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III
CONVEGNO IN ONORE DI ALFONSO MARIA DI NOLA
SABATO
14 OTTOBRE 2006 –
BIBLIOTECA COMUNALE - GRAGNANO
I CONFINI DEL MALE: FORME E MATERIE DEL
MALIGNO
INDICE :
Giuseppe Di Massa, Presentazione
Claudio Corvino: L'ORSO
Gianfranca Ranisio: LUPI MANNARI, PATTI COL
DEMONIO, UNGUENTI E RIUNIONI NOTTURNE.
Ireneo Bellotta: Raccolta di articoli scritti
sul DIAVOLO da Alfonso Maria di Nola.
Giuseppe Di Massa, Presentazione.
L'ORSO di Claudio
Corvino.
Nel suo saggio sul diavolo, del 1987, Alfonso
Maria Di Nola così scriveva: <<Può essere individuato Satana
nelle streghe o negli animali ad esse collegati, soprattutto nel
gatto nero, nella civetta, nel gufo. O anche lo si percepisce in
un rumore improvviso e inspiegabile, nell'improvviso trascorrere
di un'ombra, in una sensazione terrificante, tutte occasioni
nelle quali si ricorre al più semplice fra gli esorcismi, quello
della croce o anche a brevissime formule quali il <Fugite partes
adversae>, iscritto sul retro delle immaginette popolari di S.
Antonio di Padova (...). L'immaginario diabolico, in ultima
analisi, per quanto attiene alle tradizioni demonologiche,
oscilla fra referenti estremamente concreti, appunto quello del
diavolo cornuto, e un vago universo di sensazioni, di
avvertimenti, di emozioni che ne manifestano la terrificante
presenza>>. E sarà proprio una di queste "percezioni", di queste
ambigue sensazioni, che, nella letteratura agiografica medievale
prenderà una concreta forma ferina, anzi spesso diverse forme
ferine, quando non una sommatoria di diversi animali: il diavolo panzooico.
E', questo, un "universo di sensazioni" che in fondo è
la rappresentazione della paura della natura selvaggia che
incombe, che si materializza metonimicamente nelle figure degli
animali. E' significativo il fatto che questa paura sia
concretizzata dalla voce e dalla presenza degli animali, mentre
non c'è alcun accenno a manifestazioni atmosferiche come il
vento, il fulmine, il tuono, potenzialmente altrettanto
terrificanti, in un contesto di solitudine e precarietà. Sarà
forse perchè il modello predominante è da sempre stata la Vita
Antonii, redatta in greco verso la sesta decade del IV secolo
dal discepolo sant'Atanasio, o forse perchè nelle Scritture i
fenomeni atmosferici assumono altre valenze, in genere segni
della manifestazione divina (collera, ira....). Questo
atteggiamento verso la natura nasce, diremmo così, da un vuoto
di conoscenza, dall'esigenza tutta umana di classificare
l'altro, il diverso, attraverso uno sguardo che sia in grado di
mettere in scena il distanziamento e, in un certo senso, capace
di ri-comporlo. Così gli animali possono costituire un normale
"schema classificatorio" per i dolori e le malattie, in un
sistema metaforico che permetta di ordinare il reale secondo
schemi culturali condivisi dal gruppo. Ad esempio l'orso, meglio
i suoi pesanti passi, diventano tra gli Ainu dell'isola
giapponese Hokkaido la raffigurazione simbolica della cefalea,
mentre il galoppo leggero del cervo muschiato diviene metafora
di una più lieve emicrania. Secondo questi schemi, è peraltro
facile capire perchè attribuiamo connotati zoomorfi a gran parte
delle nostre paure, aggiungendovi elementi spaventosi come zanne
affilate, artigli taglientissimi, anatomie mostruose. Forse il
buio sarebbe intollerabile se rimandasse al nulla:
l'agghiacciante risata della civetta o l'ululato del lupo, il
ruglio dell'orso, ci danno la possibilità di dare un nome alle
nostre paure e calmare il ben più lancinante orrore del vuoto.
Un animale come l'orso non poteva che
spaventare la Chiesa dell'alto Medioevo. Non soltanto l'orso è
dotato di una forza prodigiosa ma, per antiche tradizioni
(Plinio ha mal interpretato Aristotele e scrive che si accoppia
more hominum), è considerato lubrico e violento. Inoltre,
assomiglia a un uomo per il suo aspetto esteriore, per la sua
capacità di tenersi in piedi. L'orso è dunque un pericoloso
cugino dell'uomo. Inoltre, diversamente dal leone che non è
presente in Europa (quindi rappresenta un vuoto di contenuti,
direbbe Alfonso....), l'orso è dappertutto un animale indigeno.
In realtà, in epoca carolingia, in buona parte dell'Europa
germanica e scandinava, è ancora oggetto di culti pagani
associati a feste del calendario, venendo ancora considerato il
re degli animali; di conseguenza, la Chiesa muove guerra contro
l'orso, come ha scritto Michel Pastoureau. Parleremo ora del
diavolo-orso attraverso i suoi più acerrimi nemici: i santi. Il
rapporto con gli animali selvatici, così come ce lo presenta
l'agiografia, costituisce, da questo punto di vista, un
osservatorio privilegiato. Se, però, interroghiamo le nostre
fonti con le dovute cautele metodologiche: la Natura, in
agiografia, è un modo per parlare del rapporto Uomo/Dio....
