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III
CONVEGNO IN ONORE DI ALFONSO MARIA DI NOLA
SABATO
14 OTTOBRE 2006 –
BIBLIOTECA COMUNALE - GRAGNANO
I confini del male:
forme e materie del maligno:
Raccolta di
articoli di Alfonso M. Di Nola a cura di Ireneo Bellotta:
Il
diavolo tra noi
in Prometeo.
Rivista trimestrale di scienze e storia, Anno 2, n. 8,
Dicembre 1984, Milano, pp.90-99.
Una
tradizione molteplice alimenta l’immagine surreale di
un personaggio cattivo e giocoso, perfido e buffo, dannato
per l’eternità e presente nella storia degli uomini.
La storia
interna e segreta del diavolo, nella tradizione occidentale, è
carica di incertezze, ambiguità e segnali contrastanti. Nella
stessa figura si coagulano diverse e inconciliabili
stratificazioni che vanno segnalate nei loro significati di
massima per tentare, alla fine, un identikit del demonio
all'interno del gioco immaginario delle nostre culture contadine.
Una prima
stratificazione è sicuramente antico-testamentaria e, come tale,
è stata recepita dal palinsesto neo-testamentario con alcune
fondamentali modifiche.
Nell'Antico
Testamento appaiono i se’irim,
che ricevono sacrifici da parte degli uomini (Lev.
17:7; II Re, 23:8; II
Cron. 11:15). Sono demoni-capri,
il cui nome, in ebraico, significa "pelosi". Shedim,
invece, sono demoni "neri" (corrispondenti allo shedu assiro-babilonese), ai quali, è detto, gli Ebrei,
prevaricando, "sacrificarono i loro figli e le loro
figlie" (Sal. 106:
37; cfr. Deut. 32:17). Un unico passo ci parla di Lilit, dato come spettro notturno che dimora nel deserto (Is.
34:14), figura che corrisponde al babilonese Lilitu, demone
originariamente della tempesta, poi della lussuria. Nel rituale
del Giorno della Espiazione appare il demone Aza’zel, il cui nome suggerisce qualche rapporto con il capro (Lev.
16: ’azaz = "essere forte e orgoglioso"). A tale demonio
viene lasciato, ai limiti del deserto, un capro espiatorio. Il
deserto, infatti, in una immagine ricorrente è considerato la
sede elettiva delle forze demoniache (cfr. Is.
13:21; 34:11 ss.).
A tutte queste
figure mitiche si sovrappone, infine, un personaggio il cui nome
significa sostanzialmente "il nemico", quale appare in Giobbe (1:6; 2:1 ss.) nella forma ha-satan (con l'articolo ebraico ha): egli è l’ “oppositore” per eccellenza, ma, in effetti,
al servizio di Dio, alla cui corte si presenta, agendo come
calunniatore non di Dio, ma degli uomini. Sempre come nemico degli
uomini, è presente in Zaccaria
(3:1 ss.). Soltanto nel I
Cron. (21:1), egli è introdotto senza articolo, nella forma satan
e spinge il popolo di Israele a compiere un atto contrario alla
volontà divina. Siamo, con approssimazione, intorno al VI secolo
prima dell'era volgare, gli anni che segnano la fine dell'esilio
di Babilonia. La qualificazione di Satana come origine del male,
in forma anche prossima ad un dualismo improprio (non assoluto),
si sviluppa nella posteriore letteratura apocrifa e
pseudopigrafica. Il mito di Satana, così come passerà al
cristianesimo, è collegato al peccato di Adamo e Eva, alla
ribellione degli angeli, della quale vi è un incerto accenno in Gen.
(6:1 ss). Nella nuova mitologia l'origine del male è fatta
dipendere dal Diavolo, secondo una concezione già chiaramente
sviluppata nel Libro della
Sapienza: "Dio, invero, creò l'uomo per l'immortalità e
lo fece ad immagine della propria natura, ma per l'invidia del
Diavolo, entrò la morte nel mondo" (2:23-24). Inoltre, in
un'ulteriore confusione di elementi mitici, Satana venne
identificato con Lucifero, la stella mattutina, che sarebbe
caduta, secondo un mito di crollo della perfezione originale, del
quale si ritiene sia presente una traccia molto dubbia in Isaia ("Come mai sei caduto dal cielo, o astro mattutino,
figlio dell'aurora?", Is.
14:12).
