Dal 1963 al 1966
Alfonso Maria Di Nola traduce e cura i testi apocrifi
neotestamentari dei Vangeli, e tra questi il Protovangelo di
Giacomo : la natività di Maria, la fanciulla ebrea che in
questo testo viene accreditata di una nascita
verginale, ne viene
descritta l’adolescenza, il matrimonio con Giuseppe, la
nascita di Gesù, l’infanzia di questo suo figlio dal
destino segnato e alla fine, rassegnata, come ci descrive un
evangelista riconosciuto dalla chiesa ufficiale, Lei sotto la
Croce non si dispera in atteggiamenti scomposti, ma è
presente, Stabat Mater.
Di Nola si è sempre
avvicinato alle religioni con metodo rigorosamente
scientifico, senza condizionamenti ideologici, cercando di
analizzarne i vari aspetti come fatti culturali e
antropologici. Scrisse di lui Pier Angelo Carozzi
sull’Avvenire nel 1997:”Non era un accademico e quella sua
facilità alla comunicazione gli derivava certamente dal
carattere, ma anche da quella napoletanità, che lo rendeva
partecipe, con una dose di misurata passionalità e di
accenti, a ogni problematica affrontata”.
Quando uscì nel 1970
la monumentale Enciclopedia delle Religioni, curata
personalmente da Di Nola in oltre l’80 % del testo, scrisse
il gesuita Giuseppe De Rosa su La Civiltà Cattolica del
17.10.70 : “Un esame dei suoi contributi ha convinto
dell’eccezionale preparazione di A.M. Di Nola e della sua
profonda competenza e serietà scientifica.
Il
vastissimo apparato bibliografico, che segue ogni trattazione,
mostra come egli si è informato sulle opere dei migliori
specialisti.” Ed Ireneo Bellotta ci trascrive un altro
interessante commento nella sua Bio-bibliografia di Di Nola,
che mi sembra significativo. E’ tratto dall’Osservatore
Romano del 12 gennaio 1972:” Ma succede questo, che mentre
cresce ai nostri giorni l’interesse culturale rispetto alle
varie religioni, si vedano le poderose enciclopedie pubblicate
a tale riguardo in questi ultimi tempi in Italia, ad esempio
quella diretta da Alfonso Di Nola e coordinata da Mario
Gozzino”.
Il giornale vaticano
riporta queste parole pronunciate dal Papa Paolo VI, che con
Di Nola aveva, potremmo dire, un certo interesse comune sulla
figura del diavolo nella moderna civiltà. Il Diavolo è alla
ribalta sui giornali italiani
in questi giorni, ma anche il francese Le Figarò la
scorsa settimana in prima pagina titolava sul ritorno di
questa figura negativa, che in un testo famoso tradotto in
molte lingue, Di Nola dimostra appartenere a tutte le civiltà
anche le più remote e ancestrali.
Ma tornando agli
scritti di Di
Nola, è interessante un articolo sul Mattino del 1984: Una
donna di nome Maria.
Egli ne analizza i
vari appellativi e derivazioni, Beata Vergine, Beata Signora,
mea domina, madame, Madonna.
Il culto per Maria
non fu molto presente nella chiesa cristiana fino all’VIII
secolo, fino ad allora aderente ad una visione maschilista e
patriarcale-pastorale, dalla chiara matrice giudaica.
Ricordiamoci che fu necessario un concilio per stabilire che
anche le donne avevano un’anima, ma anche se in origine fu
modesto, il culto per Maria è poi divenuto prorompente.
Partendo poi da una pala d’altare osservata nel museo del
Prado di Madrid, un’opera poco conosciuta e di mediocre
profilo estetico, di un pittore ancora meno noto ma che aveva
lavorato a Napoli, Pedro Machuca, rappresentante una Madonna
col Bambino, assisa sul trono su un cielo denso di grigiori,
Di Nola ne coglie i segnali storico-folcloristici, in quanto
dai due seni della Vergine, abbondanti e fecondi, sprizza un
fiume di latte verso le sottostanti anime del purgatorio, un
refrigerium, un vero e proprio intervento consolatorio.