Presso le popolazioni celtico-germaniche l'orso, pur essendo
considerato un animale tra i più pericolosi, aveva un'immagine
molto forte e positiva. Era una delle prede più ambite nella
caccia, più apprezzata perchè tra le più difficoltose e, quindi,
appaganti. Inoltre, lo scontro finale con l'orso era più simile
ad un vero e proprio duello, dato che questo era l'unico degli
animali allora conosciuti che combattesse in posizione eretta,
proprio come l'uomo. Nelle antiche saghe nordiche lo troviamo
spesso paragonato a re e a coraggiosi guerrieri. Tracce di tanto
prestigio sono riscontrabili anche nell'onomastica, sia latina
che germanica. per finire, non dimentichiamo che, soprattutto
nei secoli dell'alto medioevo, l'orso veniva cacciato per essere
donato ai potenti in segno di sottomissione. Veniva anche
addomesticato. La cultura cristiana relega invece l'orso in un
ruolo decisamente meno nobile e positivo (nelle Scritture può
rappresentare la collera divina ma anche l'ira e la rabbia).
Negli autori cristiani, esso è presentato come una creatura
dotata di grande forza bruta ma di scarsa intelligenza.
Secondo l'insegnamento dinoliano, le fonti
vanno utilizzate nel loro contesto di riferimento: osserveremo
quindi come si è evoluta l'immagine dell'orso nel corso di circa
8 secoli, basandoci soprattutto sulle fonti rinvenute da
studiosi come Elisa Anti e Massimo Montanari.
Nel mondo romano
il saltus era marginale: l'incontro con l'animale selvaggio era
fortuito, occasionale, quasi un omen sfavorevole: il ciclo produttivo avveniva perlopiù
all'interno della Villa romana. I testi più antichi (IV e V
secolo) chiamano in causa l'orso soprattutto come instrumentum
persecutionis e sembra avere un carattere strutturalmente
estraneo, quasi esotico. Non a caso lo vedremo accoppiato, nel
racconto, con le Africanae. L'orso e il suo ambiente, il saltus,
sembrerebbero in questa fase identificarsi nella mentalità del
mondo romano. L'estraneità e la marginalità del bosco nel
sistema produttivo romano sarebbe riflessa nella visione
dell'orso visto, se non necessariamente ostile, perlomeno
estraneo. Così osserviamo i seguenti testi:
la Passio dei bresciani Faustini et Jovitae
(l'imperatore Adriano lancia gli orsi ma questi si stendono di
fronte ai santi:"Ite ad pascua vestra", si dice loro, e gli orsi
"exierunt cum magna humiltate, quosque ad silvam pervenerunt");
nei Dialoghi di Gregorio Magno vediamo
Cerbonio catturato da Totila, re dei Goti. Questi vuole fare del
santo uno spettacolo per i suoi soldati, ma un inmanissumus
ursus gli lecca i piedi in segno di sottomissione, anzichè
mangiarlo.
Situazioni simili anche per Paride, il vescovo
di Teano che incontra un Violentissimus ursus e per Primio e Feliciano, i cui ursi ferocissimi calpestano l'arena ai tempi di
Diocleziano.
Il bosco assume un'immagine estremamente
negativa, divenendo "specchio della 'perversità' dei suoi
abitanti",anche nella Passio di Sisinnio, Martirio e Alessandro
(i tre martiri della Val di Non, con il vescovo Vigilio),
sacrificati a quei culti che cercarono di eliminare.
Con la caduta dell'impero romano, dal VI-VII
secolo si modifica qualcosa. Sappiamo che a differenza della
romanità, l'alto Medioevo elaborò nei confronti del saltus,
dell'incolto, un'attenzione preferenziale. La caccia, la pesca,
l'allevamento brado del bestiame, la raccolta dei frutti
selvatici, il taglio del legname divennero funzioni essenziali
della sussistenza: forme economiche dominanti, molto più
dell'agricoltura in tanti casi. L'orso non è più esotico ma
endotico: non compare più con leoni e tigri, ma con lupi e
cinghiali (comincia una certa familiarità mista a paura). Nei
confronti del mondo selvaggio emerge innanzi tutto la paura.
Spesso apparirà l'antagonismo: Colombano subentra agli orsi in
una grotta, divide un cespuglio con un orso. (La vita di san
Colombano è tra i testi più ricchi di episodi relativi al
problema del rapporto del santo con la natura e gli animali.
D'altronde essa, composta nel VII secolo, appartiene proprio al
periodo del santo con la natura e gli animali. D'altronde essa,
composta nel VII secolo, appartiene proprio al periodo nel quale
il legame tra l'uomo e l'ambiente era più stretto. Colombano,
uomo dell'alto Medioevo, vede l'incolto come parte integrante
del suo vivere quotidiano...). La contesa comunque non è mai
drammatica, l'orso si allontana facilmente, o si instaura una
convivenza. Questa simbiosi uomo/animale può spingersi più oltre
quando l'orso diviene sostituto degli uomini: ricordiamo la
storia dell'eremita Fiorenzo (In Umbria. Prega di avere compagnia
e Dio gli manda un orso, al quale l'eremita chiede di pascolare
le pecore). Esemplare è anche il caso di un altro eremita, come
ci viene narrato sempre da Gregorio Magno (540ca-604) (Dialoghi,
III, 26,1 e 3):<Recentemente, nella provincia del Sannio, un
uomo venerabile chiamato Menas conduceva una vita solitaria
(....) Spesso, dalla vicina foresta, venivano degli orsi che
tentavano di mangiare le api (il miele). Li colse sul fatto e,
con la ferula che aveva sempre tra le mani, li colpì. Sotto i
suoi colpi, belve così feroci rugliarono e fuggirono>. A
sottolineare la superiorità di un uomo santo su ogni
aristocratico cacciatore, Gregorio commenta:<loro (gli orsi) che
delle spade potevano a stento intimidire, temevano un colpo di
ferula dato con le sue mani>. L'uso dell'imperfetto, in latino,
dimostra che l'incontro, più che uno scontro, era consueto.