Questa tendenza
dualistica si accentuerà nei testi di Qumran, in forma sempre non
assoluta: infatti per i settari di Qumran, Iddio crea due spiriti,
uno buono, uno malvagio, dai quali dipende il corso escatologico
della storia. Gli elementi che qualificano questa stratificazione
sono: 1. il demonio ha forma caprina ed è peloso; 2. dimora nel
deserto e nei luoghi abbandonati; 3. ad un livello meno immerso
nelle rappresentazioni mitologiche, si propone come
"avversario" di Dio, e tuttavia al suo servizio; 4. è
collegato alla storia di Adamo ed Eva (in forma di serpe) e a
quell'astro caduto (Lucifero); 5. si costituisce, ad un livello
ancora superiore, in epifania e sede del male, nella lotta
male/bene.
La seconda
stratificazione appartiene al mondo cristiano, neotestamentario ed
evangelico. La mitologia demoniaca, in questo palinsesto
documentario, diviene più corposa e intensifica i tratti che
aveva recepito dall'Antico Testamento. J. Smith, nel suo studio De
daemoniacis in historia evangelica (Roma 1913), osserva che il
termine daimonion, soltanto riferito ai casi di possessione diabolica,
appare, negli Evangeli, ben 52 volte, e quasi non vi è pagina
della narrazione della vita pubblica di Gesù che non ricordi un
invasamento diabolico e non vi faccia allusione. Satana,
usato nel N. T. nella forma Satanas,
risale all'identico termine giudaico e assume, sulla base della
radice stn ("osteggiare", "esser nemico"), l'ulteriore
significato di "calunniatore" ed avversario per
eccellenza. Nell'immaginario mitologico è presentato come il
dragone e il serpente che Cristo vede cadere dal cielo a guisa di
folgore (Lc. 10:18) e sul quale è concesso potere ai discepoli e agli
apostoli (Lc. 10:19).
Sottrae, distruggendola, la Buona Parola (tratto iranico) seminata
dall'Evangelo (Mc.
4:15); tenta Gesù (Mt.
4:10; Mc. 1:13); produce mali fisici (Lc.
13:16); perseguita i seguaci dell'Evangelo per vagliarli come si
vaglia il grano (Lc.
22:31); ha un suo proprio regno in senso spaziale e temporale (Mt.
12:26; Mc. 3:26).
L'altro epiteto
neotestamentario del potere diabolico, Beelzebub,
dall'ebraico Ba’al-zëvuv,
è nome usato prevalentemente nei discorsi attribuiti ai Farisei.
Ha origine incerta, poiché esso appare in II
Re (1:12-13) come idolo della città filistea di Accron, cui
si rivolge il re Ochozia, ma è spiegato variamente come
“dio-mosca” o “dio delle mosche", difensore dei suoi
fedeli dalle mosche (in analogia con lo Zeus Apomnios di Pausania, 5,14,2, e con il dio romano Deus
Myagron di Solino, Collect.,1);
ovvero come dio della città di Zebub. Nel Giudaismo si trasforma
in Baal zevul,
"signore della casa”, "signore della dimora",
come tale reso nel N.T. greco con Beelzeboul
e, nella Vulgata, nell'Italica e nella Siriaca, conservato come Beelzebul.
Anche qui incerta è l’origine, poiché lo si può collegare ad
una casa culturale di cui egli è signore, ovvero, più
genericamente alla dimora sotterranea dei demoni, o, infine, alla
radice semitica zvl,
"letamaio", nel siriaco zebla,
"sterco", nel talmudico zabal,
"immondo", arabo zibl,
"letamaio". Sembra evidente nel testo evangelico che il
nome è usato dai Farisei e a questo proposito è esplicito Mt. 10:25: “Se hanno chiamato Beelzebub il padrone di
casa...". Con questo nome, nelle accuse di Farisei, il
demonio darebbe a Gesù il potere di scacciare gli altri demoni (Mc. 3:22).
Diavolo,
diàbolos, "quegli che si mette attraverso e, in senso
corrente, 1’“accusatore”, il “calunniatore”, il
"nemico", è il nome greco usato per Satana quasi sempre
preceduto dall'articolo quando vuole indicare il principe dei
demoni. Tenta gli uomini e cerca di procurare loro il male (Mt.
13:39; Lc. 8:12; Gv. 13:2), è il padre dei peccatori (Gv. 8:44); per lui e per i suoi angeli ribelli è stato preparato
l'inferno (Mt. 25:45).
In questa stratificazione, l'analisi dei dati porta ad osservare:
1. che il diavolo si ripresenta in forma animale mitica
(dragone, serpente, ma non capro); 2. assume alcuni tratti
che lo configurano come detentore di una signoria su questo mondo
(basta, per es., il termine baal,
di Baalzebub, che significa propriamente "signor ");3.
