Alfonso Maria Di Nola




PRESENTAZIONE di Giuseppe Di Massa.

“Penso che fare cultura in un mondo come il nostro, fatto di palazzi chiusi e di mura bianche, voglia anche dire sentirsi disponibili verso gli altri e non ritenersi portatore di una verità assoluta, ma di una verità costruita ogni giorno sulla base di metodologie fondate sull’esperienza. Grazie a queste conoscenze specifiche,ognuno può aiutare gli altri ad investigare la realtà ed ad imparare ad essere disponibili al mutare continuo del reale, rinunciando ad ogni albagìa di sapienza e scientificità assoluta”.
Alfonso Maria Di Nola

Alfonso Maria Di Nola, antropologo di fama internazionale, originario di Gragnano, nasce a Napoli il 9 gennaio 1926, perché la madre si era lì recata presso una cugina temendo difficoltà nell’imminenza del parto.
Visse la fanciullezza in una delle più belle case di Gragnano posta in piazza Aubry, l’antica piazza Conciaria.
E’ stato un attento studioso delle religioni, il cui approfondimento costituisce una branchia dell’ampia e complessa materia dell’antropologia culturale. Questa ha come suo oggetto di studio il fenomeno sociale, ovvero la vita associativa dell’uomo studiata nelle varie epoche storiche e nei diversi paesi, con le sue implicazioni economiche, culturali e sociali, nonché la sua evoluzione strutturale anche in rapporto alla storia. Una materia di studio quindi tra le più complesse, ma proprio per questo tra le più affascinanti da esplorare per un uomo di una vasta cultura come il Di Nola. Fu forse la sua curiosità, l’esigenza di andare più a fondo alle cose, a portarlo dallo studio delle religioni ad un vero e proprio approfondimento di tipo antropologico.
Grazie a questi suoi studi iniziali, diede alle stampe la storia delle religioni nei 6 volumi dell’ “Enciclopedia delle religioni”, ove traccia un percorso per quanti volessero interessarsi appunto delle religioni, affrancandosi da molte superstizioni ed acquisendo una concezione religiosa puramente laica.
La religione quindi vissuta come oggetto culturale alla stessa stregua della scrittura e di altre forme di arte. Le sue idee non vanno tacciate di anticlericalismo, come ben riconobbe lo stesso papa Paolo VI, in un discorso ai fedeli in San Pietro, in cui riconosceva la grande onestà con cui il Di Nola affrontava i problemi religiosi, pur essendo distante concretamente da ogni religione storica. Anche Paolo VI, così come il Di Nola, aveva scandagliato l’operare del diavolo nella società moderna e nella storia.
Giovanissimo, durante il fascismo, aveva partecipato clandestinamente all’attività politica, e subito dopo la fine della guerra, si era battuto a fianco degli operai dei pastifici nel tentativo di risollevare le loro condizioni di vita. Essi erano all’epoca 2500 e il Di Nola aveva definite in un saggio le loro condizioni “disumane”. Si ricordano anche le lotte a fianco di contadini e mezzadri nell’allora frazione gragnanese di Santa Maria la Carità. Analizzò il movimento dei preti-operai, specie di quello francese, caratterizzando la sua analisi come forma di ribellione nei confronti di una chiesa che appariva immobile di fronte ai cambiamenti sociali. Pio XII decise allora per una condanna delle posizioni del Di Nola, con un decreto pubblicato sull’Osservatore Romano.
Le sue idee gli troncarono qualsiasi possibilità di avanzamento nella carriera universitaria, e solo in tarda età ebbe la cattedra di Storia delle religioni presso la terza Università di Roma.
In una delle ultime visite a Gragnano, fu ospitato per un breve incontro nella sede della Pro Loco in piazza Conceria e in quella di Rifondazione Comunista, ma non in Comune. Nessuno ebbe la sensibilità di aprirgli l’aula consiliare. 

