Convegni di Antropologia




 


 

III CONVEGNO IN ONORE DI ALFONSO MARIA DI NOLA

SABATO 14 OTTOBRE  2006 – BIBLIOTECA COMUNALE - GRAGNANO

I confini del male: forme e materie del maligno:

 

Raccolta di articoli di Alfonso Maria Di Nola a cura di Ireneo Bellotta:

 

Appuntamento con il diavolo

in Il Mattino, domenica 17 febbraio 1985

Quando nel 1635 il protomedico beneventano Pietro Piperno dava alle stampe il suo trattato latino intorno alla noce (o, più correttamente, al noce) che rese la città campana celebre per le sue memorie stregoniche, quella sua scrittura di barocca erudizione, poi ampliata e integrata nella versione italiana del 1640 (Della superstiziosa noce di Benevento), registrava una tradizione molto arcaica e ampiamente diffusa in tutti i paesi europei.

In un’epoca non precisabile, da collocarsi, forse,intorno alle ondate di invasioni barbariche del VII-VIII secolo, i residui patrimoni di credenze appartenenti al mondo tardo-antico, già emarginati e condannati con l’etichetta di “religione delle campagne e dei borghi” (paganesimo), erano rifluiti nel gioco immaginario del volo notturno e della compagnia di Diana. Donne fedeli alla sepolta religione degli dèi “falsi e bugiardi”, secondo narrazioni già comuni circolanti presso le plebi, formavano una congregazione o società che, in rituali notturni celebrati al chiaro di luna, si riuniva in luoghi dominati da Satana per consumare osceni incontri con il demonio e cerimoniali che si configurano come il capovolgimento di quelli propri della chiesa ufficiale. Società di Diana notturna, che è, poi, l’antico nome dell’epifania lunare, femmine non sazie erranti nelle tenebre delle foreste europee, candele picee accese in contrasto con quelle bianche, usate nella liturgia ecclesiastica, formule magiche in sostituzione delle parole consacrate dalla chiesa, danze macabre nel corso delle quali i danzatori si muovono alla rovescia, spalle contro spalle, compiacimenti sessuali sfrenati che vanno dal bacio del deretano di Satana (osculatio ani) alle unioni indiscriminate, originano, già nel Medioevo, la terribile immagine della tregenda stregonica, che Piperno pone presso l’albero di noce beneventano. Si era verificata, in quei secoli lontani, una radicale eversione dei modelli mitologici tardo-antichi, e le donnette  o muliercolae che ora dominavano, coni loro presunti sacrilegi, il notturno scenario del Sabba, pochi secoli prima, erano soltanto le custodi di un’antica sapienza erboristica e terapeutica che, anche per i maschi, Ginzburg ha studiato nel suo bel saggio sui Benandanti, gli stregoni friulani.

La chiesa sostituisce alla iniziale tolleranza la persecuzione e trasforma un movimento indeterminato di guaritrici e di incantatrici popolari in una congregazione di Satana, caricando sopra di essa l’odio contro gli eretici e contro gli Ebrei: non a caso l’incontro delle streghe viene chiamato Sabba,con probabile riferimento al Sabato ebraico, o sinagoga Satan, la sinagoga del demonio, con esplicito richiamo alla sede cultuale giudaica. Né a caso le streghe sono sottoposte ad una procedura processuale che è propria della persecuzione degli eretici,dei Catari, dei Musulmani, dei Fraticelli: non esiste, nella casistica canonica, un crimine di stregoneria, e gli inquisitori si appellano sempre allo stesso crimine di eresia e al trattamento penale riservato agli eretici.

Del Sabba di Benevento e del noce, detto nux janara, il noce delle streghe già in un atto notarile del 1273, aveva parlato ampiamente, prima del Piperno, il giureconsulto toscano Paolo Grillando di Castiglion Fiorentino che, come uditore nelle cause criminali prima ad Arezzo, poi a Roma, aveva avuto occasione di interrogare streghe e di istruire molti processi.

Il rituale era quello solito per ogni altra operazione di magia nera. Le donne, convocate, senza potergli resistere, da Satana, indicato in qualche processo come Martinellus, si strofinano sul corpo un unguento composto di droghe vegetali e di grasso di bambini uccisi e, inforcando la granata o cavalcando gli stessi demoni, che si presentano in forma di becco, di capra selvatica,di cane o di gatto, raggiungono una radura posta presso il fiume Sebeto e dove si leva il grande noce, l’arbor nefanda della quale si parla nelle confessioni rese all’inquisitore. Di questo volo notturno o ludus Dianae o congregazione satanica, prima ancora che Benevento divenisse famosa per il suo noce, parlano molte fonti medioevali; e la credenza era tanto diffusa e gravida di motivi anticristiani che nel secolo X la chiesa l’aveva espressamente condannata nel cosiddetto Canon Episcopi, un pronunziato ecclesiastico che nega la realtà del Sabba e, tuttavia, commina severe pene contro le donne che, credendo fermamente di parteciparvi, restano, nonostante l’illusorietà del volo, responsabili di un segreto rapporto con il demonio.