è il naturale avversario del Cristo e dei suoi fedeli, in una
lotta, ora di tratti cosmici, ora di tratti etici, ma è vinto per
sempre dal Cristo medesimo; 4. è visibile, rappresentabile, ha un
suo regno e un suo spazio.
Sulla
stratificazione evangelica, come su quella qumranita, ha
certamente influito, in forma massiccia, il dualismo iranico che
la tarda cultura giudaica, fra il III e il II secolo prima
dell'era volgare, recepisce per le invasioni e le dominazioni
persiane, anche posteriormente all'atto di liberazione e di
riscatto di Dario.
In un ben noto
contesto dualistico, lo zoroastrismo ebbe uno specifico mondo
demoniaco particolarmente ricco. La presenza del male fisico,
etico, cosmico e, più pronunziatamente sociale, nel mondo, come
elemento che poneva in crisi la sicurezza e il benessere di una
società idealizzata e rappresentata nello schema modulare della
Buona Religione e della Buona Regalità, si espresse, nella storia
iranica, nella figura di Angra
Mainyu, signore e ispiratore dei distruttori dell'etica
allevatoria, che giustifica e stimola l'ecatombe animale e, perciò,
il disordine cosmico. Chi guarda i testi iranici, zarathustriani e
mazdei si convince sempre più delle pesanti influenze che essi
hanno avuto sul tardo ebraismo e sul cristianesimo. Anche nello
zoroastrismo, il fondamentale carattere del mondo demoniaco è la
sua predestinazione ad esaurirsi e ad annullarsi nel finale
trionfo del bene, proprio come negli Evangeli: così il
monoteismo, almeno nelle linee più profonde dell'ideologia, ne
esce garantito e assume una motivazione decisamente ottimistica.
Da un lato, il
male demoniaco, la druj,
è una condizione transeunte di crisi e di prova (proprio come
nella narrazione delle Tentazioni evangeliche!) che il Signore
Buono ha dovuto accettare quasi per necessità, nel momento in cui
dal Non-Tempo passa al Tempo; dall'altro la stessa origine e
creazione del Tempo appare giustificata dalla certezza della
finale redenzione e del riscatto totale di tutta la natura dalla
provvisorietà della prova. Questi motivi sono correnti
nell'esegesi, con un riferimento ora alla natura necessitata del
male, ora alla finale salvazione, ora, infine, al tema di una
successiva liberazione cosmico-sociale operata dai Salvatori
scaglionati nei tempi escatologici. Il cap. 34 delle Selezioni
di Zatspram dice: "Tutte le creature riconosceranno i
miracoli di Ohrmadz e abiureranno ogni malizia e ogni desiderio di
Ahriman, schierandosi risolutamente dalla parte di Ohrmadz... Gli
esseri luminosi abbatteranno ciascuno il loro avversario...
secondo quanto è detto nella Religione: dalla concordia la
discordia sarà vinta, dalla generosità l'avarizia, dalla
giustizia la druj, dallo stato giusto quello malvagio".
Questa matrice iranica, binaria e dualistica ha una profonda
influenza sulla demonologia neotestamentaria, che così si
qualifica in modo assolutamente diverso da quella
antico-testamentaria.
Vi
è poi il patrimonio mitico che passa dalla cultura
tardo-antica al mondo cristiano. Si tratta di un aspetto spesso
ignorato e trascurato dagli studiosi, ma che può spiegare molti
tratti della figura diabolica formatasi nella civiltà contadina
medioevale europea. Si pensi ad esempio alle immagini mitologiche
che formano il mondo parareligioso che la cultura dei pagi
ereditò dal mondo classico e conservò fino ad epoche tarde,
nonostante gli insistenti tentativi di conversione da parte della
Chiesa. In questa interferenza fra mondo cristiano-semitico del
demonio e eredità tardo-antica operano principalmente le divinità
che appartengono alla niedere
Mytbologie nel mondo degli dèi terrestri e silvani di matrice
greca e di matrice romana, che, nel sincretismo, vengono a
fondersi.
