perché coladdentro faceasi conserva di quelle vettovaglie, che ne' casi di assedio eran necessarie. Uscendo dal castello, vi mostreran que' villani dov'eran le antiche scuderie, che oggi son pascolo di qualche vacca o vitello, e vi condurran pure a vedere l'antica cattedrale, inabissata dal tempo, e da Pio V, come dicemmo, di qui fatta trasferire nel casale di Piazza. Una piccola cappella vi avanza tuttora, e la memoria più recente che serbino queste dirute mura è quella del colèra per poche vittime di quel flagello che qui furono interrate... Ma togliamoci da queste idee, e diamo uno sguardo su questa immensa pianura, che distendesi a' nostri occhi come uno scacchiere, apparendo dove il ceruleo delle acque, dove il verde delle piante, dove il grigio de' fabbricati. Siede Sarno a un'estremità di questo anfiteatro: Revigliano gli sta di contro, Revigliano che vede ora innanzi di se convertito in terra quel che un giorno era mare anch'esso. E ben di tanto n'accerta la forma stessa di questa pianura, i fossili che cavando il suolo qui continuamente si trovano sepolti, gli sconvolgimenti continui a cui la terra andò sempre mai soggetta.

 

                     Vidi ego quod fuerat quondam solidissima tellus

                      Esse fretum, vidi factas ex aequore terras,

                      Et procul a pelago conchae jacuere marinae

                      Et vetus inventa est in montibus anchora summis. *

 

Cotali sconvolgimenti, più che altrove, furon frequenti nelle nostre contrade e nelle piagge che circondano il nostro

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* «Io vidi il mare là dove una volta era solidissima terra; io vidi coperti da' flutti i campi, e lungi dal mare giacer le marine conchiglie, e rugginosa àncora rinvenirsi nelle sommità de' monti». Ovidio.

 

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Vesuvio, il quale è grandissima cagione di geologici mutamenti. Ad esso noi dobbiamo gli strati di pomice e lapillo che ingombran tutta la contrada così detta di Messigna, e una fortunata combinazione ne assicurò meglio com'essa fosse un tempo occupata dalle acque. Imperocché essendosi da' naturali del luogo cavati de' pozzi per aver delle acque irrigue, dove non sono che acque minerali, alcuni tronchi di alberi furon trovati in que' cavamenti, i quali attentamente esaminati, vennesi in chiaro come alberi di navi eran quelli, conservati ancor sani per virtù delle stesse acque minerali. Dobbiamo al diligente cav. Giuseppe Negri, ingegner costruttore nella real marina, una tale scoverta, e al dotto Raffaele Liberatore l'averne lasciato special ricordo negli Annali Civili (an. 1835). Da esso sappiamo che questo tratto di terra è distante dal mare per circa 250 tese, dal cui livello si eleva per 18 a 20 palmi circa, e che gli strati di pomice e lapillo, che ne formano la massa, scendono alla profondità di circa 40 palmi. Ben 12 di questi alberi furono rinvenuti, e tutti in situazione verticale, o sol di pochi gradi inclinati all'orizzonte. Qualcuno di essi aveva de' cerchi di ferro e gancio alla testa; qualche altro terminava a calcese, come oggidì si usa ancora ne' bastimenti latini. E bozzelli e cerchi e anelli di ferro e chiodi triangolari ed altri arnesi appartenenti a navigli sonosi pur rinvenuti nel detto terreno. Or non sarebbero forse questi gli avanzi di quello stesso navile romano comandato da Plinio che nell'eruzione del 79 fu spento nella marina di Stabia? Agli archeologi una tal disquisizione.

Dalla pianura noi intanto volgeremo lo sguardo a questi monti e colline circostanti, seminati di villaggi e casipole, tra' quali, coperto sempre di nubi, come un essere misterioso, si appresenta Monte Auro. Il castagno qui insalda i terreni posti a declivo, e forma delle fresche selvette; la vigna, l'olivo, e il pometo occupano un'altra parte delle terre; il rimanente è destinato a' pascoli, ed è questa la più ricca industria di Lettere, giacché l'olio basta appena a' bisogni della contrada: dalle frutte che si mandano in Castellammare, e che sono eccellenti, non si trae gran profitto, e il vino, comunque vincesse in bontà quel di Gragnano, non è in grande abbondanza. Gli eccellenti pascoli danno poi stupende ricotte, che vendonsi con vantaggio in Napoli e in Castellammare, e del latte di Lettere ben potremo ancor dire quel che Cassiodoro ne scrisse: Remedia Lactarii montis eum jussit expetere, ut cui medela humana nihil profuit, lac vulgati loci subveniret. E l'illustre mi-

 

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nistro di Teodorico così dissene altrove: Aeris salubritas cum pinguis arvi fecunditate consentiens herbas producit dulcissima qualitate conditas, quarum pastu vaccarum turba saginata, lac tanta salubritate conficit, ut quibus medicorum tot consilia nesciunt prodesse, solus videatur potus ille praestare.*. E pure (chi il crederebbe?) con tanti favori di che natura è stata a questi luoghi benigna, essi sono abbandonati da' cittadini, non careggiati da' forestieri ! Ma un giorno forse, e non è lontano quando le noie della città non ci faran più salvi in Castellammare o in Sorrento, noi ripareremo ne' mesi estivi in questi monti amenissimi; e allora forse un'aura di civiltà soffierà pure per queste contrade, i cui abitanti non sarebbero molto lontani dall'accoglierla per una certa naturale bontà, e perché non destituiti di acume.  

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* «I rimedii che ne porgono i monti Lattarii a lui indisse di ricercare; perocché se niuna medicina poteva giovargli, il latte di quella contrada il risanasse.»

«La bontà dell'aere alla fecondità degli abbondanti campi congiunta produce erbe di dolcissima qualità, e di un tal camangiare ingrassate che sono le vacche dan latte cotanto salubre, che coloro i quali hanno sperimentati vani i consigli de' medici, da quella bevanda traggon solo profitto.»

 

 

 

 

 
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