Sede della Proloco di p.zza Aubry. Da sinistra si riconoscono: Raffaele Stile, la Consigliere comunale Carolina Di Palma, l'Assessore Carmine Lupo, il Sindaco Sergio Troiano, il Consigliere Biagio Galizia, il prof. Di Nola, l'Assessore Antonio Giordano, il sig. Cuomo, l'Assessore Cosenza, l'Assessore Giuseppe Lavano, il Consigliere Croce e il mitico "Geretiello"

Qualche anno prima nell'aula magna della Scuola Media "Roncalli" aveva, però, ricevuto un riconoscimento da parte dell'Amministrazione Comunale presieduta dall'allora Sindaco Antonio Di Massa.

La manifestazione nella Scuola Media "Roncalli". In primo piano da destra il prof. Di Nola, la Direttrice della Biblioteca Comunale Rosa Sorvillo, Mons. Michele Vitale, il Sen. Francesco Patriarca e il Sindaco Antonio Di Massa. In seconda fila si riconoscono da destra: l'ex Sindaco prof. Ferruccio Esposito, la Preside Gallerati e il dott. Gaetano Cinque.


Morì a Roma il 17 febbraio 1997. Ai suoi funerali il Comune di Gragnano partecipò con una delegazione di cui faceva parte il sindaco Sergio Troiano e la consigliere comunale Carolina Di Palma.

 

 


Diverse Associazioni culturali, libri e concorsi vari gli sono stati intitolati:
Centro studi tradizioni popolari ”Alfonso Di Nola”. Cocullo.
Museo di Pulcinella. Acerra. Sezione Alfonso Maria Di Nola.
Centro Alfonso Maria Di Nola. Ferentino.
Centro di cultura e storia di Gragnano e Monti Lattari “Alfonso Maria Di Nola”. Gragnano. 

Centro Documentazione e Ricerca C.D.R. sez. Antropologia Alfonso Maria Di Nola. Sorrento.

Centro Studi Demo-Etno-Antropologici Alfonso Maria Di Nola. Roma.


Concorso Letterario per un saggio scientifico su fenomeni paranormali, 2001, assegnato 

a “L’innaturopata”di F. D’Alpa.
Testi: De Spirito-Bellotta. Antropologia e storia delle religioni. Saggi in onore di Alfonso Maria Di Nola.
Ireneo Bellotta-Emiliano Giancristofaro. “Alfonso Maria Di Nola. Scritti rari”.

 

                                                                             ARTICOLI E RECENSIONI SU ALFONSO MARIA DI NOLA E LE SUE OPERE.

 

- PIER PAOLO PASOLINI (in Tempo illustrato, 27 settembre 1974).

                                                                                               QUANDO IL GRANDE IDDIO SI METTE A RIDERE.

Alfonso Di Nola e Paul Arnold sono gli autori di due opere di antropologia religiosa recentemente pubblicate. Il saggio di Di Nola si propone come un autentico modello di curiosità intellettuale e di rigorosa ricerca scientifica.

Di solito le prefazioni dei professori ai loro libri assomigliano molto ai cosiddetti < riti di approccio>, ai <recinti o luoghi sacri> (tanto più che la parola<approccio> è divenuta nelle università molto di moda, metaforicamente, a sostituire le parole <lettura> o<primo esame> dei testi). Si hanno scongiuri contro le eventuali metodologie scorrette, abluzioni in citazioni purificatrici, e tutta una quantità di cerimoniali atti a placare eventuali numi nemici (cioè i colleghi). Sorprende subito l'<introduzione> di Alfonso Di Nola a questa sua <antropologia religiosa> per la sua mancanza di ritualità: lucida, necessaria, essenziale e precisa. Egli disegna la <figura> del suo lavoro senza alcun falso pudore: mentre, in realtà, si tratta di un vero e proprio <Manifesto> che potrebbe addirittura aprire, nel nome, sia pur tutelare, di De Martino e magari di Petazzoni, la <via italiana> alla storia storia delle religioni. Secondo l'autore tale via si configurerebbe in una specie di fusione tra le due scienze distinte costituite appunto dalla <storia delle religioni> e dall'<antropologia>: in modo però che l'<antropologia> abbia una funzione integrante, e, oltre a dare, in questo senso, una serie essenziale di apporti (elencati con grande precisione dal Di Nola), si presenti decisamente a proporre attendibili ipotesi per <i problemi irrisolti che si originano (in una esposizione storica) dalla sistemazione ideografica dei dati>, pur senza trasformare i propri suggerimenti <in interpretazione totalizzante> e senza destorificare i significati storici.