Queste divinità,
che tra l'altro consentono di spiegare anche molti aspetti
iconografici e narrativi del diavolo, sono:
1) l'antico dio
arcadico Pan, poi
diffuso in ambiente latino della decadenza, come nume delle selve
e della condizione precivile e selvatica, che trascorre rapido le
ampie distanze, salta per le rocce, si nasconde nei boschi per
assalire le ninfe e possederle, si inerpica sulle vette più alte,
passa cacciando attraverso le rocce dei monti (Inno omerico a Pan). Esprime la sfrenata libertà della vita senza
leggi, tutta immersa nel godimento della natura selvaggia. Ma è
anche portatore di una numinosità irritabile e tremenda, proprio
come quella che caratterizza gli "spiriti della foresta"
delle popolazioni senza scrittura. Dorme nel meriggio, riposando
negli antri o presso le greggi o nel folto dei boschi, ed è
pericoloso svegliarlo, sia pure con il suono della zampogna che
gli è cara (Teocrito, I, 13 ss.). Come "potente e selvaggio
Pan" (Inni orfici,
IX), porta ai profanatori o a chi d'improvviso lo scopra il
terrore distruttore e immobilizzante. É
dio cui piace il godimento del sesso anche nelle forme lubriche e
onanistiche. Appare spesso nell'iconografia del corteo di Dioniso
nella classica forma di essere misto, mezzo uomo e mezzo animale,
"nella metà superiore senza peli, nella metà inferiore
ispido con aspetto di capra" (Platone, Cratilo,
408 d), “irsuto”, “bicorne”, "piè di capra" (Inno
omerico a Pan).
2) I Satiri
e i Sileni, appartenenti alla categoria degli esseri intermedi, cui già
i Greci attribuirono il nome di "demoni". Gli uni e gli
altri appaiono nel thiasos
o corteo di Dioniso e sono qualificati, "daimones" in un
celebre passo di Strabone (X,3). Esprimono la carica lubrica e
sessuale, che è nella vita umana e in quella vegetale, sono
rappresentati in tratti teriomorfici con coda, corna e piedi
caprini, con fallo fortemente pronunziato. Non si tratterebbe di
mostri irreali costruiti dalla fantasia mitopoietica, ma piuttosto
di trasposizioni, sul piano mitologico, di travestiti con spoglie
animali che entrano in estasi sciamaniche e che, per metà, si
sottraggono alla realtà e si divinizzano... I Sileni, che sono
mitologicamente dei Satiri vecchi, sarebbero, all’origine
uomini-cavalli, travestiti ritualmente, e, per estensione, divinità
dalla potente carica sessuale tipica degli equini, in particolare
degli asini;
3) le parallele
divinità maschili di fertilità-fecondità e le divinità proprie
dei pastori, diffuse e resistenti nella vita religiosa medioevale
(di qualcuna di essa, per esempio, di Fauno parla ancora il testo
celebre di Stefano di Borbone). Si tratta di Fatuus
o Fatuclus, connesso
forse con fari,
“parlare”, "profetizzare" poiché è il genio
fatidico che parla con i rumori delle foglie nei boschi (Servio, ad
Aen. VI, 755, VII, 47); di Incubus,
come dio che spaventa gli uomini con sogni ed apparizioni
improvvisi e anche come nume del disordine sessuale (in questo
caso identificato con Inuus),
pronto ad unirsi a tutti gli animali ("Inuus ab ineundo
passim cum omnibus animalibus", Servio, o.c. VI, 755); di Silvano
e dei Fauni,
corrispondenti ai Satiri dei Greci.
L’immagine
diabolica nella mentalità contadina non può prescindere da
queste diverse fonti passate agli universi rurali medioevali e
moderni attraverso le persistenti cultualità pagane (per quanto
riguarda l'eredità del mondo tardo-antico) e attraverso le
catechesi e la predicazione cristiana (per quanto riguarda
l'eredità antico-testamentaria e neotestamentaria). L'immaginario
diabolico si configura così come il punto di incontro di
tradizioni diverse e confuse, ora dotte, ora più propriamente
semi-dotte, che entrano in circolazione in un mondo culturale cui
sarebbe rischioso applicare la categorizzazione gramsciana
egemone/subalterno. Le dimensioni culturali medioevali si
costituiscono come continua circolarità dei dati fra "classi
popolari" e quella che fu 1’ “egemonia culta”. Sarebbe
perciò almeno rischioso fare un discorso sul diavolo contadino
senza tener presenti le grandi apocalissi o i grandi Giudizi
universali, nei quali il diavolo è rappresentato proprio come
prodotto di elaborazione dell'immaginario "culto".