L’albero beneventano, che si ripresenta continuamente nella letteratura quattrocentesca e cinquecentesca e del quale discuteranno dottamente ancora nel XVIII secolo il Tartarotti e il Maffei, ha una sua strana storia di origine. Secondo la narrazione agiografica relativa a San Barbato, vescovo beneventano nel VII secolo, avvenne che il duca longobardo di Benevento, Romualdo favorisce un rito proprio della sua gente. In un cerimoniale barbarico, che Croce identificò come dedicato al dio germanico Odino venerato con il nome di Wotan, i Langobardi sospendevano ai rami di un grande albero le pelli o coria delle capre, che, correndo sui cavalli, saettavano volgendo ad esse le spalle. Probabilmente si trattava di una gara nordica di corsa che garantiva ai vincitori la particolare protezione degli spiriti della foresta. Romualdo rinunziò alla sua religione pagana dopo che, assediato dai Bizantini e sul punto di perdere la città, ottenne l’aiuto delle preghiere e del potere di santità del vescovo Barbato. Liberata Benevento dalla morsa dell’assedio, Barbato,i cittadini e Romualdo si portarono all’albero sacro, già allora individuato come noce, lo sradicarono e tagliarono e «nelle sue radici si trovò un demonio in forma di orribilissimo serpente, quale il Santo Vescovo con l’acqua benedetta ammazzò» (Piperno). Al culto dell’albero, largamente attestato in tutta l’area delle religioni germaniche, si univa, evidentemente,quello di serpente o di un simulacro aureo di un serpente che, nel racconto, si fonde con il primo.

La incongruenza della narrazione mitica è nel particolare che questo noce magico, che dovrebbe essere stato definitivamente abbattuto da Barbato, continuerà a ripresentarsi come esistente in tutti i secoli successivi e diverrà, nella fantasia popolare, il centro di una cultualità contadina dell’intera Europa. Non è da escludere che il carattere eversivo e anti-istituzionale del rito beneventano sia anche da ricercarsi nella simbologia fallica, fecondante e vitale attribuita all’albero in genere nelle mitologie nordiche e asiatiche (l’albero, centro del mondo, diviene spesso un organo sessuale eretto; l’axis mundi si trasforma in fallo). Mèta degli aerei pellegrinaggi della notte di San Giovanni, ad esso vengono, per dare un esempio, le streghe lombarde, secondo le notizie che San Bernardino da Siena ricava, in una predica, da un processo celebrato nel 1484. Ma il noce era noto in Francia, in Germania, persino nel paese slavo meridionale, e aveva cancellato, per la sua importanza, la memoria di altri luoghi di riunioni stregoniche, per esempio il monte Blokberg in Germania o, in Italia, le rive del Rettone nel Vicentino, o molte sedi friulane, come il Monte Cerchia,il Sarte, il Serva, o i Monti Sibillini nel territorio di Norcia o i numerosi noci siciliani ricordati dal Pitré. Ancora negli anni 70 uno stregone casentinese mi confessava che in certe ore notturne di specifiche giornate dell’anno raggiungeva Benevento e il suo noce su un carro di fuoco.

Queste janare, che prendono nome da una corruzione dialettale di «dianare», appartenenti al corteo di Diana lunare, erano temute e invadenti fino al principio dello scorso secolo in Gragnano, nella provincia napoletana. Un canonico credulone e ingenuo, Antonio Greco, nel 1832 pubblica presso il Coda, a Napoli, una breve relazione delle sue esperienze stregoniche. Nella selva della janara, che apparteneva alla collegiata gragnanese del Carmine, della quale il Greco appunto era canonico, egli ha visto queste streghe in forma di fanciulle sedute su un albero, poi mutate in oche, pronte a turbare i suoi sensi e la sua castità e le streghe-fanciulle, come quelle beneventane, fannotiri birboni contro i carbonai, capovolgendo le cataste di legna e di sarcine pazientemente ammassate.

Benevento resta la capitale di una geografia del sogno e dei terrori,dei segreti piaceri, dei gusti di capovolgere la normalità per dare corpo alle ombre che sono in noi. Ma non vanno dimenticati gli in numeri altri centri nei quali la fantasia creò le sedi succedanee di incantesimi che tuttora vivono nelle affabulazioni serali della nostra gente.

Alfonso M. di Nola

 

 

 
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