L'orso si pone in un rapporto di reale antagonismo con l'uomo,
ma anche, evidentemente, di quotidiana familiarità. A volte,
come nel caso della Vita Severini (VI secolo), un gruppo di
fedeli viene guidato per duecento miglia tra la neve da un orso
fino all'eremo del santo: non ad sinistram devians non ad
dexteram, sempre mostrando la via migliore. Nella realtà
agiografica, non ha importanza il dato etologico che l'animale
avrebbe dovuto essere in letargo, perchè qui siamo in presenza
di un orso che, narra il testo, fece ciò "qua potuti humanitate",
con tutta l'umanità di cui fu capace. L'animale ha un senso solo
quando riesce a somigliare all'uomo e, soprattutto, in quanto
riesce a mostrare un concetto: la potenza del divino sul mondo.
Come pastore o come guida, o più semplicemente come compagno,
l'orso imita l'uomo. E' uomo fra uomini, così come, in un certo
senso, l'uomo è animale fra gli animali. La simbiosi è perfetta.
Fra il VII e il X secolo, le cose cambiano. Lo
sviluppo dell'agricoltura e l'importanza della domesticazione
degli animali fanno dell'orso un elemento nuovamente estraneo.
Il bosco diviene una realtà marginale e gli incontri con
quest'animale non avvengono più al suo interno ma fuori o
ai suoi margini. L'orso è avvertito come una minaccia esterna.
L'incontro sembra spesso cruento: l'orso uccide gli animali
domestici del santo, il quale poi miracolosamente rende docile
la fiera che ne occupa il posto. vediamo la storia di Marino (IX-XI
sec) cui è ucciso l'asinello da un atrocissimus orso, oppure la
vita di Massimino vescovo di Treviri il quale, mentre era con
san Martino, vede il suo asino mangiato da un orso. San
Massimino, senza troppo scomporsi, ordinò alla belva di prendere
il posto dell'asino e questi, mansueto come un agnellino, gli
obbedì. Esemplare è anche l'incontro tra san Gallo e un orso,
avvenuto nei pressi del lago di Costanza: l'animale, nel
racconto che ne fa Wettino nel IX secolo, discese dalle montagne
per cibarsi dei resti lasciati dal santo, il quale subito gli
ordina di tenere acceso il fuoco. L'obbedire dell'animale viene
ricompensato con una pagnotta. Infine, san Gallo così si rivolge
all'orso: <Nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, allontanati
da questa valle. Tieni per te le montagne e le colline qui
intorno, ma non far del male nè agli uomini nè alle (loro)
bestie>. Come ha fatto osservare Jacques Voisinet,< Se l'uomo di
Dio impone la sua legge all'orso"germanico", gli manifesta
tuttavia deferenza, istituendo una divisione dello spazio:
all'uomo e dunque al cristiano la valle, alla bestia selvatica e
"pagana" le montagne coperte di alberi>. Se i
testi del VI-VII secolo prevedevano una simbiosi profonda tra
santo e animale, ora l'animale viene accettato solo nella misura
in cui si snatura, si trasforma in qualcosa d'altro: animale da
lavoro, da soma, da traino....All'avanzamento dell'attività
agricola corrisponde, sul piano mentale, un'immagine sempre più
negativa del bosco: buono non più per se stesso, ma per
essere -come l'orso- trasformato, cioè distrutto nel suo aspetto
originario, messo a coltura. Come scrisse Elisa Anti, "un simile
atteggiamento non può non coinvolgere gli animali che in esso
vivono, e con i quali fino ad allora l'uomo aveva condiviso la
frequentazione e l'utilizzo del bosco, della foresta, della
palude. Ora le bestiae divengono pericolosi concorrenti, non
solo perchè avvertite come culturalmente sempre più distanti ma
anche dal punto di vista materiale (...). Ne consegue la nascita
di una vera e propria "mitologia del terrore" relativa agli
animali selvatici, di cui (...) fa particolarmente le spese il
lupo". Interessante è anche, per finire, l'episodio della Vita
di Giovanni Gualberto, il fondatore del cenobio di Vallombrosa.
Qui si narra di un servo che gli riferisce di un orso che faceva
strage del bestiame. San Giovanni non ha esitazioni:"Va e
ammazzalo!", sentenzia. L'animale viene eliminato con un sangue
freddo che lascia perplessi. Con lui è devastato l'albero, nel
quale si nascondeva. Solo qualche secolo prima, un episodio del
genere sarebbe stato a dir poco inconcepibile. Quando sorge l'XI
secolo, stagione di bonifiche e deforestazioni, l'economia
ritorna principalmente agricola: uomini e santi sembrano
traslocare in città. Nelle Vitae non c'è posto per le creature
del bosco, respinte definitivamente in un ambito (che è anche
mentale) che è "altro" rispetto al vivere comune, civile,
sociale. Uno sguardo rapidissimo all'araldica relativamente
all'Occidente, traduce una forte tensione tra un'Europa
germanica e celtica, per la quale l'orso è, o è stato, il re
degli animali, ed una Europa latina, per la quale questo ruolo è
svolto dal leone. E' solo dopo l'anno Mille che il leone inizia
un pò dappertutto a sopravanzare l'orso. La sua vittoria
definitiva nel XII secolo, è dovuta essenzialmente
all'atteggiamento della Chiesa.... In tutta Europa, non vi è
ormai che un solo re, come testimoniano i diversi poemi del
Roman de Renard compilati negli ultimi decenni del XII e
nei primi del XIII secolo. Noble, il leone, non ha rivali; il
suo potere regale non è contestato (salvo che da Renard, ma per
altre ragioni); Brun, l'orso, non è che uno dei suoi <baroni>,
lento e pesante, ridicolizzato dalla volpe. Nella stessa
epoca,l'araldica, l'abbiamo visto, dà al leone il primo posto,
di gran lunga davanti tutti gli altri animali, concedendo
all'orso solo un ruolo molto limitato. Come ha scritto Michel
Pastoureau,"ovunque il leone estende il suo impero".