E qui Di Nola fa un
paragone con la Madonna di Pompei, così importante per fedeli
e pellegrini, dove” l’anima della Madonna è
l’affidamento al piano di una inesausta carità moderna, di
un rapporto dell’ordine del cuore, secondo la dizione dei
mistici antichi, dove ogni ideologismo si frantuma, ogni
teoria si fa vana, e tutto si risolve in un grido di attesa
filiale, di un parlare a tu per tu che fanno i miei contadini
ignari di teologia”. E questi “suoi” contadini
non sono altro che gli abitanti della Valle del Sarno e
delle colline dei Monti Lattari, che si riversavano a piedi
verso quella che si chiamava la Valle di Pompei, prima
di divenire una cittadina. Egli conosceva bene quei contadini,
avendoli organizzati per i tentativi di occupazione delle
terre all’indomani della seconda guerra mondiale, così come
gli operai dei pastifici di Gragnano in lotta per migliori
condizioni di lavoro, erano stati per la sua formazione
veri professori universitari, come scrisse. Questi
fatti avvenuti in un’epoca tra le più drammatiche della
storia italiana, sono anche raccontati in una intervista su
Famiglia Cristiana del
1977, dal titolo “Proletari al Santuario”, dove Di Nola,
fa un paragone tra i santuari di antiche
origini, spesso pagane, che hanno tramandato tradizioni
qualche volta sopra le righe con pellegrinaggi chiassosi e
folcloristici, come Montevergine, la Madonna delle Galline di
Pagani, o la stessa Madonna dell’Arco, con la compostezza ed
il silenzio che si osservavano a Pompei anche nei momenti di
maggiore affollamento.
Gli stessi temi,
ampliati, furono oggetto di una relazione al convegno del 1983
“Bartolo Longo ed il suo tempo”, organizzato da Gabriele
De Rosa, che da me interpellato si scusa di non poter
intervenire per lo stato di salute molto cagionevole dovuto
all’età, e che rimanda i suoi ricordi al suo contributo
trascritto nel testo Antropologia e storia delle Religioni,
dove traccia un commosso ricordo di Di Nola, soprattutto i
diversi percorsi di vita politica su fronti diciamo ideologici
diversi, pur avendo vissuto, nella loro gioventù entrambi a
Gragnano, gli stessi avvenimenti e sconvolgimenti bellici.
Scrisse De Rosa :”Mi piace ritrovarlo, rileggendo le pagine
dei suoi scritti che più mi hanno interessato, e nei quali
egli ha riversato stupendamente la sua miscela di cuore e di
scienza”. In questo convegno Di Nola analizza il
pellegrinaggio pompeiano scrivendo :”Un fatto che
costituisce una nota tutta propria di questo santuario, è nel
contegno nobile e grave che si addice al culto divino,
aborrente del chiasso e delle rumorose feste. A Pompei
nonostante l’afflusso di tanta gente, si osserva un
religioso silenzio, il silenzio dell’adorazione e
dell’intima preghiera dell’amore. Certe suggestioni
ritmiche compongono l’eterno dialogo tra l’uomo e Dio, tra la creatura inchiodata al suo spazio e al suo tempo e le
energie cosmiche, dalle più elementari forme nelle quali
questo dialogo si è espresso, fino alle più complesse
esperienze della religiosità.”
Egli avanzava l’ipotesi che questa compostezza
derivava dal fatto che le masse rurali e operaie della Valle
del Sarno erano nella seconda parte dell’800, quando sorse
il santuario, urbanizzate e progredite, in quanto inserite in
una delle maggiori aree industriali del mezzogiorno, dai
pastifici di Gragnano e Torre Annunziata, ai cantieri
metallurgici e navali di Castellammare, ai lanifici di Scafati
, alle industrie belliche, era un popolo maturo e pronto ad
assorbire messaggi religiosi più maturi e colti.
Ed ecco allora che si fa strada la preghiera del
Rosario, la supplica annuale che ormai si trasmette in
mondovisione e la cui prima recita avvenne il 14 ottobre del
1883 alla presenza di 10.000 pellegrini. E per
Bartolo Longo il Di Nola avanza un paragone con
Sant’Alfonso Maria de Liguori, il santo verso cui dimostra
grande simpatia, non solo per averne ereditato il nome, ma
come scrive in un altro articolo del 1987, sempre sul Mattino
“Lazzari e Saponari, fratelli miei diletti”, per i suoi
modi compresivi delle ragioni di carrettieri e manovali che si
lasciavano andare a turpiloqui e bestemmie, scaricando in tal
modo la loro aggressività per la fame o la fatica dura. Del
Santo napoletano vicino alla plebe Di Nola amava una nenia :
“Fermarono i cieli
- la loro
armonia -
cantando Maria -
la nanna a Gesù” .
Di Nola amava anche
andare a scrutare nel profondo delle tradizioni,
apparentemente anche le più superficiali, per risalire alle
loro origini, come fa in “Uovo e superuovo, la fantapasqua”,
un gustoso, è il caso di dirlo, articolo ancora dal Mattino,
1986, in cui ci racconta dei pranzi del periodo pasquale.
Tutti alla pasquetta ci portiamo dietro nello zaino il salame
con le uova, così come facevano i nostri genitori e prima, i
nonni, ma forse nessuno ne riconosce l’evidente simbologia
di eros beneaugurante, dal codice sessuale fin troppo
esplicito. Uova che fino a pochi anni or sono erano
“pente” trasformate dalla tradizione napoletana in una
esplosione di colori e di disegni, risalenti ad antichi
misteri.
E i casatielli,
glorificati di uova, che inconsapevolmente, ripropongono la
mitologia delle origini e del ritorno del mondo sopra di sé.