Intorno al X-XI
secolo, all'interno della tradizione ecclesiastica si verifica una
divaricazione: da un lato la pura speculazione dottrinale sul
diavolo (che cosa egli è, le modalità delle sue operazioni, la
sua natura, i limiti della sua libertà e della sua volontà,
ecc.); dall'altro un'elaborazione paradiabolica puramente
fantastica, che respinge le grandi problematiche teologiche e che
si riversa soprattutto nel corposo, nel descrittivo, nel vero e
proprio "immaginario". Questa seconda elaborazione
appartiene principalmente ai giudici inquisitoriali e agli autori
di trattati di esorcistica e di demonologia, i quali ci attestano
ciò che dovette essere il "popolare" diabolico fra il
XIV e il XVII secolo, sia perché sono essi a inventare gli
aspetti della figura diabolica, sia perché recepiscono nella
trattatistica i segnali di una "cultura di popolo" che
passa alla scrittura nelle confessioni e nelle deposizioni. La
divaricazione, rappresentabile come conflittualità fra il
"razionale" e il "fantastico", fra il piano
della logica e il "disordine" apparente
dell'immaginario, è individuabile immediatamente dal confronto,
per sommi capi, tra produzioni teologiche scolastiche e
fonti inquisitoriali demonologiche e stregoniche. I testi
demonologici evangelici, cui abbiamo accennato, divennero oggetto
delle speculazioni dei teologi per tutto il Medioevo, per
culminare nelle formulazioni definitive di san Tommaso d'Aquino.
Le questiones L-LXIV della Summa
Theologica formano il Tractatus
de angelis, nel quale sono discussi i problemi della qualità,
della natura, degli attributi, dei limiti di azione dei demoni e
della loro funzione nell'ordine della Provvidenza.
In sintesi, i
principi tomistici che ispirano tutta la posteriore dottrina
cattolica sull'argomento e che riassumono le tesi già
precedentemente sostenute da Pietro Lombardo e da sant'Agostino,
possono essere così sintetizzati: 1) I demoni, nel momento in cui
desideravano essere eguali a Dio, secondo la narrazione del Genesi,
commisero un peccato di orgoglio e di invidia; 2) i demoni non
sono naturalmente malvagi, ma tutti lo diventano in funzione
dell'esercizio della loro libera volontà; 3) la caduta del
diavolo non fu simultanea con la creazione di esso, ché, se lo
fosse stata, Dio sarebbe la causa del male. Vi fu, quindi,
pertanto, un intervallo fra la creazione e la caduta dei demoni;
4) il diavolo fu, all'origine, il massimo fra gli angeli. Il suo
peccato fu la causa del peccato degli altri angeli caduti, per
incitamento e non per compulsione; 5) il numero degli angeli
caduti è più piccolo del numero di quelli che hanno perseverato
nella loro fedeltà a Dio; 6) le menti dei demoni sono oscurate
dalla privazione della conoscenza dell'ultima verità, ma esse
posseggono la conoscenza naturale; 7) come gli angeli buoni, dopo
la loro beatificazione, sono determinati nella loro bontà, così
la volontà degli angeli cattivi è fissata nella direzione del
male; 8) i demoni soffrono pene che non hanno, però, carattere
sensibile; 9) i demoni hanno due dimore, l'inferno in cui
torturano i dannati, e l'aria dove essi incitano gli uomini al
male.
L altro aspetto,
più propriamente assegnabile all'immaginario popolare, si riversa
in una grande tradizione iconografica, che va dalle Apocalissi
alla pittura di Bosch. I principi teologici indicati trovano un
enorme sviluppo casistico e si imbarocchiscono nelle più inattese
forme dell'Inquisizione cattolica contro la stregoneria. In questo
contesto un'approfondita conoscenza del mondo demoniaco sembra
indispensabile per diagnosticare i casi di patti diabolici e i
modi di azione e di cooperazione degli spiriti maligni con gli
uomini, e per fornire ai fedeli i mezzi efficaci di difesa. Le
opere di demonologia, che appaiono a partire dai primi anni
dell'arte tipografica, ripropongono le antiche questioni ai fini
pratici dell'individuazione del grande male eretico e scismatico
della stregoneria. É
dei primi anni del sec. XV il Formicarius
seu Dialogus ad vitam christianam exemplo conditionum formicae
imitativus (Augusta, s.d. I ed.), ripubblicato, poi, nel 1437,
con il titolo Myrmecia
bonorum seu Formicarium ad exemplum sapientiae de formicis,
opera del domenicano Giovanni Nider (nato a Isny nel Württemberg
nel 1380, morto a Norimberga nel 1438). Nel libro "De
Maleficiis" di detta opera sono ampiamente discussi, in forma
di dialogo fra il teologo e l'ignorante, l'azione del demonio
sugli uomini e i patti stregonici. Il domenicano Jacob Sprenger
(nato a Basilea fra il 1436 e il 1438, morto a Strasburgo nel
1495), inquisitore nelle diocesi di Magonza e Salisburgo sotto
Sisto IV, pubblica, come frutto della sua collaborazione con
Heinrich Institor (von Krämer;
nato a Schlettstadt nel 1432 circa, morto in Moravia nel 1505,
inquisitore in Germania), quello che diverrà il codice e la summa
della demonologia fino al XVIII secolo, il Malleus
maleficarum o Martello
delle streghe.