Si apre così la strada ad una demonizzazione
dell'orso, che apparirà nella Pseudomonarchia Daemonum (1577) di
Wier come cavalcatura di Balam. A Bressanone nel 1457, la
Richella di Niccolò Cusano (il nome del demonio in Val di Fassa)
<è pelosa>, con <mani pelose>. Che le streghe cavalcassero gli
orsi nei loro spostamenti per il sabba, lo riporta anche il
Grazzini, nella sue Gelosie. Ma non abbiamo casi di orsi-mannari.
Nelle zone a nord d'Europa, invece, vediamo
che il rapporto positivo con l'animale è un fenomeno di lunga
durata. Perchè gli orsi (polari) sono il regalo più prezioso per
i re. Stupisce il fatto che nel Libro dei miracoli di san
Thorlak (vescovo di Skalholt dal 1177) questi conosca banissimo
le trappole per orsi. Nel 1279 (Annalium in Islandia) un
annalista scrive che Dio manda gli orsi bianchi e le foche per
alleviare la carestia. Al Nord, il plantigrado è ancora legato
alla chiesa e benvoluto, ma solo per la sua carne e le sue
pelli, possedute da quasi tutte le chiese nordiche, sia per
estetica, sia per farci salire i fedeli che facevano penitenza
sul sagrato. Nel 1396 la cattedrale di Holar possedeva ben otto
di questi pelli, anche se nel 1525 ne risultano solamente
quattro. Il commercio delle pelli, monopolio tenuto dalla
cattedrale di Gardar ancora nel 1360, secondo un'ordinanza del
20 marzo del 1563, doveva avvenire sotto la supervisione degli
ufficiali reali.
Per preparare l'intervento al Convegno,
abbiamo utilizzato i seguenti studi, che consigliamo anche a chi
volesse approfondire:
- Alfonso Maria Di Nola, Il diavolo, Roma,
Newton Compton,1987.
-Elisa Anti, Santi e animali nell'Italia
Padana. Secoli IV-XII, Bologna, Clueb, 1998.
-Pierre Boglioni, Il santo e gli animali
nell'alto Medioevo, in L'uomo di fronte al mondo animale
nell'alto nedioevo, Spoleto 1985, tomo II, pp.935-993.
-Claudio Corvino, L'orso, in Medioevo, n.8
(127), agosto 2007, pp.95-121 (dossier).
-Carlo Ginzburg, Storia Notturna. Una
decifrazione del sabba, Torino, Einaudi, 1989.
-Frantisek Graus, Volk, Herrscher und Heiliger
im Reich der Merowinger. Studien zur Hagiographie der
Merowingerzeit, Praga, 1965.
-Jean-Dominique Lajoux, L'homme et l'ours,
Grenoble, Glénat, 1996.
-Massimo Montanari, Uomini e orsi nelle fonti
agiografiche dell'alto Medioevo, in Bruno Andreolli-Massimo
Montanari (a cura di), Il bosco nel Medioevo, Bologna, Clueb,
1988, pp.55-72.
-Roberto Marchesini-Sabrina Tonutti, Animali
magici. Simboli, tradizioni e interpretazioni, Milano, De
Vecchi, 2000.
-Michel Pastoureau, L'ours. Histoire d'un roi
déchu, Paris, Seuil, 2007.
-Gianfranca Ranisio, Il lupo mannaro. Luomo,
il lupo, il racconto, Roma, Gangemi, 1984.
-Vincenzo E. Spera, Il romita, l'orso e la
vedova bianca, in "Quaderni", Napoli, Ed. La scena territoriale,
1982.
-Jacques Voisenet, Bestiaire chrétien. L'imagerie
animale des auteurs du Haut Moyen Age (V-XIs.), Toulouse,
Press Universitaire du Mirail, 1994.
Lupi mannari,
patti con il demonio, unguenti e riunioni notturne
di Gianfranca Ranisio
“Una
delle mitologie più rischiose e originanti una lunga serie di
pregiudizi è quella connessa al diavolo, come personificazione del
male nelle sue varie manifestazioni.” scriveva Alfonso di Nola in Lo
specchio e l’olio (1993), passando poi a trattarne alcuni
aspetti.
Il
diavolo è per Di Nola prodotto dell’immaginario e come tale
inserito all’interno di quella che è la dimensione
storico-culturale di un determinato popolo e di un determinato
periodo storico. Particolarmente rilevante è stata la presenza del
diavolo nella società europea tra il XIV e il XVI secolo, quando si
diffusero epidemie di stregoneria e di licantropia e il diavolo fu
considerato il grande protagonista, colui con cui stregoni e streghe
stringevano patti di alleanza per operare malefìci.
In
questo intervento mi soffermerò sulla licantropia, analizzando come
sia avvenuto che, in un certo periodo storico, lupi e lupi mannari
sono stati considerati creature del diavolo.
Il
complesso simbolico della licantropia, come è noto,
si basa sulla credenza che l’uomo possa assumere sembianze
animali, da lupo appunto, in seguito ad una trasformazione (reale o
immaginaria), per effetto della sua volontà o di una possessione da
parte di potenze a lui esterne, che nella tradizione occidentale
sono di natura diabolica.
La
licantropia ha una rilevanza notevole nell’immaginario, sia perché
è una tradizione ancora presente in molti paesi, per lo meno a
livello di racconti, sia perché ha alimentato una ricca produzione
filmica e fumettistica. Il lupo mannaro è ancora presente nei modi
di dire, per indicare una persona assetata di sangue, compare nei
giochi di ruolo del genere Horror o Gothic, da giochi di carte come
il Lupus in Tabula, alla pagina su Werewolf (o Loup
Garou) del sito boardgamegeek.com.
Caratteristica
della credenza è la metamorfosi temporanea della struttura umana
nella condizione di lupo, il fenomeno da un punto di vista
patologico è inquadrabile clinicamente fra i casi di sdoppiamento
della personalità o fra quelli di psicosi organiche e funzionali.