Di Nola ci ricorda che “l’uovo è sintesi fisica
dell’origine della vita e, per la sua forma, immagine della
totalità. E la pastiera, esalante tenui profumi di arancio
sorrentino, ingravidata di cedro, di quel meraviglioso
sortilegio del XVIII sec. che è la cocozzata, dignificazione
per palati sublimi dell’umile cocozza, abitata da chicchi di
grano maturati nella saggezza delle cucine del sud, è, per
chi non lo sapesse, la presenza alimentare del corpo di
Cristo.
Nelle strade e nei
vicoli, visitiamo Gesù morto nella cerimoniale eternità
dello struscio, come corpo misterico che è circondato dal
grano germogliato nell’oscurità. E la pastiera si
ricostruisce nelle sue radici immemori, come modello della
resurrezione esemplare, quella del grano germogliante e quello
della nostra vita. Diciamo allora che tutto a Pasqua discende
in una metafora cristianizzata del ritorno alla vita,
all’eterna ripetizione dei cicli primaverili che sprizzano
dalla notte invernale, e di questa metafora si fa esempio
finale il Cristo, che ricostituisce attraverso il mistero
della sua passione, il nostro morire in vita, anche se sopra
quel mistero abitano memorie antiche.
E veramente questo
immane, incomprensibile Cristo, -sto sempre citando
testualmente quanto scriveva Alfonso Maria Di Nola- , che
divoriamo nei nostri dolci napoletani, e nelle nostre uova, si
ricostituisce in immagine di quei ragazzi del sud, specie di
quelli entrati nel labirinto assurdo della droga e della
camorra, che grida contro il potere il peccato di aver sparso
il sangue dell’uomo”. In questa relazione ho preferito far
conoscere un Di Nola poco noto, forse inaspettato, quello
degli articoli, almeno un migliaio, delle numerose
trasmissioni televisive, come Sorgente di vita, la
trasmissione di religione ebraica, che si realizzò grazie
alle sue pressioni in un momento di rigurgito antisemita,
delle centinaia di tesi di laurea seguite da lui
personalmente, alle numerose prefazioni, i suoi interventi ai
convegni, i circa 30 libri finora conosciuti, ma soprattutto
l’uomo Di Nola, la sua umiltà, la sua generosità e faciltà
di contatto umano, soprattutto con chi la pensava diversamente
da lui. E i suoi interventi sui governanti sovietici a Mosca
per convincerli a lasciar partire gli ebrei russi
in piena guerra fredda. Ma da quando abbiamo costituito
il Centro di cultura e storia di Gragnano e Monti Lattari,
intitolandolo proprio ad Alfonso Maria Di Nola, abbiamo avuto
modo di conoscere tanti episodi piccoli e grandi della sua
vita, attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto. La sua
enorme cultura, come racconta il suo compagno di studi
universitari Vincenzo Sorrentino, sapeva a memoria tutta la
Divina Commedia, ed era in grado contemporaneamente di dare
lezioni su argomenti diversi a numerosi amici di scuola, gli
studi universitari non completati per le diatribe con i
professori che pretendevano omogeneità di idee, il suo
incontro-scontro con Benedetto Croce, che dopo aver letto il
suo primo libro di antropologia, gli annunciò di volerne lui
stesso scrivere la prefazione, cosa che date le diversità di
vedute subito emerse, non avvenne più.
Il giorno dopo la sua
morte, Pier Luigi Carozzi scrisse sull’Avvenire, il giornale
della CEI, dei vescovi italiani : Addio a Di Nola, il maxista
degli Apocrifi. L’antropologo esplorò da laico i temi della
spiritualità: i suoi studi, le sue scelte di campo: Cito le
ultime parole del suo articolo :” Con Di Nola se ne va uno
studioso italiano che ha fatto bene storia delle religioni,
che ha contribuito cioè a far conoscere, nonostante lui fosse
non credente, quanto noi italiani - per ripetere Croce - non
possiamo non dirci cristiani, a motivo delle tradizioni del
nostro vissuto culturale, radicato nella storia del
cristianesimo e della millenaria civiltà mediterranea”.
Con l’apporre la
modesta lapide in piazza Aubry che ricorda ai sonnacchiosi e
distratti gragnanesi, un concittadino
di cui andare fieri, abbiamo anche voluto sottolineare
che è giunto il momento per Gragnano, di riconoscere
tangibilmente tutto questo, intitolando ad Alfonso Maria Di
Nola, una strada o una piazza, o una scuola, o, perché no,
questa stessa Biblioteca. Con serenità e ponderatezza,
discutiamone.
Per
parte nostra, come Associazione, cercheremo di mettere a
disposizione della Biblioteca quanti più libri, tesi di
laurea e articoli sarà possibile rintracciare, per realizzare
su Di Nola un punto di riferimento bibliografico unico e il più
completo possibile. Sarà un modo concreto per onorare la
memoria ed il pensiero del nostro concittadino.