Tra gli apporti dell'antropologia alla storia delle religioni elencati dal Di Nola, vorrei ricordare al lettore almeno il seguente: l'insegnamento antropologico <ha aiutato a vincere e a vanificare la grave tara etnocentrica e culturocentrica> e, nella fattispecie, la < violenza immorale> (in Italia) del neoidealismo e del crocianesimo, che portano alla negazione della comprensione <di ogni uomo (non occidentale) come portatore di diversità e di alienità>.

Il ruolo della filologia classica.

Io però aggiungerei altre due caratteristiche al metodo storico-antropologico di Di Nola: due caratteristiche tecniche: primo, la presenza della <filologia> e in specie della <filologia classica> (cosa a cui i testi dei grandi storici della religione, non ci hanno certo abituati, quasi che le <lingue> non esistessero, e, in specie, non esistessero le <lingue morte> con tutta l'infinità di problemi interpretativi implicati); secondo, la capacità saggistica di fare la storia di una nozione, o di un concetto (come per esempio il rapporto tra rito e rito, nelle successive interpretazioni degli storici). Certo, il grande macchinario messo in moto dal Di Nola porta spesso a conclusioni che un lettore sarebbe disposto ad accettare anche ontologicamente: come succedeva per esempio con la <stilcritica>. Ma tali conclusioni risuonano però, alla fine del lungo <giro>, come costituite, quasi visivamente, da tutti gli infiniti elementi che le compongono. Sono cariche di vitalità conoscitiva. Gli argomenti che Di Nola sceglie - privilegiandoli più che di un metodo monografico, di un senso che <pare> trascenderli, appunto per la loro ipotizzata paradigmaticità antropologica - sono assolutamente originali. Certo, io, nonchè non essere uno specialista, son un ben povero e saltuario lettore di opere di storia delle religioni: tuttavia due argomenti come quello del rapporto tra <oscenità> e <riso>, o quello della <demitizzazione> operata dai primitivi sui propri miti nei riti d'iniziazione, li avevo visti finora accennati. Anzi, per quanto riguarda il primo, non ricordo neppure un accenno, se non come mero dato. Naturalmente, io sono rimasto affascinato da testo del Di Nola (se non altro per il suo continuo originale riferirsi al fenomeno dei <modelli di comportamento> o <patterns>: fenomeno che mi interessa, in questo momento, proprio come fenomeno attuale, cioè la <sostituzione> dei modelli di una <civiltà dei consumi> agli antichi modelli, validi fino a pochi anni fa, di una <civiltà del risparmio>). Ma non credo che nessun lettore possa resistere, per una ragione o per l'altra, al fascino di queste pagine. E non ultima ragione è appunto il fatto che è sempre ben chiara la loro accanita attendibilità scientifica. Non sono certo frequenti in Italia studiosi del valore di Di Nola. Privo di ogni scientificità è invece il libro di Paul Arnold (romanziere e uomo di teatro) sulla religione giapponese. Paul Arnold è infatti un buddista. Quindi la sua ottica è quella di un iniziato occidentale che interroga e adula i suoi nuovi maestri orientali. Stendiamo un velo sulla goffaggine e addirittura sul ridicolo con cui il nostro vecchio europeo fa i suoi devoti pellegrinaggi ai vari monasteri, e si applica, per qualche giorno, ai loro esotici <esercizi spirituali>. Ciò che, a proposito del pensiero buddista, nelle sue varie sette e chiese, veniamo a sapere è pressappoco a livello di un <badoeker> tra enciclopedico e spiritualista, cioè tutta una serie di luoghi comuni. Non risulta nemmeno chiaro in cosa consista il rapporto dell'autore con tale pensiero: si direbbe, aihmè, bene o male, che siamo a un livello turistico. Perchè dunque mi occupo di questo libro? Perchè bene o male, il suo autore è uno scrittore: e il suo racconto non è un semplice resoconto giornalistico attraverso cui non si vede nulla. Paul Arnold è in grado di <rappresentare> ciò che descrive. E poichè ciò che egli descrive, e quindi <rappresenta>, è qualcosa di assolutamente originale, ecco che il lettore non può non restarne in qualche modo affascinato. Egli può entrare fisicamente dentro i monasteri <zen>, per esempio, e assistere particolareggiatamente a ciò che vi accade e come ci si comporta : non solo, ma quasi a sentirne e ad annusare l'atmosfera. Anche le cerimonie (quelle appunto di cui parla Di Nola, caricandole di senso) appaiono molto nitidamente ai nostri occhi, nelle pagine del buon Arnold. In alcuni momenti la sensazione di essere lì è lancinante (per esempio nelle prime pagine che descrivono la visita al convento di Ossoresan). Il merito non è tanto dello stile di Paul Arnold,che ripeto, è molto modesto. Il merito è della materia: basta appena saperla un pò descrivere, ed essa, in virtù della propria forza naturale, esplode visionariamente. Limitandosi a descrivere fenomeni di <sciamanesimo>, oppure fenomeni rituali <zen>, il nostro autore fa in conclusione dell'antropologia: antropologia irrelata, in quanto meramente descritta. Ma non per questo meno efficace.