Per
comprendere il significato culturale della licantropia è opportuno
riportarsi al valore simbolico attribuito al lupo nelle culture
indoeuropee. Il lupo è l’animale selvaggio per eccellenza, che ha
maggiormente segnato la nostra civiltà, per questo la sua immagine
non è univoca ma complessa e ambivalente.
Infatti,
all’interno di particolari modalità storiche le culture
occidentali si sono rappresentate il fenomeno della trasformazione
umana in qualcosa altro: “Avviene così che in un lungo filo
appartenente alla tradizione occidentale, la trasformazione viene
correlata all’immagine del lupo, dando origine al fenomeno della
licantropia e del lupo mannaro” (Di Nola 2000).
Nell’ambito
di una cultura agropastorale, quale era quella arcaica delle
popolazioni indoeuropee, il simbolo del lupo era un simbolo di
potenza, di aggressività, un simbolo ambivalente. Nelle culture
italiche dell’antichità gli veniva attribuita tra l’altro la
funzione di psicopompo, come attestano le urne etrusche in forma di
testa di lupo, mentre è attestato anche il culto del lupo come
animale totemico, il cui nome ricorre nei toponimi e
nell’onomastica. Non possiamo soffermarci
sul significato simbolico del lupo nella Roma antica (Valenti
Pagnini 1981), vogliamo invece porre in evidenza il modo in cui si
è attuata la trasformazione del lupo da animale totemico ad animale
diabolico.
Il
Medioevo segna un’importante fase di passaggio per il modo in cui
il mondo pre-cristiano viene ripensato e il mondo naturale
interpretato allegoricamente, ricercando i segni della presenza del
divino in terra.
Nel
Medioevo il lupo, quale bestia fantastica, tende a sovrapporsi e a
confondersi con il lupo reale, mentre si sviluppano e diffondono le
leggende dei santi che proteggono le comunità dai lupi. Ortalli
(1977) pone in evidenza che l’immagine del lupo che noi conosciamo
è quella che il medioevo “ha inventato” e che la credenza
della trasformazione dell’uomo in lupo si conforma a questo
modello. E’, infatti, in questo contesto che, sul modello del lupo
carnivoro, che incute terrore, si struttura anche l’immagine del
lupo mannaro.
La
contrapposizione città-campagna si risolve a vantaggio della città,
il lupo rappresenta la minaccia che viene dalla campagna,
l’incontro uomo/lupo diventa l’incontro con le forze del male,
come appare anche con l’identificazione lupo/diavolo presente nei
bestiari.
Tuttavia,
nella simbologia medievale, è possibile riscontrare come il simbolo
del lupo sia polisemico: possa essere di volta in volta simbolo del
demonio o dell’eresia, e perciò da domare, ma anche inviato da
Dio per compiere la giustizia divina. Può essere perciò accettato
ancora nell’ambito del meraviglioso all’interno di una cultura
mitopoietica o nell’ambito dell’azione della provvidenza.
Inoltre, nelle prime prescrizioni ecclesiastiche del Medioevo, la
licantropia non compare ancora come un male di origine diabolica da
estirpare, ma rientra tra le superstizioni e i residui del
paganesimo. Reginone di Prums all’inizio
del X secolo raccoglie le istruzioni relative alla visita a una
diocesi: quest’opera contiene il Canon Episcopi testo base
per i secoli successivi.
Nel
Canon, rispetto alla credenza che sia possibile la
trasformazione in altra natura o in altra specie, viene ribadito che
solo Dio ha il potere di effettuare queste trasformazioni,
altrimenti si tratta di fantasmi della mente di ispirazione
diabolica:
Quisquis
ergo aliud credit posse fieri, aut aliquam creaturam in melius aut
deterius immutari aut transformari in aliam speciem vel
similitudinem, nisi ab ipso creatore, qui omia fecit, atque per quem
omnia facta sunt, proculdubio infidelis est.
Nel
passaggio dalla società feudale alla società cittadina maggior
rilievo acquistano per la chiesa i problemi connessi con le eresie e
con l’organizzazione interna, così nei testi ecclesiastici si
affrontano i problemi legati al clero. Per questo, probabilmente, le
credenze del mondo contadino, pur
continuando a persistere, rimangono sullo sfondo, come appare
dal Decretum Gratiani (XII secolo).
Graziano,
infatti, include tra le forme di eresia la credenza che le anime
possano trasformarsi in demoni o animali, ritiene che questi siano
fantasmi della mente introdotti da spirito maligno, ma prescrive
azioni pastorali per estirpare l’arte magica.
E’
soltanto a partire dalla II metà del XIII secolo che il papato
interviene a proposito della magia e della stregoneria, che
erano state ritenute fino ad allora forme di superstizione. Il XIV
secolo è un secolo di profonde trasformazioni, sia nei rapporti tra
Impero e papato, sia con il sorgere di nuove realtà cittadine, a
questo si aggiungono le epidemie e le carestie che producono un
senso di profonda insicurezza.
La
letteratura tende a costruire del mondo rurale un’immagine
idilliaca a proprio uso e consumo, esorcizzando le tensioni che
provengono da quel mondo e dalle classi che lo compongono. La figura
del licantropo è pressoché assente dai testi letterari, mentre nel
periodo feudale aveva avuto una trattazione più ampia, si pensi a
Maria di Francia e al Lai di Bisclavret. Infatti, nonostante
si possano ritrovare ancora in alcuni testi riferimenti al lupo e
alla trasformazione, tuttavia tende a scomparire quella connotazione
simbolico-allegorica della cultura medievale, o meglio a scomparire
dai testi letterari, per trovare invece ampio spazio nella
trattatistica demonologica. E’ ad essa che dobbiamo guardare per
comprendere in che modo la teologia cattolica della possessione sia
applicata alla credenza nella licantropia, con l’attribuzione dei
cambiamenti di natura, reali o immaginari, all’intervento del
diavolo. Dovremmo ripercorrere la storia della demonologia, sino ad
arrivare al Malleus Maleficarum che appare come l’opera più
compiuta.