Nicolas Remy
(Remigius), giudice del tribunale di Nancy dal 1576 al 1590, poi
procuratore generale della Lorena dal 1591 al 1606, rappresenta
una delle posizioni di estremo e feroce rigore nella lotta contro
le streghe ed espone le sue idee demonologiche in Demonolatriae
libri tres (Lione 1595). Una voce che contrasta l'unanime
consenso teologico in materia inquisitoriale è quella di Johan
Weyer (Wier, Wierus), medico (nato a Grave in Brabante nel 1515,
morto a Tecklemburg nel 1588), autore del De
praestigiis daemonum et incantationibus ac veneficiis libri V(Basilea
1563), del De Lamiiis (1577) e della Pseudomonarchia
Daemonum (Basilea, 1580), opere rilevanti che,
nell'opposizione alle tesi inquisitoriali, forniscono notizie
sulle credenze popolari dell'epoca. Girolamo Menghi (Mengus),
francescano, vissuto alla fine del sec. XVI, pubblica il Compendio
dell'arte essorcistica et possibilità delle mirabili et stupende
operationi delli Demoni, et dei Malefici (Bologna 1582), il Fuga
daemonum (Bologna 1577), il Flagellum
daemonum (Bologna 1586), cui va aggiunta la seconda parte Fustis daemonum (Venezia 1577). Francesco Maria Guazzo (Guazzi o
Guaccio, Guaccius), dell'ordine di sant’Ambrogio (nato a Milano
circa il 1570) pubblica, nel 1608, il Compendium
maleficarum (trad. italiana Milano 1697). Si giunge così alla
grande opera inquisitoriale del gesuita Martin Del Rio, belga,
(1552-1608), Disquisitionum magicarum libri sex (Lovanio 1599-1600, 3 voll.,
venti edizioni fino al 1755), che riassume tutte le precedenti e
ripresenta le tesi demonologiche in forma casistica, riferendosi
alle autorità teologiche e alle sentenze dei giudici.
C’è un vero e
proprio mondo "immaginario" subalterno tramandatoci da
demonologi specializzati. Il loro interesse è soprattutto diretto
alla diagnosi di possessione e di invasamento. Il prete esorcista
agiva sul doppio piano diagnostico e terapeutico, secondo una
tipologia comune a molte forme religiose, anche primitive (si
pensi, ad esempio, allo sciamanesimo). In particolare, Francesco
Maria Guaccio osserva che è difficile individuare i segni
peculiari di possessione demoniaca indotti da maleficio dei
demoni, soprattutto quando il demonio, immesso nel corpo di una
persona, si mescola ad altra sostanza immonda, anch'essa entrata
nel corpo del posseduto o prodotta dagli umori della sua malattia.
É,
perciò, indispensabile avere un'assoluta sicurezza dei segni
diagnostici, per distinguere la sintomatologia della possessione
da quella di cause naturali e morbili eventualmente concorrenti.
Il demonologo
procede, allora, ad un'elencazione di ben quarantasette sintomi,
classificabili in due sezioni, quella propria delle manifestazioni
sensorie e fisiologiche, e quella delle manifestazioni di facoltà
paranormali o eccezionali. Nel primo ordine, possono rientrare: un
inspiegabile formicolio, "quasi che l'ossesso avverta uno
strisciare di formiche sotto la pelle"; palpitazioni di parti
del corpo; punture moleste non spiegabili; calore che sale dai
piedi alla testa e scende dalla testa ai piedi; apparizione di una
o di più vesciche sulla lingua, "che lasciano arguire la
presenza di molti spiriti che hanno invaso il corpo"; il
salire di un bolo alla gola, che si gonfia e poi si fa secco;
l'emissione della lingua dalla bocca e il gonfiarsi di essa;
avvertire sul dorso acqua fredda; l'astenersi dal cibo e dalle
bevande per sette o più giorni; il sentire un vento freddo per le
braccia e per le reni; il sentirsi il cervello come trafitto; il
gonfiamento della testa e, talvolta, di tutta la persona; una
febbre altissima, con dolore di testa, con indebolimento del
corpo, purché sia di breve durata e sparisca quando si pratica
l'esorcismo; il senso di soffocamento alla gola; l'avvertire alla
bocca dello stomaco un bolo, come di formiche, di vermi o di rane;
il vomito in forma eccezionale; il dolore molto forte di visceri;
il gonfiamento del ventre; la costrizione nella zona cardiaca; il
colore cedrino assunto dal volto (itterizia?); il non potere
aprire gli occhi e sentirsi le membra legate; il sentirsi pungere
nella zona cardiaca; il sentirsi passare, attraverso il ventre,
come un vento freddissimo o caldissimo; l'indigestione, quando le
medicine applicate non sono efficaci; la pulsazione delle arterie
del collo.