La religione in quanto gioco.

Si ha l'impressione che l'Arnold viva, nel mondo che descrive con tanta precisione , e ormai, confidenza, in un'estrema inquietudine. La quale - con il ridicolo cui ho già accennato- si trova in sintonia col comportamento <sacro> zen. Il Di Nola accenna appena, sebbene con grande efficacia, al momento ludico della religione: della religione in quanto <gioco> (che è indubbiamente per noi, il suo momento più sublime). Non resisto alla tentazione di ricordare al lettore quella specie di grossolano santone zen che è il ciarlatano (?) Semjon Jakovlevic, nei <Demoni> di Dostoevskij: e il suo comportamento inspiegabile, capriccioso, teppisticamente <derisorio>. E naturalmente il suo <gefirismo> finale, quel <va a farti f....> gridato a una signora che è lì per ragioni mondane: <gefirismo>  che naturalmente genera riso. Riso, come sempre, sacro. Anzi, doppiamente sacro: in quanto alla funzione aggressiva, rivitalizzante, risolutrice di crisi, del <linguaggio osceno> si sovrappone in  questo caso una funzione analoga del <linguaggio poetico>.

Alfonso M. Di Nola, Antropologia religiosa, Saggi Vallecchi, pag. 287, lire 3.900.

Paul Arnol, Viaggio fra i mistici del Giappone, Rusconi editore, pag. 186, lire 3.600.

(l'articolo ci è stato inviato dal prof. Ireneo Bellotta).

 

ARTICOLO DA LA REPUBBLICA DEL 18 FEBBRAIO 1987 di Marco Politi.

                                                       ALFONSO DI NOLA. IL LAICO CHE STUDIO' STREGONI E DEMONI.