I
trattati demonologici, infatti, ci pongono di fronte ad uno degli
aspetti più inquietanti dell’età rinascimentale, ci fanno
toccare con mano le contraddizioni dell’epoca, in quanto i
persecutori delle streghe sono uomini dotti imbevuti di cultura
umanistica, che a quella cultura fanno riferimento nelle loro
argomentazioni rispetto all’intervento del diavolo.
Nel
Malleus si ritrovano delle affermazioni esplicite che
collegano il lupo al diavolo, ma soprattutto si ha un capovolgimento
radicale rispetto alle posizioni del Decretum Gratiani e cioè
si afferma che è eretico chi non crede nella stregoneria, è
accusato quindi di eresia chi manifesta un atteggiamento critico
rispetto alla stregoneria, come recita il frontespizio : Haeresis
est maxima opera maleficarum non credere.
Come
ha scritto Michelet: “Tutto è eresia nel XIII secolo, tutto è
magia nel XIV” (1977). Si tratta di un duplice processo: la chiesa
e le classi dominanti si servono della stregoneria per controllare
quelle classi che resistono al loro dominio, le classi emarginate
esprimono attraverso questo complesso sistema di credenze la loro
protesta e diversità.
La
stregoneria del XIV e XV secolo diventa un fenomeno di tale
importanza che il non credervi è
considerata una colpa.
La
bolla papale Super illius del 1326 aveva sancito
l’identificazione tra magia e stregoneria, ma è nella seconda metà
del Quattrocento che prende forma la caccia alle streghe quando la
bolla papale Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII
nel 1484 apre la strada all’azione inquisitoriale dei domenicani
Kramer e Sprenger, autori del Malleus Maleficarum, 1486, il
primo trattato sistematico sull’argomento. Da questo momento ha
inizio la persecuzione organizzata rispetto a quelli che sino ad
allora erano stati singoli episodi locali.
Il
Malleus è un’opera fondamentale non per cogliere una
mitologia precristiana sopravvissuta fino ad allora, come alcuni
hanno ritenuto, ad esempio i fratelli Grimm, ma un’altra mitologia
che gli inquisitori hanno elaborato dando ordinamento sistematico e
gerarchico al regno di Satana, sulla base di elementi attinti dalle
confessioni delle streghe e combinati con la loro cultura classica.
E’ questa rielaborazione colta che acquista diffusione, nella
quale al centro della narrazione è il diavolo, variamente nominato
Satana (o Satanasso), di cui si descrivono i
poteri, i rapporti con il mondo terreno, soprattutto con le
donne.
La
licantropia rientra in questo sistema poiché il grande problema che
devono affrontare i demonologi è se sia possibile che gli uomini
cambino natura, o meglio se il diavolo abbia sugli uomini il potere
di operarne la trasformazione in animali.
Secondo
la teologia cattolica il diavolo non può operare attraverso
principi attivi perché ne è sprovvisto,
può però ingannare la fantasia umana. Data questa premessa,
il Malleus spiega che il diavolo può creare animali
imperfetti, inoltre può produrre un’alterazione della potenza
sensitiva e dell’immaginazione, può compiere perciò una
trasformazione non sostanziale ma accidentale, come, ad esempio, la
trasformazione dei compagni di Ulisse effettuata da Circe.
Per
quanto riguarda la licantropia, Institor e Sprenger (1977) citano un
esempio riportato da Guglielmo d’Alvernia, secondo il quale, per
illusione diabolica, un uomo riteneva di trasformarsi in lupo in
certi periodi dell’anno, durante i quali si nascondeva nelle
grotte. Diceva di aver divorato dei bambini ma, nella realtà, era
il demonio che penetrando in un lupo faceva quello che l’uomo
sognava di compiere non distinguendo più, per effetto diabolico, il
sogno dalla realtà. Si trattava, quindi, di uno stato di delirio e
di allucinazione ma per gli autori questo era provocato dal demonio,
per questo la licantropia rientra nella sfera di competenza
diabolica.
Il
diavolo in questo caso rappresenta il deus ex machina,
infatti l’uomo non si è trasformato in lupo, ma è stato il
diavolo a compiere quelle azioni e tuttavia l’uomo è ritenuto
egualmente colpevole.
Rispetto
a questo tipo di interpretazioni, vi sono state posizioni
differenti, anche polemiche; tuttavia, per effetto della Riforma
prima, poi della Controriforma la società europea fu attraversata
da guerre religiose e da epidemie di stregoneria, con persecuzioni
feroci, poiché la lotta tra protestanti e cattolici risuscitò
l’antico dualismo tra Dio e Satana. Furono tempi bui della storia
europea, poiché nella cultura europea non era prevalso lo spirito
della tolleranza di Erasmo, vi furono perciò, sia da parte
cattolica, che protestante, esasperazioni nelle persecuzioni, per
cui frequentemente quelli che apparivano
ribelli e “diversi”, soprattutto le donne, furono
identificati con streghe, stregoni
e licantropi.
Nei
paesi cattolici
la Controriforma
segna un momento fondamentale nella storia delle persecuzioni,
infatti la volontà e l’impegno di combattere i contenuti magici,
ancora prevalenti nel mondo rurale, inducono a rivolgere
l’attenzione non solo alle streghe ma anche ai licantropi.