Al secondo
ordine dei sintomi possono essere ascritti: il parlare lingue
ignote o il comprenderle quando altri le parlino; il discutere di
cose "alte e sublimi", quando si è ignoranti; il
rivelare fatti occulti o dimenticati, o futuri, o arcani (quali,
per es., i peccati e pensieri dei presenti); l'essere agitato in
forma parossistica e in modo che non riescano a porre fine
all'agitazione nemmeno uomini validi e forti; il sentire una voce
interna che parla e non riuscire a percepire il significato delle
parole; il dimenticare ogni cosa che si è fatta o detta mentre si
è in una delle indicate condizioni; l'impossibilità di
sottoporsi alle cerimonie del culto divino; il vano desiderare di
parteciparvi, per esserne trattenuti da una forza potente; il
consumarsi in forma improvvisa delle energie fisiche e psichiche;
il fingere idiozia e stupidità, soprattutto quando si è invitati
dal sacerdote a recitare le preghiere; il parlare pulitamente e
dottamente da parte di ignoranti, o il cantare secondo i canoni
musicali senza averne la scienza; il sentirsi spinto, da interna
persuasione, verso un precipizio o al suicidio; il divenire
improvvisamente stupidi, cechi, zoppi, sordi, muti, lunatici,
paralitici; l'essere assaliti da terrori improvvisi che subito
spariscono; il mostrare turbamento quando si leggono gli
esorcismi; l'avvertire come peso insopportabile la mano del
sacerdote esorcizzatore sulla testa.
Sono solo alcuni
"segni" della percezione dell'immaginario diabolico
intorno al XVI secolo: il demonio, riscattato dal puro piano
teologico, si costituisce in metafora di tutte le situazioni di
labilità e di esposizione esistenziale, da quelle propriamente
connesse allo stato fisico a quelle tipiche delle morbosità
mentali. Al di sopra di tutto, domina la sovrana figura del prete
esorcista che diagnostica e stabilisce i tipi di male in rapporto
alla resistenza del malato all'operazione rituale.
Proprio in
questo turbolento mondo tardo-medioevale si delinea una
elaborazione del fantastico “visivo” circa il demonio,
alimentato anche da esorcisti e inquisitori. Sono i demonologi del
XV e del XVI secolo ad esaminare le forme, gli aspetti esteriori,
i nomi, le specifiche attività dei demoni, raccogliendo alcune
credenze diffuse allora fra le popolazioni dell'epoca e ad esse
aggiungendo, spesso in una confusione di difficile discernimento,
le notizie che era possibile ricavare dai testi e dai grimoires più
vari. Il medico Johan Weyer (Wierus), nella intenzione di sfatare
la cruenta leggenda della stregoneria, rese, nella Pseudomonarchia
daemonum, un interessante elenco di diavoli, che appartenevano
alla credenza popolare e dotta della sua epoca, affinché, egli
dice, fosse sfatato il segreto del monopolio satanico. E dell'aver
pubblicato tale elenco fu poi aspramente accusato dai demonologi
ortodossi, soprattutto da Del Rio e da Bodin, come persona che,
falsamente dichiarando di voler rendere un servizio alla verità,
aveva, in effetti, fornito una nuova arma ai seguaci dei culti
diabolici. É
difficile dire quanto dei minuti elenchi di Weyer appartengano
alla sua fantasia, o, invece, vadano assegnati alla tradizione
popolare; comunque il suo qualificare concretamente il demonio
rientra in una percezione subalterna, anche se spesso si insinua
la coscienza culturale del teologo.