Alfonso Di Nola ha incontrato la Nera Signora. chiamava così la Morte, il celebre antropologo, richiamandosi all'immaginario più arcaico delle civiltà mediterranee. Ciò che lo aveva sempre affascinato non era il dopo-a cui non attribuiva nessuna importanza convinto che la fine biologica fosse la fine di tutto- ma la dimensione collettiva e culturale del lutto: il rito attraverso cui coloro che hanno subito la perdita, trovano le ragioni per continuare a vivere. Dunque, se potesse, Di Nola sarebbe ora curioso di vedere in che modo la comunità <<elabora>> la sua scomparsa.           Non sarà facile per tutti coloro- studiosi o no- che sono appassionati di antropologia e storia delle religioni. Per molti decenni Di Nola è stato un attento esploratore del sostrato religioso e dell'attualità di cerimonie, credenze e superstizioni. Si trattasse dei serpari di Cocullo o del diavolo lo studioso si è sempre sforzato di far capire in che modo la memoria arcaica riuscisse a sopravvivere e ad essere significante nell'epoca contemporanea apparentemente così razionale e tecnicista. Nello scenario italiano ciò ha voluto dire illustrare con quanta forza una visione del mondo risalente a società contadine potesse continuare ad esercitare effetti in una civiltà urbana e televisiva. E in effetti demoni, stregonerie, riti propiziatori, angoscie e antidoti- che tanti di noi credevano sepolti con l'avvento della civiltà industriale, sono riemersi come un fiume carsico con la diffusione straordinaria dei maghi e dell'occultismo proprio nel cuore delle metropoli occidentali. Se nella città di Roma, la città del papa, trecentomila persone si rivolgono regolarmente a maghi e fattucchiere- come notava recentemente il leader della comunità di Sant'Egidio, monsignor VincenzoPaglia-significa che c'è una domanda inevasa di religiosità e di senso della vita, che ha bisogno di altri canali (più viscerali) per esprimersi.                                                                           Paolo VI si  riferiva a Di Nola come ad uno di quei laici"che affrontano con grande onestà i problemi religiosi, pur essendo distante concretamente da ogni religione storica". E in realtà Di Nola, senza cedere alla moda corrente di una frettolosa abiura della razionalità illuminista, era un attentissimo osservatore del senso profondo dei riti religiosi e del messaggio che erano in grado di trasmettere anche ad un mondo sostanzialmente indifferente alle norme e ai precetti dell'istituzione ecclesiastica. Chi si chiedesse la ragione della crescente partecipazione, di cui tuttora godono i pellegrinaggi, non ha che da sfogliare le pagine del suo ultimo libro "Attraverso la storia delle religioni". Il pellegrinaggio, spiegava Di Nola in queste note sparse che rappresentano il suo ultimo messaggio, non è una festa. E' piuttosto l'avventura attraverso cui il pellegrinaggio si pone in pericolo, soffre e fa penitenza, mettendo a nudo le proprie emozioni e guadagnandosi infine un ritorno alla normalità. Insomma, segno di un'esigenza di rinnovamento ciclico e del bisogno di <<tornare più forti>>, a cui le usanze della civiltà contemporanea non riescono ad offrire un'efficace soddisfazione. ...........Non manca tra le sue note di questi anni un ritratto al vetriolo di papa Wojtyla: " E' bello, è forte, è un divo, smuove gli istinti di Eros e di Vita, libera la Chiesa da tetraggini", eppure l'affollarsi della gente intorno a lui non è "indice della diffusione e della maggiore affermazione del credo cattolico".                                                                                                             Nato a Napoli nel 1926, docente di storia delle religioni alla terza università di Roma, Di Nola ha lavorato praticamente sino alla fine benchè prostrato da malattia. La storia delle religioni, commentava, suscita sempre interesse<<quando è insegnata in modo laico>>. E' un'esortazione e un lascito.

 

                                                    PASSIONI  BAROCCHE. IL PARADISO  DEI  DIAVOLI   di Alfonso Maria  Di  Nola, da Il Mattino 22.12.1984 