Nel
XVI secolo, la più famosa difesa di streghe e licantropi fu
condotta da Johann Wier,
medico e allievo di Erasmo, che trovò un accanito oppositore in
Jean Bodin, professore di diritto romano e procuratore generale del
re di Francia, umanista colto e raffinato. Wier, da medico, collega
l’azione diabolica a uno stato patologico, avvalendosi delle
testimonianze dei medici dell’antichità, come Marcello di Side,
che definiva la licantropia melancholia lupina o insania
lupina e sostiene che i licantropi devono essere curati con
salassi, bagni dolci, antidoti, anche oppio.
Egli infatti, riprendendo i trattati demonologici, rileva che
i licantropi non compiono quelle imprese, loro attribuite, ma che
essi, mentre sono immersi nel sonno, hanno delle visioni prodotte
dal diavolo, nelle quali “vedono” se stessi mentre aggrediscono
uomini e bambini. Inoltre, secondo il pensiero teologico, il diavolo
non ha il potere di operare dei cambiamenti di natura, e, per quanto
riguarda gli esempi classici, si tratta solo di fantasie poetiche
degli antichi, che in nessun modo possono avvalorare la tesi
diabolica. La sua opera invita perciò a fare una distinzione tra il
malato mentale, l’eretico, la strega, riportando una serie di
fenomeni al campo del patologico. A sostegno della sua tesi, Wier
adduce un celebre caso di licantropia: il processo di Pietro
Burgot (1521), descrivendo così anche le condizioni di vita del
mondo agropastorale. Questo è il racconto:
Pietro è un pastore, una
tempesta disperde il suo gregge; mentre va alla ricerca di questo,
si imbatte in tre cavalieri vestiti di nero, uno di questi lo
interroga, lo conforta e lo lusinga promettendogli di fargli
ritrovare il gregge e in seguito di proteggerlo dai pericoli.
Inoltre gli promette del denaro, tutto questo in cambio della fede.
Pietro accetta il patto e rinuncia alla fede, a suggello del patto
il diavolo gli porge la mano sinistra, che è fredda e nera, come
quella dei morti. Pietro mantiene la promessa per circa due anni,
poi si rende conto di non aver ricevuto altro aiuto dal diavolo,
tranne che i lupi si
tengono lontani dal gregge e non lo attaccano più. Quindi ritorna
alla fede e dimentica il patto con il diavolo. Dopo 8-9 anni, un
vicino, Michele Verdun, gli ricorda il patto che aveva fatto e lo
coinvolge invitandolo a partecipare a un rituale diabolico. La
descrizione è quella del sabba: è notte ci si trova in un bosco
dove si svolgono danze a cui partecipano persone che egli non
conosce, tranne Michele, che recano in mano una candela verde dalla
fiamma color azzurro cupo. In questa occasione Pietro viene iniziato
da Michele alla licantropia, egli infatti si lascia sedurre
dall’idea di poter correre in modo veloce e leggero.Alla
trasformazione concorrono due elementi: l’unguento e l’aiutante
diabolico: l’unguento spalmato sul corpo nudo produce la
trasformazione dell’uomo in lupo e poi successivamente del lupo in
uomo, mentre
l’aiutante interviene nel trasportarlo molto velocemente alle
riunioni. Pietro dopo la prima corsa si sente spossato, ma
l’aiutante gli dice che tale sensazione passerà presto. Dopo
questa prima trasformazione hanno inizio le imprese delittuose,
infatti Pietro e Michele acquisiscono dal demonio il potere di
fare del male e uccidere qualsiasi animale. Perciò poi
seguono le descrizioni dei crimini commessi, tra i quali
l’uccisione di alcuni bambini per mangiarne le carni, inoltre
Pietro racconta anche che, sotto forma di
lupo mannaro, si sono uniti sessualmente con le lupe.
Da
questa confessione appare evidente che la licantropia non è più un
fatto individuale, ma ha subito una riplasmazione culturale,
entrando a far parte della stregoneria vera e propria, come
dimostrano l’uso dell’unguento e dell’aiutante diabolico, le
corse al sabba, gli accoppiamenti. Nella
demonologia hanno particolare importanza l’unguento, o
la pelle di lupo o una cintura magica, da indossare per
provocare le trasformazioni.
Ricorrono
anche alcuni dei topoi connessi alla rappresentazione del diavolo:
quali l’uso della mano sinistra a suggello del patto, che è
fredda, analogamente a quanto raccontano le streghe nelle loro
confessioni. Wier vuole
dimostrare che si tratta di allucinazioni diaboliche dovute alla
vita dei pastori, tuttavia in questo modo finisce con l’usare le
stesse immagini dei demonologi, in quanto non esclude l’intervento
di Satana. Ritiene che tutto ciò che è avvenuto dopo, sia dovuto
all’azione dell’unguento che ha agito come un potente sonnifero
che ha prodotto quelle allucinazioni.
Le
posizioni di Wier suscitano ampie critiche nella
società dei suoi tempi e in particolare in
Bodin e Del Rio. Bodin, uno degli uomini più colti ed aperti
dell’epoca, è un feroce persecutore delle streghe e dei
licantropi. Egli riporta il processo
a Gillio Garniero
svoltosi il 18 gennaio 1574, rilevando: “il detto Garniero,
essendo in forma di Lupo Garù pigliò una fanciulla di dieci,
dodici anni e dopo averla ammazzata ne mangiò le carni. Un mese
dopo aveva ucciso un’altra bambina e stava per mangiarla se non
fosse stato fermato da tre uomini”.
Si
può notare che, anche in questo caso, come nel caso di Pietro
Burgot, i crimini sono tutti di antropofagia e riguardano bambini.
Anzi l’antropofagia diviene il tratto dominante di questo
complesso simbolico. Bodin fornisce una ricca casistica attinta dai
trattati demonologici, dalle testimonianze
dei contemporanei, ma anche degli autori antichi, per rilevare che
ci troviamo di fronte a un fenomeno attestato presso tutti i popoli
sin dall’antichità:
“Et
nondimeno tutti coloro, che hanno scritto della Lycanthropia antichi
e moderni concordano, che la figura humana si cambia, restando lo
spirito, e la ragione nel solito stato….”