Weyer divide i
demoni in gerarchie angeliche (sicuro segnale "dotto")
secondo lo schema che lo pseudo-Dionigi aveva applicato agli
angeli. Ognuno di essi, ha al proprio servizio una schiera di
demoni inferiori, dette legioni. Precisamente si rilevano 68
schiere di principi demoniaci, con un numero variante di legioni
alle loro dipendenze. Re dei demoni è Bael con 66 legioni; fra
gli altri, si possono ricordare Agares, con 31 legioni; Barbatos,
con 30 legioni, con carica di conte e duca; Pursan, con 22
legioni; Zepar, con 26 legioni; Astarith (che appare, fra l'altro,
in un testo seicentesco napoletano, la Cantata dei pastori), con
40 legioni, e così via. Ogni gerarchia ha proprie ore del giorno
particolarmente favorevoli all'evocazione: i re sono evocabili
dall'ora terza fino al mezzodì e dall'ora nona al vespero; i
marchesi dall'ora prima fino al mezzogiorno; i duchi dalla prima
fino al mezzogiorno; i prelati in qualsiasi ora del giorno; i
conti in ogni ora. Così l'immaginario sistema del mondo diabolico
rispecchia l'ordine gerarchico del potere tardo-feudale.
Più notevole
ancora in Weyer è la descrizione iconografica dei singoli demoni,
con l'indicazione degli attributi e delle qualità: Byleth è un
re grande e terribile, che cavalca un cavallo di color pallido,
preceduto da trombe, da zampogne, e da ogni specie di strumento
musicale. Sytry, detto anche Bitru, è un grande principe, che ha
volto di leopardo e ali di grifo, pronto a trasformarsi in
splendida figura umana e ad accendere le donne d’amore per
possederle libidinosamente. Bune è un grande duca in forma di
dragone, con tre teste, delle quali una è umana; parla con voce
muta; fa parlare i morti e riunisce i demoni sopra i sepolcri
degli uomini. E l'elenco variopinto e didascalico potrebbe
continuare.
É
un mondo immaginario che non si esaurisce con il crollo dell’età
rinascimentale e con la fine della “sorcellerie” in Europa, ma
continua ad essere presente nella nostra società. Quasi a
perpetuare la divaricazione medioevale, si ha da un lato la serie
di interventi del magistero cattolico, da Paolo VI a Giovanni
Paolo II, che ricordano la presenza reale e sostanziale del
demonio in questo mondo; e dall'altro la presenza
“immaginaria” e specificamente "culturale" di un
diavolo arcaico e suggestivo nelle forme autenticamente vissute
del mondo contadino e pastorale.
Il primo è il
diavolo "metafisico" dell'egemonia, appartenente
all'immaginario del potere: una sorta di “casella vuota”,
nella quale l'opportunismo e la convenienza emarginanti possono
inserire qualsiasi cosa, dal comunismo ai Testimoni di Geova.
Il secondo è il
"buon diavolo", incontrato in una ricerca antropologica
con studenti universitari tra le minorità culturali del nostro
paese: è un “povero diavolo” che, quando non è gestito
violentemente dai preti professionisti dell'esorcismo, diventa un
piacevole compagno della vita contadina, incarnazione di tutti gli
antichi mali che il mondo rurale riesce a eliminare con la
fantasia e gli incanti delle sue invenzioni quotidiane.
Il demonio
sfugge in questo ambito a ogni teorizzazione dotta e non ha una
specifica identità: si incarna concretamente nei mali storici
patiti da sempre da contadini e pastori del Mezzogiorno italiano. É
emblematica al riguardo la lotta tra il diavolo e sant’ Antonio
Abbate, motivo diffuso nelle tradizioni popolari.
In un'altra
forma il male è allontanato dall'uomo stesso, grazie alla
furbizia contadina, abituata da secoli a scoprire le scappatoie
che sottraggano la vita quotidiana alla violenza della natura
ostile e del potere non dominabile. Allora la soluzione è
affidata alla "ragione furba" di cui si nutre
l'inventiva e l'astuzia popolare: il demonio diventa il trickster
pronto a circuire con inganni sant’ Antonio Abbate, emblema di
ogni bracciante povero e di ogni contadino afflitto.
Il demonio
inganna il santo povero e desolato con i suoi trucchi goliardici:
gli sottrae la forchetta per mangiare gli spaghetti, e il santo li
mangia con le mani; gli toglie la cintura dei pantaloni, e il
santo se li regge con le mani. E infine, in una stupenda
reinvenzione di Collelongo (Abruzzo), da me raccolta dalla guardia
comunale del posto:
"Sand'Andonje
a lu deserte faceva je bisugnette/
lu demonije maledette le rubbeve je giurnalette/
Sand'Andonje nun se 'ncagnie/
e ch' le mane se sculagne".
Due modalità
paradossali di un immaginario che, a dispetto della teologia e
delle discussioni dotte, si adegua alla diversità delle
situazioni esistenziali precarie: pur connesso a radici arcaiche,
il diavolo si trasforma così in un personaggio, piacevole e non,
ma che comunque aiuta a vivere.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
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3,1975.
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