Paradiso dei diavoli, il blasone, studiato da Croce e da Galasso, che ricorre spesso negli scrittori del XVII secolo come giudizio emblematico su Napoli, in tutta la sua polivalenza di significati e la sua ambiguità, esprime, meglio che ogni altro richiamo, gli anni densi e sanguigni del vicereame seicentesco, nell'arco temporale che corre fra don Francisco de Castro, investito della carica nel 1601, e il marchese di Villena, che nel 1707 vide passare il governo vicereale nelle mani degli austriaci. E' un periodo durante il quale la città e il regno soggiacciono agli umori e ai caratteri continuamente varianti dei dominatori spagnoli, con il mutamento affannante di una serie di ventiquattro vicerè dei quali soltanto il Benavides raggiunge gli otto anni di reggimento della carica. E sono personaggi di diversa qualità umana, che soltanto la lettura retrospettiva di un'epoca confonde, unificandoli, nel limbo puramente nominale del nostro XVII secolo cronologicamente periodato. Abissi caratteriali e, conseguentemente, influenze diverse e talvolta opposte sulle vicende della città, sul costume, sui destini delle plebi e dell'aristocrazia, sono, per esempio, fra il cardinale Zapata, trucemente duro nella repressione dei moti popolari, e il marchese di Los Velez, vicerè fra il 1675 e il 1683, una figura che le cronache ridicolizzano, basso e grasso, gran bevitore del vernotico di Nola, carico di acciacchi, che , soffrendo di sudorazioni maleolenti, avanzava nei cortei e nelle processioni accompagnato da un nano, pronto a porgergli i fazzoletti da una busta, perchè si detergesse la fronte e il collo. Un vicerè, il Velez, che, con la sua esibitoria devozione alla Madonna del Carmine e con la frequentazione di donnine di costumi facili, dalle quali si ebbe un male vergognoso, esprime anche la devota carnalità o la devozionalità profanata e grassa che ricorre frequentemente nel costume spagnolesco importato presso di noi.                               Paradiso dei diavoli si fa Napoli, proprio perchè in questo secolo gli antichi e rimpianti splendori dell'età aragonese, risognati come idillica e, forse, falsata immagine di benessere e di buongoverno, divengono un paradiso opposto alla presente diavoleria del disordine anagrafico e urbanistico e del governo umorale e incostante, delle guerre, delle carestie, delle pesti e delle rivolte.                     La città era esplosa nella sua crescita sconnessa, cui invano i provvedimenti vicereali tentavano di porre freno. Le case che, per l'uso del tufo duro e leggero si levavano a piani molto alti, invadevano le residue oasi di verde e quelle zone semiforestali che ancora nel secolo precedente erano orti e giardini. Il Toledo, per esempio, con l'apertura della grande arteria che porta, per i veri napoletani, tuttora il suo nome, aveva ingoiato gli orti del Biancomangiare, inglobandoli nell'attuale Pignasecca, e a Portalba, aperta nel 1625 dal duca d'Alba, restava soltanto la memoria delle coltivazioni di carrube legate all'antica denominazione di Sciuscella o Porta Sciuscella che a Napoli continuò ad essere usata. Zone di verde, poi delittuosamente distrutte nei posteriori sviluppi urbanistici, erano i prati e i giardini di Poggioreale, fuori delle porte, con la imponente reggia costruita dagli Aragonesi, poi frequentata, prima del definitivo settecentesco decadimento, dai vicerè e dalla loro corte, resa più facilmente accessibile dal grande viale aperto dal duca d'Alcalà, alberato e arricchito di fontane dal vicerè Benavente nel 1604. Verde extraurbano era, evidentemente , il Vomero e parte della collina di Posillipo, ma già le antiche mura erano divenute un limite soltanto apparente della città vecchia, se fra il 1634 e il 1647, grazie anche all'intervento di speculatori e mercanti genovesi, si propone l'inglobamento dei suburbi nel piano urbano, con il rischio, evitato dalla diversa volontà vicereale, di inquinare maggiormente, per il parallelo inglobamento delle popolazioni contadine, la già pesante situazione demografica.                                                                                                                                                                                                   