Bodin
ricorda l’antico mito di Licaone che commise il peccato di cibarsi
di carne umana, ne deduce che la prima trasformazione attestata
dalla mitologia avvenne per questo e fa dell’antropofagia il
tratto dominante, operando con un ragionamento di tipo circolare che
parte dalla mitologia, ritorna sul presente e quindi sulla
confessione di Garniero, con un tipo di argomentazione frutto di una
cultura intellettualistica molto lontana da quella degli accusati.
Rispetto
al Canon Episcopi, che negava la possibilità dei cambiamenti
di natura, egli afferma che è il corpo a mutare ma non lo spirito e
la ragione, perciò è solo una trasformazione esteriore dovuta
all’azione di Satana. Quello che contraddistingue Bodin è che
egli crede nella realtà della trasformazione, mentre Del Rio, per
mantenersi più aderente alle teorie ecclesiastiche, sostiene la
tesi di una doppia allucinazione, che riguarda sia i licantropi che
gli astanti, illusione ovviamente prodotta dal diavolo, tuttavia
ritiene i crimini reali.
Si
tratta di un orizzonte culturale in cui il diavolo continua ad
essere presente ed operante e, in realtà, anche Wier si muove
all’interno di questo stesso orizzonte mentale e quindi le sue
critiche non riescono a intaccare le credenze nella stregoneria. Un
radicale cambiamento si potrà avere soltanto verso la metà del
Seicento quando verrà spezzata quella sintesi culturale che Riforma
e Controriforma avevano alimentato, c’è bisogno però che si
affermi una nuova filosofia della natura e quindi della razionalità,
come sarà fatto da Bacone e da Cartesio, perché si avvertano dei
cambiamenti anche rispetto alla magia e alla stregoneria. Dovranno
cambiare anche gli accertamenti dei processi e cioè l’esame delle
prove, con il venir meno della tortura, perché il fenomeno si
indebolisca e possano emergere anche altri aspetti.
Il
processo fatto a un lupo mannaro lituano riportato da Ginzburg è
molto interessante perché dimostra la netta separazione tra
licantropia e stregoneria e anche l’autonomia culturale della
licantropia. Il processo si svolse nel
1692 a
Jurgensburg, l’accusato Thiess confessa di essere un lupo mannaro
e racconta che tre volte all’anno i lupi mannari si recano sotto
forma di lupi in un luogo situato “alla fine del mare”, dove
lottano con il diavolo e gli stregoni. “I lupi mannari non possono
soffrire il diavolo”, essi riportano sulla terra il grano e i
germogli rubati dagli stregoni. I lupi mannari non servono il
diavolo, essi lottano contro il diavolo, per il bene degli uomini.
Sono “cani di Dio e nemici del diavolo”. Ginzburg rileva in
questo racconto delle analogie con i benandanti friulani e conclude
che ci troviamo di fronte a sopravvivenze di un antico culto agrario
originariamente molto esteso (1966, pp. 37-40).
Il
venir meno della tortura, una maggiore disponibilità dei giudici può
spiegare l’emergere di credenze diverse da quelle che avevano
riempito le confessioni dei secoli precedenti. “I tratti
originariamente positivi dei lupi mannari dovettero, a poco a poco,
sotto la pressione esercitata dai giudici, scomparire o snaturarsi
nell’immagine orrenda dell’uomo-lupo devastatore di armenti”(Ginzburg
1966).
I
lupi mannari non sono però scomparsi del tutto, sono rimasti per un
lungo periodo nella cultura popolare, nella quale la loro ambiguità
di natura li ha resi figure di confine, che possono arrecare del
male, senza esserne responsabili.
Il
lupo mannaro delle tradizioni popolari conserva solo
alcuni caratteri della creatura diabolica, quali la paura
della luce e di guardare in alto. Può avere alcuni tratti comuni
con gli indemoniati, infatti si doveva fermare, davanti alla croce e
non la poteva oltrepassare (Pitrè 1889, p.227). In una leggenda
abruzzese, san Raniero libera un bimbo rapito dal lupo mannaro con
il suono della campana, evocando quindi la presenza divina (Ranisio
2001).
Tuttavia,
pur conservando questi tratti, più comunemente è/era considerato
un uomo sventurato che soffre per cause che non dipendono dalla sua
volontà (nascita la notte di Natale, effetto della luna piena,
ecc.) e che non riesce a controllare la sua trasformazione e le
conseguenze di questa. Di fronte a questo le tradizioni folkloriche
pongono in evidenza sia i possibili rimedi per chi lo incontri, per
salvarsi, sia i rimedi per salvare il lupo mannaro e allo stesso
tempo liberare la comunità dal pericolo da questi rappresentato.
Attraverso tecniche ritualizzate, tra le quali la simbologia della
puntura in fronte e la fuoriuscita di sangue (Lombardi Satriani
1982), la situazione pericolosa poteva essere padroneggiata e la
furia omicida neutralizzata, così di fronte all’evento misterioso
della trasformazione che colpiva un individuo della comunità,
questa reagiva mettendo in atto dei dispositivi simbolici atti a
riportare l’ignoto in uno schema intelligibile e condiviso.
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Chieti.
R.Valenti
Pagnini (1981), Lupus in fabula. Trasformazioni narrative di un
mito, in “Bollettino di studi latini”a.XI, fasc.I-II
Raccolta di articoli di
Alfonso Maria Di Nola a cura di Ireneo Bellotta.
Appuntamento
con il diavolo.
Attrazione diabolica.
Gli
scolari di Lucifero. Il satanismo fra psicosi e regressione.
Il diavolo tra noi.
Il
diavolo in corpo al mondo moderno.
I lumi e le fiamme. Eterne.
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