Certo è che in questa tensione di crescita che percorre tutto il secolo, opera in modo determinante l'ambizione vicereale: i dominatori spagnoli placano concorrenzialmente la loro sete di grandezza anche con la costruzione di strade, palazzi fastosi, ponti, passaggi, archi, porte nel tessuto antico di Napoli e nelle province. Il Medina, per ricordare qualche esempio, restaura Sant'Elmo, apre la strada di Sant'Antonio a Posillipo con la conseguente trasformazione di un residuo territorio rurale in zona semiurbana, costruisce il palazzo Medina alla riviera di Posillipo, lascia a sua memoria la Porta Medina. Il duca d'Alba, oltre alla porta a lui dedicata, ricostruisce la Torre del Molo e, con un'impresa notevole, porta a Napoli l'acqua da Sant'Agata e da Airola. Ma già nel governo precedente del Pimentel Fonseca, era stata aperta la strada fra il Palazzo reale e Santa Lucia ed era stato costruito il ponte di Chiaia, a congiungimento  delle due collinette presenti nella zona. E tuttavia premevano, come ora, i problemi dell'inadeguatezza di molti edifici alle nuove esigenze. Precursori degli attuali loro colleghi in queste angosce degli spazi erano certamente, sotto Fernàndez de Castro, i professori universitari, che per la carenza di aule, furono costretti a tenere le loro lezioni in tre stanzette del cortile di San Domenico Maggiore, afflitti dall'ossessivo suono delle campane e campanelle dei frati. Così che il vicerè fece provvedere ad un ampliamento dell'antica sede fuori Porta Costantinopoli codificando, inoltre, nel 1616, il rituale teatrale delle dignità accademiche; e certo impressionò popolani e studenti la sussiegosa scenografia delle zimarre in bianco e nero dei teologi, in azzurro e giallo dei filosofi, in verde e rosso dei canonisti.                      Protagonista delle strade di una città già allora di difficile vivibilità restava una plebe ora violenta, ora servile, desiderosa di mutamenti ma anche pronta a riaddormentarsi nelle ricorrenti restaurazioni di condizioni precedenti negate e respinte. Così che resta da prendere in seria considerazione il giudizio che di queste folle dava, con durezza forse eccessiva, il Giannone:" Non vi è popolo delle libertà più cupido dei Napoletani, e che altresì men capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile ne' pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni o troppo teme o troppo spera l'avvenire". Non a caso la metà del secolo è segnata da una rivoluzione reazionaria e velleitaria, quella di Masaniello,<<uomo vilissimo che serviva ad un venditore di pesce a vendere cartocci a' compratori per riporvelo>>, (è sempre il Giannone), dissoluto e prepotente, ma anche ricco di naturale abilità, furbizia e intelligenza, come è nella definitiva diagnosi di Michelangelo Schipa. Era una plebe reazionaria che nel '600 ancora celebrava il ludo aggressivo delle sassaiole o "pretiate", spesso cruente, fra rioni alla via Arenaccia, corrispondente all'attuale tratto superiore di via Garibaldi, che prese il suo nome dai depositi di arena che vi si ammassavano dopo le pioggie diluvianti. Era la stessa folla che si gratificava e si esaltava nella frequenza delle feste organizzate dai potenti e dai nobili e che allora già si costituiva in quella mentalità della dipendenza clientelare che fu ostacolo alla crescita della civile coscienza nel nostro paese meridionale. Ammirazione per la sontuosità e lo sperpero spagnoleschi e disposizione a subirne la violenza corruttrice. In un carnevale celebre, organizzato dalla corte del vicerè d'Ossuna nel febbraio 1617, i popolani sbarrano gli occhi di fronte alla "grandeza" cui sono ammessi e si incantano per la grande mascherata del mercato, dove sfilano dodici carri tirati ciascuno da sei cavalli e, in ognuno, botti di vino, castrati, vitelle e maiali vivi, prosciutti, caciocavalli, polli, mentre il vicerè, vestito da turco, precede un corteo di duecento cavalieri mascherati e al Carmine sfilano, dinanzi al palco, trecento uomini seminudi spalmati di pece, cui erano incollate penne bianche. Sottomissione alla suggestione del potere fino al punto di essere saziati, nelle proprie esigenze, dalla sola esibizione della opulenza delle classi dominanti e che comprensibile e spiegabile in rapporto alla durezza delle condizioni economiche e di tutta la vita. L'età spagnolesca è, infatti, dominata, salvo periodi di distensione troppo  brevi, da carestie, invasioni e terremoti che ingenerano, nelle folle, un'immagine tragica del tempo, una frequente rinunzia ad agire e un affidamento alienante ai due piani della santità celeste e di quella terrena. E l'inattendibile clichè della matrice naturalistica e deterministica dell'indolenza e della passività meridionale, presente, del resto, in tutti Meridioni, in quello provenzale da parte della Francia settentrionale, in quello spagnolo nel giudizio dato dei Sivigliani e sui Toledani, va forse riletto in una chiave di rigorosa storicità: giacchè codesto nostro conclamato addormentamento nella rinunzia a civili passioni e a impegnate costruzioni del reale, ove mai sia credibile (e molti sono i dubbi a proposito, giacchè fannulloni se ne trovano dappertutto), sembra nascere non già da una natura incantatrice, ma da una precisa dinamica dei rapporti fra uomo e potere, uomo e struttura economica, quale si cela nell'esperienza del secolo XVII. Eventi storici e naturali negativi si insinuano in una situazione di folle indifese economicamente , imprigionate in una struttura colonialistica e ancora feudale, e originano una mentalità tipica, poi trasformata in condanna e in colpa.

                                        

 

 
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